Un anno vissuto pericolosamente: il 2017 di Donald Trump

di Luca Marfé

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NEW YORK - Un anno di proclami, di promesse, di fatti. Un anno di parole, di strilli, di tweet, di gaffe, di insulti. Un anno di rottura, di schemi saltati, di improvvisazione. Un anno passato a rovistare nell’eredità di Barack Obama, con l’intento più o meno dichiarato di volerla distruggere. Un anno di lavoro, di viaggi, di golf. Un anno di intoppi, ma anche di successi. Un anno di Donald Trump.

Momento per momento, mese dopo mese, il 2017 del tycoon tra volti, luoghi e vicende della sua “nuova” America.



20 gennaio 2017, Inauguration Day

Il cielo di Washington è cupo, l’atmosfera del giuramento lo è ancora di più. Obama è lì, ma i suoi Stati Uniti, per come li aveva immaginati lui nel corso del suo ottennato, sembrano già lontanissimi.

«Thank you», grazie.

Questo l’esordio di Trump, le sue prime parole dal podio dei grandi.
La folla è scarsa e triste. Sarà oggetto di polemiche scatenate dallo stesso presidente attorno a Cnn e ad altri network, rei a detta sua di aver alterato e ridimensionato immagini e numeri.

Ma, più che la gente, è proprio il cielo a rispondergli. Il suo discorso coincide con l’inizio di una pioggia sottile, ma persistente.

Qualcuno vocifera di destino, dell’inizio di una stagione buia.

Qualcun altro, invece, lontano da Washington e dalle due coste, fa festa e celebra il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Il leader di un’altra America, di una nazione vasta, che una certa politica pensava di potersi lasciare alle spalle, di poter dimenticare.



21 gennaio 2017, Marcia delle Donne

Non passano ventiquattro ore e Trump ha già mezzo Paese contro. In particolare, come del resto era prevedibile, la sua componente “rosa”, quella delle donne. Quattro milioni di volti sfilano per le strade di Washington in quella che sarà ricordata come la più grande manifestazione di protesta della storia a stelle e strisce.

Slogan, cappellini colorati e anche tanti uomini sfidano un presidente accusato di misoginia e razzismo.

Il peggiore degli inizi. E non solo per il tycoon, ma per l’America tutta, già evidentemente lacerata in due metà.

23-27 gennaio 2017, la prima settimana

La prima settimana è rovente. Trump incontra gli amministratori delegati di alcune delle più grandi compagnie statunitensi e promette miracoli su tasse e lavoro. Alza i toni nei confronti di aziende e corporazioni che scappano lontano dai confini nazionali e le minaccia, in maniera neanche troppo velata, chiedendo loro di tornare a scommettere sul proprio Paese.

Apre le danze della politica estera, ne scompagina tutte le carte e sente al telefono il primo ministro israeliano Netanyahu. Discutono di Iran, Isis e questione palestinese. Simbolica, e al tempo stesso di grande sostanza, la scelta di partire proprio da Israele. Trump sa bene da che parte intende stare e, sin dalle prime battute, non ha nessuna intenzione di nasconderlo.

27 gennaio 2017, il primo “Muslim Ban”

Una raffica di ordini esecutivi tra cui, sùbito, il più discusso dell’era Trump: il cosiddetto “Muslim Ban”. La sospensione del programma di ammissione per rifugiati e immigrati provenienti da 7 Paesi a maggioranza musulmana: Iran, Iraq (successivamente escluso da questo elenco), Libia, Siria , Somalia, Sudan e Yemen.

Il provvedimento verrà ostacolato da giudici e corti perché ritenuto incostituzionale. Subirà varie modifiche e verrà rielaborato in diverse forme, fino alla vittoria definitiva dell’amministrazione sancita da una sentenza della Corte Suprema datata dicembre 2017.

13/14 febbraio 2017, Flynn, Comey e il Russiagate

Michael Flynn si dimette da consigliere per la sicurezza nazionale e, ventiquattr’ore dopo, Trump incontra il direttore dell’Fbi James Comey nello Studio Ovale. Lo stesso Comey dichiarerà poi in Senato che il presidente gli avrebbe sussurrato «spero che tu possa lasciar cadere la cosa», riferendosi alle indagini su Flynn e, più in generale, alle sue connessioni i russi.

L’ombra del Russiagate resterà lunga su Trump e sulla nuova Casa Bianca per tutti i mesi a venire.



