Suicidi sotto i treni, il racconto di un macchinista: «Un incubo tutta la vita»

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di Angela Pederiva

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VENEZIA - Di quella notte di tre anni fa ricorda tutto. «Erano le 5.45 del mattino, ma era ancora buio fitto. All’improvviso ho visto sulla massicciata una sagoma, sarà stata a cento metri da me. Ho suonato la tromba, ho azionato il freno. Ma non ce l’ho fatta ad evitare quel ragazzo... Poi ho saputo che aveva la mia età, in auto aveva lasciato un biglietto in cui diceva di voler farla finita».
A parlare è un giovane macchinista veneto, che da una decina d’anni conduce i regionali sulle linee dei pendolari, dalla Venezia-Udine alla Venezia-Castelfranco. Con la garanzia dell’anonimato, il dipendente di Trenitalia accetta di raccontare come vivono il tragico fenomeno degli investimenti sui binari questi lavoratori che per vivere guidano mezzi scelti da altri per morire. L’ultimo episodio è avvenuto lunedì mattina a Rovigo, dove un disoccupato 41enne in cerca di lavoro si è gettato sotto un Frecciarossa. Ma il 13 febbraio un dramma simile era toccato, sempre nei pressi della stazione polesana, ad uno studente 22enne. E nel giro di una settimana, fra il 13 ed il 20 gennaio, era successo per ben tre volte a Lancenigo di Villorba (Treviso): un 50enne, un 44enne e un 17enne, quest’ultimo figlio di un altro 50enne che ad ottobre era deceduto in circostanze analoghe nella vicina Susegana. Un elenco che potrebbe purtroppo continuare a lungo.
Torniamo a quel giorno del 2014: cosa ricorda?
«Tutto. Sono traumi che ti segnano per la vita, impossibile dimenticarli. Eravamo nel Trevigiano, in un tratto in mezzo alla campagna, dove non c’è illuminazione, al di là delle luci del locomotore».
A che velocità andava?
«A 140 chilometri orari, limite regolato dal nostro sistema di sicurezza. In quelle condizioni il dispositivo di frenata rapida richiede 500 metri per arrivare ad un completo arresto. Non so quanti secondi siano passati, però mi sono sembrati un’eternità. Sentivo il convoglio rallentare, ma ormai sapevo di aver investito qualcuno, è stato terribile».
A quel punto cos’ha fatto?
«Il regolamento prevedrebbe che sia il capotreno a scendere e verificare l’accaduto. Ma quel giorno in servizio c’era una ragazza, non me la sono sentita di lasciarla sola a cercare un cadavere... Mentre davamo l’allarme al gestore della tratta e alla polizia ferroviaria, con le torce ci siamo incamminati lungo i binari, finché abbiamo trovato il corpo senza vita di quel poveretto».
È stato indagato?
«No, la dinamica era chiara, la volontà suicidaria anche. Ma ad altri miei colleghi è capitato di finire sotto inchiesta, il che non fa altro che aggiungere dolore al dolore. Gli inquirenti dovrebbero mettersi nei panni dei macchinisti, che ogni giorno e ogni notte lavorano con l’incubo di trovarsi davanti qualcuno che si butta sotto il treno. Se penso ai miei compagni di concorso, solo ad un paio non è capitato, mentre altri sono già al secondo caso in carriera».
Come ha reagito?
«Ho parlato con la psicologa, mi sono preso qualche giorno di ferie. Ogni volta che ero solo, rivedevo la scena davanti a me, chiedendomi se avevo fatto tutto il possibile. Conoscevo già la risposta: sì. Ma anche se non era colpa mia, ero comunque consapevole che un ragazzo era morto sotto il mio treno. Non è facile da accettare, sapendo fra l’altro che le famiglie delle vittime sono poi chiamate anche a pagare i danni causati al blocco della circolazione ferroviaria. Oltretutto non ci sono solo i suicidi, ma anche le imprudenze».
Per esempio?
«Tipo la mamma che una mattina, al passaggio a livello di Carpenedo, ha fatto passare le sue due bambine sotto le sbarre ancora abbassate. O quella ragazza che l’altro giorno a Trebaseleghe ha attraversato i binari per fare prima. Per fortuna ero ancora fermo, ma con tutto il fiato che avevo ho urlato loro di fare attenzione».
Mercoledì 8 Marzo 2017, 16:48 - Ultimo aggiornamento: 09-03-2017 08:59
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