Ciro l'immortale: «Troppa arroganza contro le donne, è ora che i maschi cambino»

di Titta Fiore

In Italia, ogni due giorni e mezzo, una donna muore uccisa per mano di un uomo che aveva creduto marito, amante, amico, fratello. Un uomo di cui si era fidata, prima di cominciare ad averne paura. I dati dell'Istat tracciano un diagramma spaventoso: se altri tipi di reato fanno registrare oscillazioni fisiologiche, il femminicidio non conosce flessioni. Non è, non può essere solo una «questione di donne», è evidente. Contro le violenze, gli abusi, le molestie, le botte, gli sfregi del corpo e dell'anima è necessaria una presa di coscienza maschile. «Ci sono tanti uomini che vogliono bene alle donne, perché rimangono a guardare?» si è chiesta la presidente della Camera Boldrini parlando in un'Aula piena, per la prima volta, solo delle vittime di questa insensata aggressione, nella Giornata Internazionale contro la violenza di genere. Perché anche chi potrebbe intervenire, spendersi, schierarsi, non lo fa? Lo abbiamo chiesto a Marco D'Amore, Ciro l'Immortale di «Gomorra», attore e regista di raffinata formazione che sullo schermo si trova a vestire i panni di artefice e vittima, nello stesso tempo, della violenza sulle donne, assassino di sua moglie e padre di una bambina massacrata a colpi di pistola per una vendetta criminale.

Perché ancora manca una presa di coscienza maschile di fronte ai dati allarmanti del femminicidio, secondo lei? Perché gli uomini rimangono a guardare?
«Perché il problema non riguarda solo le donne. Viviamo in un mondo violento in ogni sua piega: fisicamente, psicologicamente violento. Se scardiniamo l'etica, se cancelliamo la correttezza formale e sostanziale dei rapporti, come purtroppo accade, che cosa resta? L'esercizio del potere. Brutale, prevaricante, biologico, di chi crede, cioè, di avere gli attributi per farlo».

Come si inverte questa logica perversa?
«Non credo più ai grandi cambiamenti, preferisco le rivoluzioni intime, la correttezza dei comportamenti quotidiani. La vedo, certo, l'arroganza maschile, e penso che bisogna correggerla alla radice».

Partendo, cioè, dalla formazione, dalla didattica.
«Appunto. Tutto comincia nella scuola. Gli insegnanti devono spiegare ai maschietti che la differenza biologica non è un merito, e alle bambine che il corpo è un bene privato che non va esibito, né usato come una scorciatoia. Io sono cresciuto tra le donne, ne ho ammirazione e rispetto e mi preoccupa vedere svilita l'idea di femminilità così come la esprimono certe ragazze, ridotta al computo dei like sui social network».

Perché l'esibizione del corpo è diventato il codice dominante?
«Perché veniamo da un ventennio che ha visto tra i suoi protagonisti alcuni dei personaggi più incolti e beceri prodotti da questo Paese. E l'incultura ha generato l'idea che per valere devi essere figa. Se non lo sei meriti lo scherno. E lo scherno ripetuto, codificato, abusato, è pari alla violenza, per me».

Per cambiare i comportamenti bisogna cambiare i linguaggi?
«Le racconto una cosa che mi ha colpito molto. Riguarda Ariane Mnouchkine, la regista francese, ma vale per tutti. Dopo l'attentato del Bataclan, a Parigi, chiese a un taxista arabo, semplicemente: che cosa si può fare? E l'altro: Non lo so, ma so quello che devo pretendere da me: essere esemplare. Ecco, penso che essere esemplari sia un imperativo categorico per me e per chi mi rappresenta».

L'azione politica è insufficiente?
«Io voglio il buon esempio. La formalità dei comportamenti. Dico, con Pasolini: La maniera è l'unica cappella dove si affresca il vero. Oggi si è persa qualsiasi forma di rispetto per l'altro, e soprattutto per le donne. Penso alla subordinazione biologica, alla maternità negata in nome della produttività, al ricatto di tante aziende: se vuoi lavorare non puoi restare incinta... ma che mondo è questo?».
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Domenica 26 Novembre 2017, 11:48 - Ultimo aggiornamento: 26-11-2017 11:48
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