25 febbraio 2017, lo strappo definitivo con la stampa

Per Trump la campagna elettorale non finisce mai ed uno dei suoi bersagli preferiti restano i giornalisti. Non perde occasione per rilanciare, per gridare «Fake News!» e così, alle porte della primavera, annuncia con l’ennesimo colpo di scena che non sarà presente alla cena con i corrispondenti alla Casa Bianca. Per quanto essenzialmente simbolico,  si tratta dell’ennesimo ceffone rifilato ai media, accusati nella migliore delle ipotesi di essere di parte. Oltre che poco credibili.

28 febbraio 2017, il primo discorso al Congresso

Trump si presenta per la prima volta tra le mura del Congresso per parlare di terrorismo, immigrazione e muro col Messico. Ma anche di infrastrutture, commercio con l’estero e borsa valori.

I democratici digrignano i denti. I repubblicani sorridono alle telecamere, ma sono i primi ad osservarlo con un certo sospetto. In fondo, è un presidente che non avrebbero voluto nemmeno loro.



7 marzo 2017, sale la tensione con la Corea del Nord

Ennesima telefonata con il premier nipponico Shinzō Abe. Trump rafforza lacci e legami con il Giappone e promette battaglia, di toni e non solo, sul fronte della Corea del Nord. Non esita a definire Kim Jong-un un «dittatore malvagio» e somma tensioni su tensioni al dossier Pyongyang. Lo fa, in particolare, in coincidenza con ciascun proclama e con ciascun lancio di missili del suo nemico giurato. E, naturalmente, attraverso ciascun tweet firmato di suo pugno.



17 marzo 2017, l’incontro con Angela Merkel

La Merkel arriva a Washington e va in scena uno degli incontri bilaterali più improbabili dell’intero 2017. Due leader diversissimi, distanze incolmabili su tematiche vaste e complesse e nessuna stretta di mano. Trump, però, proprio per il suo fare un po’ rude e quasi snob nei confronti di uno dei volti dell’establishment mondiale, convince il suo elettorato e insiste in maniera a suo modo efficace con la retorica dell’«America First», dell’America prima di tutto. E tanti saluti ai rapporti cordiali con il cuore dell’Europa.

24 marzo 2017, Obamacare resiste, Trumpcare si arrende

Uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale, una delle promesse mancate di questo presidente. Abrogare e sostituire Obamacare si rivela cosa assai più difficile di quanto pensassero lui e il suo entourage e così, dopo alcune giornate tormentate, è il portavoce della Camera Paul Ryan ad annunciare che i lavori attorno alla cosiddetta Trumpcare sono sospesi fino a nuovo ordine. La riforma sanitaria, di fatto, non vedrà mai la luce nel 2017. Trump, però, si riserverà un colpo di coda che, grazie alla rivoluzione fiscale di fine anno, smantellerà interi comparti immaginati e messi in piedi dal suo predecessore.

5 aprile 2017, Steve Bannon rimosso dal suo incarico

Trump decide di rimuovere Bannon dalla sua posizione in seno al Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Iniziano a palesarsi le distanze tra il presidente e uno degli uomini più discussi della sua cerchia. Artefice della sua elezione, ma anche nucleo di mille e più polemiche. Una delle figure peggiori dell’estrema destra, razzista, degli Stati Uniti di oggi. Nocivo, insomma, in termini di immagine per un tycoon già alle prese con parecchi affanni.

6 aprile 2017, missili Tomahawk in Siria

È immediata o quasi la reazione statunitense all’utilizzo di armi chimiche da parte del regime siriano. Alle strazianti immagini di civili, e soprattutto di bambini morti, fanno eco 59 missili Tomahawk su alcuni depositi militari di Assad.

Si rischia un’escalation terrificante, ma Trump ricompone la sua America soddisfatto per il momento degli obiettivi raggiunti. Nessuno, nemmeno lui, pensa ad una guerra fatta di uomini sul campo.



13 aprile 2017, «La Corea del Nord è un problema»

Il presidente dei cinguettii: «La Corea del Nord è un problema. E saremo noi ad occuparcene». Iniziano le pressioni sulla Cina ed in particolare su Xi Jinping affinché si giunga ad una soluzione che non implichi l’uso della forza. Pochi giorni dopo, è il turno del vicepresidente Mike Pence che, in visita presso la Zona demilitarizzata al confine tra le due Coree, afferma: «è finita l’era della pazienza strategica».



