Bombe e spari nella moschea, 235 morti: la sete di vendetta degli sconfitti di Mosul

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di Fabio Nicolucci

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Il corpo dell'Egitto è martoriato da molto tempo dal flagello del terrorismo. Questo popoloso Paese è infatti non solo la capitale culturale del mondo arabo, ma anche il crocevia di una regione dove le contraddizioni della globalizzazione contribuiscono al jihadismo. L'Egitto è un attore panarabo, importante nel Levante - in particolare verso il Golfo e sulla striscia di Gaza - ma anche nel Nordafrica. Soprattutto nel decisivo teatro libico. Non è certo nuovo ad essere percorso e segnato da questa piaga contemporanea. Eppure l'orrenda strage della moschea di ieri nel Sinai del nord sembra avere caratteri inediti, e piuttosto che l'ultima di una lunga serie sembra essere la prima di una nuova fase. A segnare questo carattere di inquietante novità sono le modalità e l'obiettivo dell'attacco.

Per quanto riguarda le prime, questa volta la scelta è stata per un'azione di guerra, più simile alla battaglia di Mosul o di Raqqa che agli attacchi sinora effettuati contro caserme della polizia, posti di blocco dell'esercito egiziano, chiese copte o obiettivi turistici. Questa volta l'obiettivo non era terrorizzare, bensì sterminare. Si è sparato con tecniche da commando sui fedeli in fuga, e perfino sulle ambulanze che portavano via i feriti. Qualcosa di molto diverso dai recenti attacchi da parte dell'Isis del Sinai del 9 aprile scorso, contro le chiese copte di Tantra e Alexandria, o del 18 aprile contro il monastero di Santa Caterina.

Se, come è verosimile, questo attacco è stato effettuato dall'Isis del Sinai, è probabile che vi abbiano partecipato e magari lo abbiano addirittura concepito combattenti dell'Isis in fuga dal teatro di guerra siro-iracheno. 

Combattenti che non solo portano con loro l'abitudine ad ogni efferatezza e alle battaglie campali, ma che sono anche sconfitti e in fuga, e dunque preda di una sorta di torvo pessimismo amorale, privo di ogni freno inibitorio o politico. Questo ha prodotto l'attentato più sanguinoso della storia del terrorismo egiziano. Ha ragione il ministro Minniti, che avverte del rischio che il tumore spappolato a Raqqa e Mosul sparga le proprie metastasi prima nel teatro regionale e poi magari raggiunga anche casa nostra. Del resto proprio questa è stata la storia del «primo» Afghanistan, dove i foreign fighters in uscita da quel teatro hanno costituito il nucleo fondativo di A-Qa'ida.

Ma a dirci che questa volta l'elemento regionale, cioè l'imprinting dello Stato Islamico in quanto tale, è probabilmente non solo presente ma anche preponderante rispetto alla pur lunga scia di sangue per mano locale che segna la recente storia dell'Egitto, è la scelta dell'obiettivo. Perché si è colpita una moschea. E non un reparto dell'esercito egiziano, una struttura dove fossero presenti turisti occidentali o un obiettivo di una differente religione.
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Sabato 25 Novembre 2017, 08:58 - Ultimo aggiornamento: 25-11-2017 12:31
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