Arrestato un operaio irpino:
era mercenario in Libia e Ucraina

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di Valentino Di Giacomo

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Da Avellino ai teatri di guerra, prima in Libia e poi in Ucraina per combattere al fianco dei miliziani filo-russi. Per Antonio Cataldo, operaio avellinese, sono scattate ieri mattina le manette in una vasta operazione dei Ros dei carabinieri su tutto il territorio nazionale. Nel blitz sono state compiute anche sette perquisizioni e, con Cataldo, sono finiti agli arresti altri due combattenti. A Milano è stato bloccato Olsi Krutani, un albanese sedicente ex ufficiale delle aviotruppe russe, a Parma è stato invece intercettato Vladimir Verbitchii, operaio di origine moldava accusato di aver preso parte ai combattimenti lungo il confine russo-ucraino dietro corrispettivo di denaro. Un mandato di arresto è stato spiccato per altri tre soggetti, ancora irreperibili, che si troverebbero ancora nelle zone di guerra.

LA CACCIA
Le indagini sono partite da Genova, nel 2013, da un’inchiesta sull’area skinhead ligure e sul mondo ultras che ha consentito di documentare l’esistenza di una struttura dedita al reclutamento e al finanziamento di mercenari da inviare nel Donbass, area contesa tra Russia e Ucraina. Il reclutatore avellinese. Antonio Cataldo, 34enne con la passione per le armi, non si limitava solo al combattimento, ma – secondo l’accusa – si era attivato per reclutare e addestrare nuovi soldati da coinvolgere alla causa. Un lavoro, quello del mercenario, pericoloso ma foriero di enormi guadagni perché pagato dai 500 ai 3mila euro al giorno. Un giramondo con il fucile tra le mani, Cataldo si è addestrato giovanissimo in Russia e avrebbe svolto alcuni corsi di combattimento persino a Panama. L’uomo era già stato in Libia nel 2011, quando aveva appena 27 anni, come «contractor» al soldo dei ribelli anti-Gheddafi. Arrestato dai soldati del Rais, era stato poi liberato dalle carceri governative grazie ad un blitz delle milizie avverse al Colonnello libico. Un’esperienza durissima quella vissuta da Cataldo nel Paese nordafricano in cui ha visto la morte da distanza ravvicinatissima, ma che non gli ha impedito di continuare a mettere a rischio la propria vita. Così, quando nell’aprile del 2014, è scoppiato il conflitto nel Donbass, Cataldo ha subito cercato di ripartire per combattere. Tornava in Italia saltuariamente per reclutare altri combattenti su tutto il territorio nazionale, non solo in Campania. Spesso – all’interno della rete di combattenti - la ricerca di nuovi soldati avveniva anche attraverso il web, come accade per gli jihadisti dell’Isis. 

IL RECLUTAMENTO
«Sui social network - ha spiegato il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi - l’attività di combattimento veniva illustrata e in alcuni casi propagandata». Ma l’attività non era sempre redditizia: in alcune comunicazioni intercettate le persone indagate lamentavano che le paghe non arrivavano puntualmente. Alcuni soggetti reclutati, dopo essere stati addestrati a tirare con mitra e fucili, tornavano infatti sui propri passi perché non retribuiti. I reati contestati dalla procura di Genova scaturiscono dalla violazione della convenzione internazionale contro il reclutamento, l’utilizzazione, il finanziamento e l’istruzione di mercenari, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1989 e ratificata dall’Italia nel 1995. Gli italiani arruolati con le milizie filo-russe si erano anche contraddistinti per le loro abilità belliche. Pavel Gubarev, governatore dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, aveva pubblicamente lodato il contributo militare degli «italiani». Dalle indagini é emerso pure il legame tra alcuni indagati e il Comandante dell’Unità paramilitare neonazista «Rusich».

L’IDEOLOGIA
Gli inquirenti hanno però trovato interessante la presenza di combattenti separatisti di differente orientamento ideologico. Uno degli indagati, ad esempio, considerato estremista di destra, era attivo nel reclutamento di mercenari sul fronte russo-ucraino, successivamente si spostava ai confini fra Turchia, Siria ed Iraq per combattere con i miliziani del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan appoggiati dai fronti di estrema sinistra. Tra i combattenti irreperibili c’è Andrea Palmieri, noto come «Generalissimo» agli skin di Lucca e alle frange ultrà della squadra locale. Ancora in Ucraina si troverebbe Gabriele Carugati, detto «Arcangelo», figlio di Silvana Marin, ex dirigente della Lega a Cairate (Varese). L’altro è Massimiliano Cavalleri, detto «Spartaco», nato a Brescia, dichiaratamente neo fascista. Collegamenti con l’estrema destra che hanno portato l’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, a scrivere un’interrogazione parlamentare per chiedere «quali iniziative il governo intenda assumere, anche attraverso i propri servizi di intelligence». Le indagini vanno avanti, sarebbero più di 100 i combattenti italiani nel Donbass.
Giovedì 2 Agosto 2018, 09:05 - Ultimo aggiornamento: 02-08-2018 21:51
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3 di 3 commenti presenti
2018-08-02 15:12:48
bravi ragazzi farebbero comodo nelle file di polizia per controllo clandestini, non credo che qualcuno di loro finirebbe all´ospedale o si farebbe uccidere da un qualsiasi nero di giorno
2018-08-02 15:11:42
In una societa' capitalista dove conta solo il denaro, se uno vuole fare il "mercenario" all'estero deve poterlo fare...Lo Stato italiano non deve entrare in affari personali di coloro che operano tale scelta.
2018-08-02 10:55:29
A volte certi cervelli è un bene che vadano fuori dai confini del nostro Paese...

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