20 aprile 2017, l’incontro con Paolo Gentiloni

Italia e Stati Uniti provano a voltare pagina dopo l’endorsement di Matteo Renzi a favore di Hillary Clinton («speriamo che sia femmina»). Gentiloni vola a Washington e fa sfoggio di tutto il suo stile e di tutta la sua diplomazia. Un incontro salvo nella forma, ma di poca sostanza. In particolare, Trump gela le speranze di Palazzo Chigi di garantire e rafforzare il ruolo dell’aquila americana in Libia. «Non ci interessa, non vedo alcun ruolo», chiosa netto il tycoon mostrando alle telecamere un sorriso forzato.

Per Roma la visita è una grande notizia. Per la Casa Bianca e per i media a stelle e strisce, invece, attenzioni e riflettori si dirigono rapidamente altrove.

9 maggio 2017, Russiagate, via anche Comey

Proprio come nel reality show che lo ha reso celebre, quello in cui gridava «You are fired!», Trump licenzia anche James Comey e lo rimuove dal suo incarico di direttore dell’Fbi.



19 maggio 2017, il primo viaggio istituzionale all’estero

Donald e Melania Trump in Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. E poi ancora l’Europa: il Vaticano, Papa Francesco che non gli concede nemmeno un sorriso, il presidente Mattarella e di nuovo Gentiloni. Sùbito dopo, Bruxelles, per parlare (male) di Nato. Il primo viaggio istituzionale all’estero si conclude, infine, a Taormina per il G7 ospitato dall’Italia. Si parla di sicurezza, cambiamenti climatici e crisi migratorie. Trump si chiama ufficialmente fuori dagli Accordi di Parigi e, parallelamente, punta il dito contro la Germania per le troppe auto tedesche vendute negli Stati Uniti. Melania, dal canto suo, incanta invece tutti tra abiti e sorrisi.



5 luglio 2017, ancora un viaggio istituzionale: Trump arriva in Polonia

Il presidente, con accanto la First Lady ed il suo entourage di consiglieri, sbarca a Varsavia per una tappa che anticipa il G20. Incontra il suo omologo Duda, prova a ricucire lo strappo con la Nato e si sofferma soprattutto sulla Corea del Nord, distante, ma al centro delle attenzioni delle ultime settimane.

Le fa eco l’ambasciatrice Nikki Haley che, dal Palazzo di Vetro dell’Onu, parla apertamente in Consiglio di Sicurezza di «opzioni militari».

La carovana presidenziale si sposta poi ad Amburgo dove Angela Merkel fa gli onori di casa. A seguire Parigi, con Macron fresco di elezione, sorridente e fiducioso anche riguardo ad un’eventuale ritorno degli Stati Uniti nel perimetro degli accordi sul clima. Una sensazione che verrà poi disattesa. Spettacolare la parata militare sugli Champs-Élysées per la festa nazionale francese.

8/15 agosto 2017, polemiche infuocate tra Corea del Nord e Charlottesville

Da un lato la tensione con la Corea del Nord che non accenna a scemare. E un Donald Trump che promette «Fuoco e rabbia» contro Kim. Dall’altro i fatti di Charlottesville, dove va in scena il peggio dell’estrema destra a stelle e strisce che il presidente fatica a condannare come dovrebbe. Settimane difficili che fanno addirittura vacillare la figura del tycoon alla Casa Bianca.

29 agosto 2017, Donald e Melania in Texas per l’uragano Harvey

Donald e Melania Trump arrivano in Texas per fronteggiare in prima linea il dramma dell’uragano Harvey. Ci sono il governatore Greg Abbott e i senatori Ted Cruz e John Cornyn. Non accenna ad acquietarsi, però, il fronte nordcoreano che viceversa ribolle e distrae operato (e account Twitter) del presidente.

6 settembre 2017, ancora un dramma: arriva l’uragano Irma 

Non finisce qui: arriva l’uragano Irma e Trump è costretto a proclamare preventivamente lo stato di emergenza in Florida, a Porto Rico e sulle Isole Vergini Statunitensi. Sale anche il tetto del debito pubblico per consentire l’impiego di nuovi fondi necessari per l’assistenza. Proprio attorno al dramma di Porto Rico, però, il presidente riceverà una valanga di critiche per essersi inizialmente disinteressato di un territorio che, secondo i suoi oppositori (ma non solo), il tycoon avrebbe percepito come una sorta di «America di serie B».



