Assegno di divorzio e tenore di vita,
deciderà la lite fra Omar e Lucrezia

di Gigi Di Fiore

Lei si chiama Lucrezia e ha un’azienda di imballaggi per gli alimenti con il marito Omar. Si sono sposati nel 1978, sono partiti dal nulla e la loro attività è cresciuta nel tempo. L’amore è finito, il matrimonio anche. Lucrezia e Omar si separano e poi divorziano dopo quasi 30 anni. Si dividono a metà il patrimonio familiare, ma Lucrezia chiede anche un assegno dopo il divorzio. Gestisce un centro di formazione al lavoro, ma sollecita l’assegno per il contributo dato alla famiglia e all’azienda creata con il marito in tanti anni di matrimonio. Il tribunale di Reggio Emilia le riconosce un assegno di 4mila euro, ma la corte d’appello di Bologna glielo toglie. È la storia-spia del contenzioso che divide da un anno magistrati, avvocati, sociologi. La storia-spia al centro dell’attesa storica sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione. Una sentenza che influenzerà migliaia di contenziosi nazionali, che riguardano rapporti interpersonali, valori spirituali come amore, fedeltà, riconoscenza. Si ripercuote sui figli ed entra a gamba tesa nella quotidianità, costringendo a fare i conti con redditi da ridimensionare e vite da rivedere. ll divorzio e l’assegno che uno dei due coniugi subito dopo pretende all’altro. Nella giungla delle sentenze di orientamento contrapposto, la vicenda di Lucrezia e Omar farà da precedente. 

Su sollecitazione di Giovanni Canzio, primo presidente fino a quattro mesi fa, il ricorso della coppia emiliana sarà deciso tra un mese dalle Sezioni Unite della Cassazione. Qualche giorno fa, la richiesta di annullamento della sentenza di Bologna con rinvio del sostituto Pg della Cassazione, Marcello Matera. Nella sua relazione, il magistrato ha fissato i temi in gioco: la discrezionalità che regola la delicata materia, gli ondeggiamenti, influenzati dai cambiamenti del nostro costume sociale, delle tante sentenze.

«A mio parere, le decisioni sull'assegno divorzile non possono seguire un criterio unico valido per tutti i casi - spiega proprio Marcello Matera - La valutazione va fatta sulle singole vicende, tenendo conto di tutti i parametri indicati dalla legge-guida. Credo che, come ho ripetuto in udienza martedì scorso, va fatta una valutazione congiunta dei presupposti in astratto con quelli concreti. Significa seguire criteri di equità».

La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione è molto attesa. Sarà come seguire il filo di 30 anni di cambiamenti nei rapporti matrimoniali del nostro Paese. Ne sono passati 48 da quando anche nell'Italia repubblicana fu dato il via libera al divorzio. Diciassette anni dopo, la legge 74 ha mutato i criteri di valutazione dell'assegno per separazioni e divorzi. È ancora la legge che fa da guida, al centro di centinaia e centinaia di sentenze. Fissa, di fatto, il criterio del «tenore di vita» che il coniuge più debole deve mantenere dopo il divorzio. Un tenore che gli deve assicurare, con l'assegno mensile, il coniuge che guadagna di più. Il «tenore di vita» è la sintesi di quanto si legge nell'articolo 10 della legge: l'assegno va assicurato al coniuge che «non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive».

Un criterio che, nel 1990, riconoscono in fila ben quattro sentenze delle Sezioni Unite della Cassazione. Elena è un ingegnere di Agrigento, dopo il divorzio le viene riconosciuto un assegno di 1200 euro da aggiungere ai 1800 per il mantenimento dei figli. In appello, però, i 1200 euro le sono stati tolti. Motivo? È un ingegnere, anche se le sue attività sono diminuite negli anni, può comunque procurarsi un alto reddito. Effetto del terremoto della sentenza della prima sezione civile della Cassazione dello scorso anno. È la famosa 11504 che doveva decidere sull'assegno del divorzio versato dall'ex ministro Vittorio Grilli alla moglie imprenditrice Lisa Lowenstein. Non conta il criterio del «tenore di vita», i giudici presieduti da Salvatore Di Palma stabiliscono che quello deve prevalere la capacità di «procurarsi mezzi adeguati». Chi ha uno stipendio non può pretendere l'assegno. Scrivono i giudici della prima sezione civile della Cassazione: «L'assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto».

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Domenica 15 Aprile 2018, 12:40 - Ultimo aggiornamento: 16 Aprile, 10:00
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COMMENTA LA NOTIZIA
2 di 2 commenti presenti
2018-04-15 22:43:18
Certo che oggi per sposarsi ci vuole proprio coraggio, eh. Oppure una grande stupidità ed ignoranza.
2018-04-15 15:57:19
stanno tremando le "femministe" querulomani

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