La strage di mafia nelle campagne di Foggia: si riaccendono i riflettori sulle province abbandonate del Sud

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di Gigi Di Fiore

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Inviato a San Marco in Lamis

Il solo nome evoca ricordi sinistri. «Gran ghetto» era a Rignano Garganico, ad appena sette chilometri da qui. Una bomba di disagio, un concentrato di sporcizia, precarietà, abusi sociali. Una piccola cittadella di baracche in lamiera, vecchie roulotte che cadevano a pezzi, tende sfasciate. Una città-non città dove hanno vissuto tra i 500 e i mille immigrati d'Africa. Raccattavano per le strade provinciali rifiuti, tubi di ferro, teli, elettrodomestici da discariche per farne diventare pezzi di «Gran ghetto». C'era anche un ristorante in una tenda e una baracca di ritrovo. Una vergogna per 20 anni, che assicurava tetto e residenza stabile a chi, da queste parti, viene per raccogliere i pomodori racimolando 20-25 euro a giornata. A «Gran ghetto» arrivavano i caporali, reclutavano i lavoranti della terra e poi li riportavano la sera con le schiene spaccate dal lavoro senza sosta sotto il sole.

«Siamo noi africani che stiamo facendo la storia di questa regione», dice con un po' di verità Demba Agetto, immigrato iscritto al sindacato Usb di Foggia. È lui ad aver guidato un centinaio di connazionali nella protesta di pochi giorni fa, alla ricerca di un tetto che non c'è più dopo l'abbattimento delle baracche di «Gran ghetto». Le ruspe e i carabinieri sono arrivati agli inizi di marzo, per smantellare quel concentrato di problemi sanitari e condizioni disumane, dopo un incendio con la morte di due immigrati. Ma in assenza di una bonifica definitiva, come Araba fenice, sembra che «Gran ghetto» stia risorgendo: nella stagione della raccolta dell'oro rosso, la produzione principale della Capitanata, accorrono gli immigrati e non sanno dove andare. Si rifugiano lì, almeno per dormire. È questa la provincia dimenticata, un'altra tra le tante nel Sud. Ora i riflettori si accendono, dopo una giornata di sangue. È riesplosa la guerra tra cosche nella storica mafia foggiana. Nell'agguato, non lontano da San Marco in Lamis, sono stati massacrati il boss Mario Luciano Romito e il cognato. Ma quello che rende ancora più spietato tutto è la morte di due innocenti, due contadini ammazzati, Luigi e Aurelio Luciani, solo perchè erano testimoni scomodi.
 
 

La provincia di Foggia, terra di turismo e pomodori. Terra di approdo per gli aliscafi che vanno alle Tremiti, di villaggi turistici affollati a Vieste e di pellegrini in visita alla tomba di Padre Pio a San Giovanni Rotondo. Terra di immigrati di passaggio e di mafia. Solo da una settimana, Pier Nicola Silvis non è più questore di Foggia, sua città natale e di residenza. Spiega: «L'ho ripetuto anche alla Commissione parlamentare antimafia, in questa provincia viviamo una presenza mafiosa aggressiva. Scontiamo che qui i riflettori non si accendono, che l'attenzione è scarsa per quest'angolo di Mezzogiorno. E questi gruppi, di cui conosciamo e denunciamo tutto, prosperano anche per la scarsa attenzione generale».

Dall'inizio dell'anno, qui i morti ammazzati sono stati tredici. A questi si è aggiunto anche un ventisettenne scomparso. Lupara bianca, come nelle tradizioni mafiose. Non è la vecchia e ormai estinta Sacra corona unita salentina, ma è una mafia che si divide i guadagni delle estorsioni e del traffico locale di droga. E dice il giornalista Claudio Gabaldi che da anni segue queste vicende nella provincia dove vive: «Il gruppo del boss ucciso, Romito, ha una particolarità che è il controllo delle rapine in tutt'Italia ai blindati portavalori. Un vero business illegale e violento». Gli esperti di questa mafia, come i carabinieri del Comando provinciale di Foggia, citano un «libro rosso» dove si descrivono i gruppi delle famiglie Libergolis e Romito, prima unite poi in guerra tra loro. L'agguato di queste ore sarebbe un'appendice di questa guerra, anche se qualcosa non quadra con i Libergolis già sgominati da arresti e morti. La mafia foggiana ha vissuto otto guerre interne, ha circa 300 affiliati tra i vari gruppi divisi in tre aree e, soprattutto, non ha collaboratori di giustizia di rilievo, ricordano i carabinieri. E aggiunge Claudio Gabaldi: «Sono spietati. Uccidono innocenti e anche bambini, come accadde agli inizi degli anni'80 nella strage detta Ciavarella, dove furono uccisi ben tre bambini».

