Le interviste del Mattino. Minniti: 30mila miliziani di ritorno, la strage in Egitto è un segnale

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di Pietro Perone

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Napoli questione nazionale, metropoli in cui più di altre c’è l’esigenza di garantire sicurezza senza blindare le strade a patto che gli enti locali, Comune e Regione, stiamo dentro un percorso comune. E ancora l’incubo del terrorismo e soprattutto dei foreign fighters di ritorno, quelli che oggi, e non ieri, rappresentano anche per l’Italia una minaccia reale, i convitati di pietra del nostro Natale. Una mattinata con Marco Minniti nel suo studio al Viminale, anche alla ricerca di quella passione che in politica appare smarrita: «Un partito cosa è se non passione organizzata?» Lo diceva Antonio Gramsci, lo ripete il ministro dell’Interno quando si prova ad accennare alle contingenze anguste del suo Pd su cui preferisce rinviare valutazioni in attesa del lavoro che Piero Fassino sta compiendo alla ricerca di un dialogo che al momento pare impossibile con quel pezzo di compagni di sempre andati altrove: «Ci sono vite trascorse insieme, spero amicizie sopravvissute come con D’Alema. Parlerò solo quando questa storia sarà arrivata alla sua conclusione», dice Minniti.

L’altro giorno a differenza del passato lei ha affermato che i foreign fighters sono una minaccia reale: perché ha cambiato idea, quali sono gli elementi di novità?
«Il cambio di situazione sta nella sconfitta militare di “Islamic state”, organizzazione terroristica unica non solo nell’attualità ma nella storia delle organizzazioni terroristiche del mondo. La capacità simmetrica di sviluppare campagne militari, conquistare territori e gestirli organizzando istituzioni statuali; l’altro aspetto, asimmetrico, è quello propriamente terroristico producendo attacchi, un Proteo che cambiava forma. Ma nel momento in cui sono cadute Mosul e Raqqa, a loro modo ritenute capitali, è cambiato radicalmente lo scenario: la sconfitta militare di “Islamic state” non è la sua fine e in questo momento è ragionevole pensare che di fronte a una sconfitta possa esserci l’intento di rispondere con un’azione terroristica per dimostrare che l’organizzazione è ancora esistente e capace di avere un’operatività. Ancora non sappiamo chi ha armato le mani dei terroristi in Egitto, tuttavia la drammatica carneficina della moschea di al Rawdah testimonia una straordinaria capacità d’attacco. Si colpiscono fedeli, bambini, mamme. È un attacco all’ Egitto ma dobbiamo sentirlo come una sfida che riguarda anche noi. Nessuno sa quanti siano i combattenti stranieri, ma si può pensare, facendo una media delle informazioni avute, che siano tra venticinque, trentamila provenienti da cento paesi dal mondo. Una parte di questi saranno morti nelle campagne militari e per questo è importante che sul teatri di battaglia vengono raccolte informazioni e subito circuitate. Ma tuttavia quelli che non sono morti avranno l’obiettivo di tornare nei paesi di provenienza, sono in questo momento combattenti senza terra».

E l’Italia, come primo punto di approdo di migranti, è il Paese più esposto. 
«Potenzialmente questi miliziani di ritorno possono essere diverse migliaia di persone. Dieci mesi fa avrei avuto meno timori di oggi perché siamo di fronte alla fuga individuale rispetto a una sconfitta militare, una diaspora di ritorno. Poiché ognuno di loro è alla ricerca di una via, è naturale pensare che possano utilizzare i flussi migratori, la via libica e quella dei Balcani. In particolare la frontiera a sud della Libia diventa sempre più la frontiera dell’Europa. E la stabilizzazione di quel Paese ancora più centrale». 
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Venerdì 24 Novembre 2017, 22:58 - Ultimo aggiornamento: 25-11-2017 20:41
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