Iran, spari contro i manifestanti: almeno sei morti, diversi feriti

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Ancora proteste in Iran contro il carovita e il governo, e cominciano a contarsi le prime vittime della repressione messa in atto dal regime: ieri sei i morti a Doraud, città a circa 325 chilometri a sudovest di Teheran, dove nella notte altre due persone hanno perso la vita, colpite dalla Guardia repubblicana. L'agenzia Mehr scrive che la protesta di Doroud non era stata autorizzata.

Circa 200 dimostranti sono stati arrestati ieri a Teheran «per aver distrutto proprietà pubbliche e per gli scontri», ha detto il vicegovernatore della capitale iraniana, Nasser Bakht, aggiungendo che altre persone sono invece state rilasciate, compreso un gruppo di studenti. Bakht ha aggiunto che sono stati arrestati anche circa 40 leader delle «manifestazioni illegali».

«La critica è diversa dalla violenza e dalla distruzione della proprietà pubblica», ha detto il presidente iraniano Hassan Rohani nel primo discorso dall'inizio delle proteste. «Le autorità devono autorizzare le manifestazioni e le proteste legali», ha aggiunto.


In alcuni video pubblicati ieri notte sui social media si vede un dimostrante con una ferita da arma da fuoco e manifestanti a terra mentre in sottofondo si sente il rumore di spari. Questa mattina l'agenzia stampa semiufficiale Ilna scrive che le autorità hanno arrestato una ottantina di dimostranti ad Arak, circa 280 chilometri a sud di Teheran. Nella capitale alcune centinaia di studenti sono scesi nelle vie intorno all'università unendosi alle contestazioni e nelle strade del Paese sono state attaccate banche e bruciati ritratti della guida suprema Ali Khamenei.

Intanto Instagram e Telegram sono stati bloccati
«per mantenere la pace» durante le proteste. Lo annuncia la tv di stato iraniana, dopo che l'amministratore delegato di Telegram, Pavel Durov, aveva denunciato via twitter il blocco dell'app. Durav aveva sostenuto che il blocco era arrivato in risposta al rifiuto della società di chiudere i «canali di protesta pacificamente».
 
 

Mentre infuria la protesta anti-governativa però, sia nella capitale che in altre località decine di migliaia di persone hanno organizzato manifestazioni a favore dell'attuale esecutivo e del presidente riformista, Hassan Rohani. A fronte di un dispiegamento di polizia imponente, finora gli arresti hanno riguardato una cinquantina di persone, mentre la diatriba interna si è velocemente spostata sul piano politico, in particolare con gli Stati Uniti.

Di buon mattino infatti, ieri, il presidente americano Donald Trump attraverso la portavoce della Casa Bianca ha twittato: «Il governo iraniano dovrebbe rispettare i diritti del suo popolo, compreso il diritto di espressione. Il mondo sta guardando». E ha citato le «proteste pacifiche di cittadini iraniani stanchi della corruzione del regime e dello sperpero delle ricchezze nazionali per finanziare il terrorismo all'estero». Un concetto che ha poi ribadito anche attraverso il suo account Twitter personale. «Dichiarazioni ingannevoli, ipocrite e opportunistiche», ha commentato poche ore dopo il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Bahram Gashemi. Che ha invitato «il popolo iraniano a non dare credito alle critiche espresse dal signor Trump o dai suoi funzionari».

 

«Grandi proteste in Iran. La gente finalmente ha capito che i loro soldi e il loro benessere viene sperperato per il terrorismo», ha poi insistito oggi il presidente americano sempre su Twitter. «Sembra che gli iraniani non ne possano più. Gli Usa vigilano su eventuali violazioni dei diritti umani», ha aggiunto.

Nessun accenno, per ora, da parte di Teheran al fatto che la situazione di criticità economica per settori della popolazione iraniana è in parte causata proprio dall'atteggiamento degli Usa e dal persistere di alcune sanzioni, volute da Trump nonostante l'accordo nucleare siglato dal suo predecessore Barack Obama nel 2015 e che l'America dell'attuale presidente Usa vorrebbe cancellare. Propagandato dalla tv di stato invece, l'invito agli iraniani a non partecipare a «raduni illegali». Secondo numerosi osservatori l'invito è diretto a intellettuali e borghesia illuminata che rimproverano al presidente Rohani di non aver ancora realizzato le sue promesse su diritti civili, diritti politici e diritti umani.

Numerosi sono gli iraniani delusi dal fatto di non avere ottenuto benefici dall'accordo del 2015 sul nucleare, che ha permesso la revoca di sanzioni internazionali che colpivano la Repubblica Islamica. Un monito però anche a quella parte iper-conservatrice del Paese che rimpiange la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad e che, sempre oggi, ha voluto festeggiare la sua rielezione a presidente nel 2009. Otto anni fa Ahmadinejad riuscì a sconfiggere la piazza e i candidati moderati di allora, Mirhossein Mousavi e Mahdi Karrubi. Dopo anni sottotono, ora molti ritengono che ci sia anche lui dietro agli attuali problemi economici di Rohani. Ahmadinejad ha infatti avviato una sorta di sotterranea campagna elettorale in vista delle presidenziali del 2020, diffondendo dichiarazioni pubbliche e messaggi sui social network che criticano la situazione del Paese e anche la magistratura, rea di aver fatto finire in carcere persone a lui vicine per corruzione e reati finanziari.
Sabato 30 Dicembre 2017, 21:36 - Ultimo aggiornamento: 31 Dicembre, 19:41
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