Piano di privatizzazioni, Renzi e Padoan nuovamente ai ferri corti

di Alberto Gentili

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Roma. Si apre un altro fronte tra Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan. Dopo il no del segretario del Pd all’aumento dell’Iva e ad alzare i prezzi di benzina e sigarette per rastrellare soldi con cui riequilibrare i conti pubblici, arriva lo stop alle privatizzazioni. In primis quella delle Poste. Ma anche di Ferrovie. A guidare la rivolta contro il Tesoro c’è ufficialmente il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli: «Non sono uno statalista, ma questa operazione proprio non va».. Sono due i motivi dietro al doppio altolà. Il primo, il più nobile: il Pd sta riscoprendo la sua anima sociale. Come ha detto Graziano Delrio che di lavoro fa il ministro dei Trasporti, «ho dei problemi a privatizzare le Frecce con dentro il trasporto dei pendolari.

Non possiamo dire ai pendolari, scusate è il mercato! Bisognerebbe avere una clausola di salvaguardia anche per i perdenti della società. Non tutto si può ricondurre alle questioni economiche». Il secondo motivo: in un anno elettorale, l’ex premier non ha alcuna intenzione di «perdere milioni di voti». «E non c’è nulla di più impopolare», sostengono nel quartiere generale del Nazareno, «di chiudere gli uffici postali, licenziare migliaia di dipendenti e far consegnare la corrispondenza a giorni alterni. Poste è il più grande asset che abbiamo sul territorio con i suoi 13 mila sportelli e con i Comuni che ormai si rivolgono proprio a Poste per garantire alcuni servizi ai cittadini.

Colpire questa rete, significa colpire la gente. E noi non ci stiamo. Padoan se ne faccia una ragione. In più Poste sottoscrive il 25% del debito pubblico attraverso l’acquisto di titoli, se la vendiamo chi se lo compra!?». Il ministro dell’Economia, che dalla seconda tranche di privatizzazione di Poste spera di ricavare 2,5 miliardi con cui ridurre il debito, però tiene duro. L’ha confermato l’altro giorno, garantendo che «lo Stato manterrà il pieno controllo dell’azienda». Una linea sposata dal responsabile dello Sviluppo Carlo Calenda: «Le privatizzazioni in un Paese ad alto debito sono importanti per ridurlo e avere ulteriori margini per investire nello sviluppo».

Al Nazareno c’è chi scommette che dietro la difesa delle privatizzazioni, ci sia anche la difesa dell’attuale management in scadenza a maggio. «Perché è evidente», sostiene una fonte accreditata, «che per procedere alla dismissioni ti devi affidare a chi ora guida le aziende, Caio per Poste e Mazzoncini per Ferrovie». Di certo, c’è che in Parlamento è scattata la rivolta. In Senato, 26 parlamentari guidati da Salvatore Margiotta hanno scritto al capogruppo Luigi Zanda per sollecitare «un dibattito approfondito». Spiegazione di Margiotta: «La privatizzazione degli asset strategici del Paese va discussa per la sua valenza strategica, ma ancor di più per le sue ricadute che può avere sul territorio». La protesta si sta diffondendo anche alla Camera.

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Venerdì 17 Febbraio 2017, 08:41
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