Salva-Atac, sì dei commissari «Ma la proroga è immotivata»

di Marco Carta e Lorenzo De Cicco


L'Atac riesce a incastrare l'ultima, decisiva tessera nel puzzle del concordato prima del voto dei creditori, il prossimo 19 dicembre (ma si potrà votare fino al 9 gennaio). Dopo il via libera di Procura e Tribunale, ieri l'azienda ha incassato il parere positivo dei commissari nominati dai giudici. Qualche ombra resta, soprattutto per le decisioni del Campidoglio, ma nel complesso il rapporto sostiene che la strategia scelta dal presidente e ad, Paolo Simioni, sia quella giusta. «La proposta concordataria - si legge al termine delle 594 pagine di dossier - è l'alternativa più vantaggiosa per i creditori rispetto alle ipotesi del fallimento ovvero dell'amministrazione straordinaria». Di più, i commissari scrivono di avere «apprezzato segnali di discontinuità rispetto alle condotte precedenti» e che da quando è stata avviata la procedura fallimentare, sotto la guida di Simioni, «non si sono registrate anomalie né significativi scostamenti dalle previsioni del piano». Un passaggio importante, che può rassicurare gli oltre 1.200 creditori: la municipalizzata, se si manterrà sui binari degli ultimi mesi, può rispettare quanto promesso nel piano di rientro dal suo debito gigantesco, lievitato a 1,3 miliardi di euro.
E le ombre? La prima riguarda la proroga del contratto tra Atac e il Comune dal 2019 al 2021, per rimandare ulteriormente la messa a gara dei servizi. Proroga votata per forza, nonostante i dubbi della Ragioneria e del Segretariato, dall'amministrazione Raggi. I commissari hanno ribadito quanto già detto da Anticorruzione e Antitrust. Le ragioni alla base della proroga, una presunta «emergenza» perché altrimenti i trasporti si sarebbero bloccati, «non sono oggettive in quanto derivanti da fatti e responsabilità attribuibili all'Atac e, a monte, al carente controllo del socio unico», cioè il Campidoglio. La proroga, per i commissari, non sarebbe stata necessaria perché Atac avrebbe continuato a gestire i trasporti fino al subentro di un nuovo gestore. Anche «la consultazione referendaria» di domenica, «non è destinata a incidere». Altro errore del Campidoglio: la svalutazione di 157 milioni di crediti dell'Atac con il Comune, che alla fine del 2017 non li ha più riconosciuti, nonostante li avesse approvati nei bilanci precedenti.

I commissari chiedono all'azienda di «riesaminare» i premi milionari promessi ai dirigenti nel 2016 e «sollecitano» l'azienda a intraprendere azioni civili di risarcimento (la prescrizione scade dopo 5 anni) contro alcuni ex manager, ricordando una sfilza di contestazioni: permessi sindacali, appalti, vecchie operazioni finanziarie sgangherate. L'azienda ha perso, per esempio, 3,1 milioni per i titoli Lehman Brothers comprati nel 2006, altri 18-23 milioni per il leasing di tram e treni nel 2003. Poi ci sono i 20 milioni di caparra per la sede (mai aperta) a Castellaccio costruita dal gruppo Parnasi e i 2,3 milioni di euro spesi per gli assunti di Parentopoli, poi licenziati. I danni, secondo i commissari, superano i «60 milioni». Tra le «gravi» lacune del passato, non avere contestato alcuni interessi alla Roma Tpl, che gestisce i bus in periferia, mancanza che avrebbe gonfiato il conto che ora va saldato.
Sul futuro, resta «un non trascurabile livello di incertezza» sui bond che l'Atac offrirà a creditori privati per saldare quasi il 70% del debito, ma è comunque meglio della liquidazione. Altro pilastro, il rinnovo del parco mezzi: nel prossimo triennio saranno acquistati 742 bus, in lieve calo rispetto alle previsioni (ne mancano 18), ma «non incide» sulla strategia. Desta preoccupazione invece la crisi finanziaria della fabbrica che dovrebbe costruirli: «Il rischio di posticipazione/mancata consegna dei bus non può essere escluso». Quanto agli ex depositi da dismettere, le perizie di Atac sono giuste, ma «non è agevole identificare un mercato di riferimento». C'è il rischio che non li compri nessuno, se il Comune non cambia destinazione urbanistica. E l'azienda ha già pensato di affittarli per mostre ed eventi.

«BUGIE DELLA GIUNTA»
La riuscita del concordato dipende dal Comune, i commissari sperano che il sostegno «sia inalterato». Ma al tempo stesso evidenziano alcuni motivi di scontro. A partire dalla tardiva approvazione da parte della giunta M5S del bilancio 2017, «così come le dichiarazioni rese in assemblea dal socio unico che ha, impropriamente, motivato il voto al solo fine di soddisfare una richiesta dei Commissari Giudiziari, in vero mai avanzata».

 
Mercoledì 7 Novembre 2018, 08:28 - Ultimo aggiornamento: 07-11-2018 09:30
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
1 di 1 commenti presenti
2018-11-08 10:55:58
Le Municipalizzate, sono da sempre, serbatoi di voti politici, e posti di comodo per politici trombati, sono in pochi ad avere competenze specifiche, e gli stessi non emergono perche' senza protettori, il mix giusto sarebbe una jont-venture con i privati , con controlli incrociati, annuali, e licenziamenti dei manager in mancanza degli obiettivi assegnati, non e' difficile, ma non si fa, chissa perche?.

QUICKMAP