L'Iran e la guerra dei brevetti dietro l'arresto della figlia del fondatore di Huawei

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di Erminia Voccia

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La direttrice finanziaria del colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei è stata arrestata dalle autorità canadesi su richiesta del governo degli Stati Uniti, suscitando le proteste di Pechino. L'arresto di Sabrina Meng Wanzhou, 41 anni, figlia del fondatore dell'azienda, è avvenuto il 1 dicembre all'aeroporto di Vancouver, mentre la donna era in attesa di una coincidenza, ma la notizia è stata resa nota solo nella serata del 5 dicembre. Come ha confermato il portavoce del Dipartimento di Giustizia canadese Ian McLeod, il governo americano ha chiesto la sua estradizione e l'udienza per il rilascio su cauzione è stata fissata per il 7 dicembre. Per i media cinesi, la donna è in cima alla lista delle persone che potrebbero succedere al fondatore Ren Zhengfei alla guida dell'azienda tecnologica. Meng Wanzhou, in Huawei dal 1993, aveva adottato il cognome materno dopo la separazione dei genitori.

Dietro il suo arresto ci sarebbe il sospetto di aver violato le norme sull'embargo commerciale imposto dagli Stati Uniti all'Iran, ipotesi confermata da The Globe and Mail che ha citato una fonte canadese informata sull'arresto. L'ambasciata cinese a Ottawa ha duramente contestato il fermo della donna affermando che Meng Wanzhou non ha violato alcuna legge né canadese né americana e ha definito l'arresto una violazione dei diritti umani. Per il quotidiano cinese Global Times, che esprime il punto di vista di Pechino, lo scopo degli Usa è danneggiare la reputazione di Huawei minando al suo ruolo di gigante nel mercato mondiale. Huawei ha negato le accuse e confida nella soluzione del caso.

Ad aprile il Wall Street Journal aveva scritto che l'azienda tecnologica Huawei era sotto inchiesta dai procuratori di New York per la sospetta violazione delle sanzioni contro il regime iraniano, nello specifico Huawei avrebbe venduto all'Iran prodotti tecnologici protetti da brevetti americani. Il caso di Huawei segue quello di altra azienda cinese presa di mira dagli Stati Uniti per aver venduto prodotti sotto licenza Usa a Teheran. La cinese ZTE di Shenzhen, sotto inchiesta da parte dell'FBI sin dal 2012, nel 2017 è stata condannata al pagamento di un ammenda di 1,2 miliardi di dollari che l'aveva portata sull'orlo del collasso. Ad aprile 2018 ZTE era stata oggetto di un bando imposto dal Dipartimento del Commercio Usa che impediva all'azienda di acquistare componenti da fornitori americani. A luglio il bando era stato eliminato dopo che ZTE e Usa avevano raggiunto un accordo e in seguito al rinnovo del gruppo dirigente del colosso tecnologico cinese.

ZTE e Huawei sono al centro dello scontro tra Usa e Cina per la vendita illegale di prodotti all'Iran ma anche per questioni relative alla guerra commerciale, che vede l'una contro l'altra le due più grandi economie del mondo. Le aziende cinesi sono accusate dagli americani di furto di proprietà intellettuale e di spionaggio, problema che gli Usa sentono come una minaccia alla propria sicurezza nazionale. La stessa Huawei è sospettata di pratiche di spionaggio, ma l'azienda cinese ha ha più volte respinto l'accusa. Il fermo di Meng Wanzhou potrebbe avere pericolose conseguenze e far saltare la tregua di 90 giorni sui dazi raggiunta tra Usa e Cina durante il vertice del G20 in Argentina.



A novembre del 2018, sempre secondo il Wall Street Journal, il governo Usa aveva esercitato pressioni sui suoi alleati al fine di bloccare gli affari con Huawei e per il timore di minacce alla cybersecurity. A fine novembre Spark, il maggiore network nel campo delle telecomunicazioni della Nuova Zelanda, aveva affermato che le agenzie di intelligence del Paese avevano vietato di usare prodotti cinesi per lo sviluppo dei progetti 5G, la rete quinta generazione per i telefoni cellulari. A dicembre invece il gruppo britannico BT aveva eliminato Huawei dalle operazioni relative alle reti 3G e 4G. 
 
Giovedì 6 Dicembre 2018, 17:42 - Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre, 11:43
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