19 settembre 2017, il discorso in Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Uno dei discorsi meno diplomatici di tutti i tempi. Nei toni, ma soprattutto nei contenuti. Trump vuole riformare l’intera Organizzazione delle Nazioni Unite e, nello specifico, punta il dito contro il rivale nordcoreano, apostrofandolo come «Rocket-man», uomo razzo. Si prende gioco di lui, minaccia sotto gli occhi del mondo intero di essere pronto a «distruggere completamente la Corea del Nord». Menzioni taglienti, infine, anche per Venezuela e Iran.

2 ottobre 2017, Trump parla alla nazione dopo la strage di Las Vegas

58 morti, circa 500 feriti, condoglianze e parole gravi. Ma nessun accenno al tema delle armi, di un Secondo Emendamento sempre più discusso e sempre più discutibile.

Trump sa che l’America dei conservatori non glielo perdonerebbe. E sceglie di recitare la sua parte, con l’aria istituzionale del padre della nazione e senza scontentare la base che lo ha sostenuto e che gli ha consentito di approdare alla Casa Bianca.



3 novembre 2017, il tour in Asia

Prima tappa interna, Isole Hawaii. Poi Giappone, Corea del Sud, una sortita saltata a causa della nebbia presso la Zona demilitarizzata al confine tra le due Coree e dopo ancora Cina, Vietnam e Filippine. Particolarmente suggestiva, e apprezzata, l’accoglienza d’onore che gli riserva Xi Jinping a Pechino. Il “dragone”, da bersaglio di una campagna elettorale fondata anche sugli squilibri di un commercio con l’estero considerato «sleale», diventa di colpo uno dei migliori alleati di questa amministrazione. Stravaganze e improvvisazione di un presidente capace di personalizzare qualsiasi relazione. Brilla sempre più luminosa, anche negli indici di gradimento, la stella di Melania.

1 dicembre 2017, Russiagate, Flynn si dichiara colpevole

«Ho mentito all’Fbi». La Casa Bianca minimizza («il caso riguarda soltanto lui»), ma Trump trema. Spunta anche il nome di Kushner e il cerchio sembra stringersi di ora in ora attorno alla figura del presidente. Che risorge, però, grazie ad alcuni colpi di scena. E ad un’importante vittoria.

4/8 dicembre, Travel Ban, tasse e Gerusalemme

La Corte Suprema dà il via libera al Travel Ban e Trump mette in bacheca il primo trofeo. Nel frattempo, in Senato inizia a materializzarsi la riforma fiscale (approvata inizialmente con lo scarto di un solo voto, ma appunto approvata) e si torna ad alzare la voce sul fronte mediorientale: «Gerusalemme è la capitale di Israele».
Un triplo colpo che rilancia ambizioni e immagine di un presidente il cui destino politico, soltanto una settimana prima, sembrava già segnato.

22 dicembre, Trump firma la riforma fiscale e vola a Mar-a-Lago

Il più grande taglio delle tasse dagli anni di Ronald Reagan ad oggi. Aliquote che precipitano dal 35 al 21% per le grandi corporazioni, ma anche per le piccole e medie imprese. L’economia a stelle e strisce esulta, fa registrare record su record tanto in termini di Pil, quanto in borsa, quanto ancora in numeri e percentuali relativi all’occupazione (oramai piena).

Capolavoro o azzardo?

Difficile stabilirlo a priori.

Il quadro, infatti, potrebbe ulteriormente migliorare nei mesi a venire o, come temono invece i detrattori di Trump e della rivoluzione dell’erario, precipitare in una voragine di deficit che alcuni analisti quantificano tra l’uno e i due miliardi di dollari nei prossimi dieci anni.

Fatto sta che i sostenitori del tycoon fanno festa e tutte le profezie nefaste tracciate attorno alla sua elezione appaiono, a un anno di distanza, ben lontane dall’essersi materializzate.

Il presidente tira il fiato, sfoggia con aria furba il suo migliore sorriso beffardo e torna, almeno per il momento, almeno per qualche giorno, a giocare a golf.

Domenica 31 Dicembre 2017, 09:06 - Ultimo aggiornamento: 31-12-2017 19:48
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