Cantone lancia l'allarme corruzione
«Ora c'è persino il prototipatore»

di Raffaele Cantone*

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Una delle più celebri frasi di Giovanni Falcone è dedicata alla transitorietà della mafia, che in quanto fenomeno umano «ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine». Nella speranza di riuscire davvero a scrivere prima o poi una parola definitiva, penso sia utile soffermarsi sulla fase “intermedia”, ovvero le modalità con cui la criminalità organizzata ha cambiato forma per stare al passo coi tempi e con le trasformazioni della società. Proprio nella sua evoluzione essa mostra infatti una particolare capacità di adattamento, che tramite una spietata selezione darwiniana affina in continuazione i suoi strumenti.

Anche se gli omicidi avvenuti fra Napoli e l’hinterland nelle ultime settimane sembrano dimostrare il contrario (ma le ragioni paiono altre), è innegabile che da anni le organizzazioni criminali preferiscono fare business piuttosto che sparare. Come ha ricordato di recente anche il Procuratore nazionale Franco Roberti, da tempo la corruzione è divenuta il vero collante fra la criminalità mafiosa e quella economica dei colletti bianchi.

Soprattutto fuori dalle aree di tradizionale provenienza geografica, il principale strumento è divenuto infatti la collusione. Per una ragione molto semplice: nelle aree di più recente insediamento non servono il piombo o l’intimidazione né quel controllo militare del territorio che in molte zone del Sud rappresenta ancora la vera cifra distintiva con cui i clan fanno sentire la loro presenza. Nulla di tutto questo è necessario a centinaia di chilometri di distanza, dove gli ingenti capitali illecitamente accumulati con le attività delittuose vengono reinvestiti e ripuliti: è molto più utile semmai fare affari con insospettabili imprenditori locali, esterni al sodalizio e in grado di garantire la rispettabilità di cui sono all’apparenza portatori.

Per effetto dei pesanti colpi subiti dalla magistratura, la strada della collusione ormai si fa strada anche al Sud. Il motivo del successo di questo metodo “inclusivo” e meno minaccioso (per quanto non meno temibile, anzi) è anche dovuto alla capacità di soddisfare una platea molto variegata di potenziali controparti, come hanno mostrato le inchieste degli ultimi anni: politici in cerca di sostegno elettorale ed economico, manager di Stato da cui dipendono commesse milionarie, impresari in difficoltà strangolati dalla crisi ma anche piccoli ingranaggi della macchina amministrativa come semplici impiegati pubblici. Le mafie oggi pagano tutti, senza distinzioni. E con un salto di qualità e notevole acume imprenditoriale, hanno iniziato a retribuire tutte queste categorie non più con la mazzetta “occasionale” ma a prescindere dall’asservimento costante agli interessi del gruppo criminale: si può essere messi preventivamente a libro paga solo perché un giorno il clan potrebbe aver bisogno di un favore, che sia un emendamento o un’informazione da insider.

C’è poi un altro aspetto da sottolineare: la comparsa di sempre nuove figure “professionali” che giocano la loro partita in questo campo fluido, in cui - come detto - tutto si tiene grazie al denaro e all’intermediazione corruttiva. Con la Prima Repubblica eravamo abituati al faccendiere. Poi abbiamo scoperto il facilitatore. Adesso siamo arrivati addirittura al prototipatore, l’esperto che mette a disposizione la propria competenza per cucire il bando su misura dell’azienda prescelta, con procedure apparentemente ineccepibili. Le regole, in pratica, vengono piegate a proprio uso e consumo, a conferma di quanto siano diventate ancillari la burocrazia e la politica, un tempo egemoni (si pensi a Mani pulite, quando erano i partiti i destinatari finali delle dazioni).

Sono tutti segnali che la corruzione non solo non è episodica ma ha compiuto un salto di qualità e si è fatta “sistema”, al punto che nemmeno più la distinzione fra corrotto e corruttore ha senso, perché le cointeressenze sono tali da aver reso quasi impossibile discernere fra l’uno e l’altro.

Questa serie di riscontri oggettivi mi porta a dire che, se è divenuta il principale instrumentum regni impiegato delle consorterie criminali, nei confronti della corruzione occorre avere lo stesso rigoroso approccio che si è avuto contro le mafie, quanto meno a livello culturale. Fino a trent’anni fa c’era chi ancora aveva il coraggio di negare l’esistenza di Cosa nostra. Oggi nessuno oserebbe tanto senza essere pubblicamente deriso. Allo stesso modo, finché non ci sarà un atteggiamento analogo anche nei confronti della corruzione - troppo spesso vista ancora solo come un modo per oliare gli ingranaggi - è difficile pensare di rendere davvero “transitorio” quel fenomeno umano evocato da Giovanni Falcone.

*Presidente Autorità Nazionale Anticorruzione



 
Lunedì 19 Giugno 2017, 10:26 - Ultimo aggiornamento: 19-06-2017 11:41
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