Eppure tutto questo non riesce a superare i giornali pugliesi. Qui i riflettori dei grandi media non arrivano, o arrivano raramente. E il Sud dimenticato, quello dove l'immigrazione dall'Africa non è solo argomento di confronto, ma una realtà da oltre 20 anni. Con tutto il suo carico di problemi e difficoltà di integrazione. Il gruppo del Movimento 5 Stelle alla Regione ha denunciato la rinascita di «Gran Ghetto». Scrivono in un loro documento di pochi giorni fa: «Diverse roulotte sono tornate, aspettiamo di nuovo le ruspe come a marzo per abbattere i casolari abbandonati e i ruderi rimasti dove vanno a dormire decine di immigrati in questi giorni di raccolta». Per capire cosa sia il pomodoro in questa provincia al buio dei riflettori, basta citare la produzione dell'azienda Princes Ltd controllata dalla Mitsubishi, con quote dell'imprenditore campano di Sant'Antonio Abate, Antonino Russo. Quella fabbrica, aperta nel 2009 nell'area Asi di Foggia, trasforma qualcosa come 300mila tonnellate di pomodori all'anno. E anche le aziende campane ormai si approvvigionano quasi solo di pomodoro pugliese. A San Severo, che dista 30 chilometri da San Marco in Lamis, c'è la sede della cooperativa «Africa-Di Vittorio». Nomi evocativi: le battaglie contadine del sindacalista pugliese negli anni 50 associate alle rivendicazioni degli immigrati africani. Il presidente della cooperativa è il senegalese Mabaye Ndyaie, che dice: «Cerchiamo con altre associazioni di avviare un percorso di dignità».
 

Ma sbaglia chi crede che i caporali-sfruttatori siano solo pugliesi. Ci sono anche gli africani, che hanno rapporti con gli imprenditori delle aziende agricole, posseggono uno sgangherato pulmino e ogni giorno portano sui campi i connazionali da cui prelevano una percentuale sul guadagno giornaliero di 20 centesimi per ogni cassone. All'immigrato ne spettano 3,50 euro e, a fine giornata, sommano 20-25 euro. La Regione tenta un esperimento: soggiorno e lavoro in un'azienda agricola, la «Fortore» di Torremaggiore. Vi lavorano 120 migranti, che lì dormono. A giugno, il governatore Michele Emiliano ha cercato soluzioni alle centinaia di immigrati orfani di «Gran ghetto», che poi era solo uno dei dieci ghetti di immigrati in provincia di Foggia, secondo un rapporto dei Medici senza frontiere. Con 5 milioni e 900mila euro dovrebbero sorgere tre aree attrezzate con prefabbricati, gestite dalla Regione. Due sono in provincia di Foggia, nei comuni di Apricena e Cerignola.

Per ora, è un libro del futuro. Nelle strade provinciali gli immigrati girano a piedi. Secondo dati approssimati forse per difetto, in questa provincia ne vivrebbero almeno 22mila legati alla raccolta del pomodoro. Nelle stesse strade provinciali i rifiuti abbandonati in discariche improvvisate sono così tanti che la Regione ha stanziato dei soldi per ripulirle, mentre il comune di San Marco in Lamis ha installato video camere per beccare chi abbandona rifiuti. Ma l'argomento del giorno è l'agguato mafioso. Anche a Padula, che è il suggestivo centro storico dalle casette bianche e lo scalone. Padula sta per palude, perchè qui era tutto un acquitrino. Il sindaco Michele Merla, laureato ma in attesa di prima occupazione, definisce «terribile» quello che è successo. Anche oggi sono sospese tutte le attività e, da domani fino a sabato, ci sarà lutto cittadino. È provincia lasciata al buio dai media, eppure per la prima volta nel 2016 anche in provincia di Foggia c'è stato un comune sciolto per mafia: Monte Sant'Angelo, nel 2011 dichiarata città protetta dall'Unesco, luogo d'origine dei clan Libergolis-Romito legati all'ultimo agguato. 

C'è chi si consola con le bellezze naturali, la grotta di San Michele, il turismo con le splendide Vieste, Peschici e Rodi. Ma, dieci giorni fa, proprio a Vieste un altro delitto di mafia con l'uccisione del trentunenne Omar Trotta nel suo risto-pub «L'antica bruschetta». Ucciso davanti alla moglie. In questa provincia, come in tante altre del Sud, il bello si alterna al brutto in una spirale dove non sai sempre orientarti. «Basterebbe più attenzione della grande stampa. Qui abbiamo tante cose uniche», dice l'ex questore Silvis. Lo ha scritto anche il presidente della Provincia foggiana, Francesco Miglio: «Abbiamo tante bellezze, ma nella promozione turistica regionale siamo rimasti un territorio emarginato». Chissà perchè.
Giovedì 10 Agosto 2017, 12:30 - Ultimo aggiornamento: 10-08-2017 19:49
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