Viaggio in Togo per la vita | Giorno 11. Quando piove ad Afagnan

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di Nunzia Marciano

Oggi piove ad Afagnan. È la prima volta dall’inizio della missione. Oggi è l’ultimo giorno qui in Africa, qui in Togo. Domattina alle 7 un volo con scalo a Casablanca riporterà tutti in Italia. Tutti tranne Germana: lei resterà sino a metà settembre. A lei è stata affidata una parte dei soldi della generosità italiana: “Questo tienili tu. Usali per i pazienti che arrivano nel tuo ambulatorio e che vanno via perché non possono pagarsi le cure”. Questo è l’uso migliore che si possa fare del denaro. Il giorno inizia presto, come ogni giorno. Solo che oggi è l’ultimo: l’ultima sveglia alle 7, l’ultima chiamata di Ida e Fausto per l’appuntamento mattutino, l’ultimo latte che Fausto prepara per tutti per prendere il Malarone e l’ultimo caffè per “riprendere conoscenza”. Oggi è l’ultimo giorno e inizia con il messaggio collettivo nel gruppo di whatsapp da parte di Enzo Facciuto, onnipresente nonostante l’assenza.
 
 


È un gran bel messaggio: “Buongiorno Togotaliani. La missione è ben matura e volge al termine. In questi giorni avete scavato profondamente nella società intorno a Voi e dentro di Voi. Quando tornerete non sarete più quelli della partenza. Sia quelli che sono lì per la prima volta, sia i veterani. Io farei farei fare le gite scolastiche del 5° liceo in Africa sub-sahariana, anziché a Parigi o Praga. Varrebbero più di un anno di scuola. Vi auguro una proficua giornata di lavoro e meditazione. Vi saluto come farebbe Arif: “UMANITÀ A TUTTI”. C’è silenzio a colazione. La domanda è sul “come ci si sente l’ultimo giorno”. “Cambiati”, come ha scritto Enzo, dovrebbe essere la risposta. Ma non lo è. “Non ancora”, almeno. Piove tanto oggi. Felicien, la caposala, dice ad Ida che è perché “voi andate via”. Felicien è la responsabile del blocco operatorio, quella a cui ci si rivolge per ogni cosa. Ha circa 60 anni. “Ho un marito”, racconta, “ma non ho figli. Però cresco il figlio di mia sorella, uno dei suoi”, aggiunge. Felicien ha una specie di figlio adottivo quindi. Lo dice con tristezza. Sembra strano pensare che qui in Africa dove il tasso di natalità (così come quello di mortalità infantile) è altissimo, c’è chi invece non ha avuto bambini. Ovviamente le due cose non sono assolutamente collegate ma fa strano comunque. La mattinata oggi è dedicata proprio a loro, ai bambini della scuola che sta dietro al reparto di pediatria. La maestra si chiama Claudia, avrà più di 50 anni, ha un sorriso aperto e simpatico e parla inglese. Ci sono ancora alcuni dei giocattoli e dei vestiti portati dall’Italia e un paio di pacchi di pastelli da parte di Ida.

La consegna è una specie di festa, per i piccoli alunni ammalati. Tra loro ce ne è uno in particolare. È così bello, avrà un anno e mezzo, e indossa dei vestiti troppo piccoli e stretti per la sua età. Per fortuna tra quelli dall’Italia molti sono adatti a lui. È bellissimo ma anche così timido. Sulla manina ha la fascetta con l’ingresso per la flebo. Che tenerezza che fa. I bambini giocano con i colori, tutti, anche i più grandi e Claudia è attenta affinché tutti colorino. Ci tiene che ai bambini vengano scattate delle foto, forse perché ci tiene che il Mondo veda cosa c’è dietro la porta di una scuola di un ospedale di Afagnan, in Togo, Africa. Dietro quella porta ci sono i sorrisi aperti dei bambini, le loro manine e i loro occhi enormi. E un po’ più dietro, c’è l’immenso dolore delle loro patologie. Spesso incurabili. È bello trascorrere un’oretta con loro e al momento dei saluti, è Claudia a ringraziare per tutti. “Dio ti benedica”, dice in inglese, “benedica te, il tuo viaggio e la tua famiglia per tutto quello che voi missionari fate”. La domanda poi è sempre la stessa: “Tornerai?” Bella domanda. Per adesso non c’è una risposta però. Per adesso si è malinconici per la partenza ma malinconici anche per l’arrivo, come se non si stesse bene da nessuna delle due parti, né nel Mondo giusto né in quello sbagliato. Sarà questo forse il Mal d’Africa? Il chirurghi intanto completano il primo degli ultimi due interventi prima di fare il giro, anche in questo caso l’ultimo, ai post operatori. L’aria è più pesante del solito oggi. La pioggia non la rinfresca, anzi: la rende più pesante. “Poi quando piove tutto sembra più pesante”, osserva correttamente Ida. Già. Vale in Africa come in Italia. Oggi partono anche le suore. Per l’Italia. Ieri suor Simona è passata a salutare e ringraziare la missione.

È un portento suor Simona: “Starò in Italia 3 settimane”, dice, “ma preferirei star qui”, dice sorridendo. Non aggiunge altro. Forse perché qui si sente molto più utile che in qualunque altra parte del Mondo. Forse perché qui si è davvero utili a salvare vite. Forse. Intanto la pioggia ha quasi smesso di cadere e si sentono di nuovo gli uccelli che cinguettano. Oggi è l’ultimo pranzo tutti assieme, quello in cui si scoperchiano con curiosità le pentole messe lì da Kuffí per scoprire che niente, nemmeno oggi il cibo è prelibato. Ma è ovvio che non abbia nessuna importanza. Qui il cibo lo mangiano con le mani. “Sai quante infezioni si eviterebbe se si usassero le posate?”, avevo detto una volta Fausto. A volte bastano le piccole cose per iniziare a fare grandi cambiamenti. A volte sono le goccioline a far grande il mare. A volte. Oggi è l’ultimo giorno qui. E l’animo è stordito dall’Africa, da quella parte che non si può capire perché semplicemente non si può spiegare.
Lunedì 13 Agosto 2018, 16:03 - Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 11:47
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