Trump, Kim e il «pulsante nucleare più grande». Ma perché?

di Luca Marfé

NEW YORK - Alzare i toni, fino ed oltre la linea di confine dell’inverosimile. Nella strampalata gara a chi avrebbe il bottone nucleare più grande, il solo imperativo evidente per la nuova Casa Bianca sembra essere questo: rilanciare, esasperare, muoversi in direzione ostinata e contraria rispetto a quella della prudenza, della diplomazia.

È ancora fresca la notizia della mano tesa di Kim Jong-un che in buona sostanza ha aperto ad un possibile negoziato con i cugini del Sud.

E Trump cosa fa?

Alza i toni, appunto. Cerca la sua personale convenienza nello scontro che fino ad ora, fortunatamente, è rimasto in un perimetro di parole e non di missili. L’iniziativa di una delle parti, però, potrebbe essere dietro l’angolo. Incauta o addirittura indesiderata, in una sorta di roulette russa del mondo di cui nessuno è in grado di controllare i rischi né tantomeno di prevedere le conseguenze.

Ma al tycoon sembra non importare un granché. E si irrigidisce anche quando non è necessario, proprio come in questo caso, con il dittatore coreano. Ma non solo. Fa lo stesso con Rouhani e il suo Iran, con Hussain e il suo Pakistan e, grosso modo, con qualunque pezzo gli capiti a tiro sul traballante scacchiere della politica estera americana.

Lo fa per agitare la sua platea cui tanto piace giocare alla guerra. Lo fa perché così non c’è bisogno di parlare d'altro, in particolare delle beghe interne che, nonostante la storica vittoria incassata sul fronte fiscale in coda di 2017, non mancano mai. Lo fa perché in fondo è l'unica cosa che sa fare bene: strillare, improvvisare comizi anche là dove nessuno glielo chiede, individuare il nemico di comodo del momento. Che fino a ieri era Hillary (che non a caso, proprio come un jolly, ogni tanto ripesca dal mazzo) e che oggi deve tassativamente essere qualcun altro, a turno.

Mercoledì 3 Gennaio 2018, 16:31
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