Successo Rubinacci, questione di classe

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di Santa Di Salvo

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Giacca di lino spigato verde, pantaloni arancio e camicia jeans. “It’s a question of attitude”, questione di stile, titolò due anni fa l’inserto del Financial Times commentando l’eccentrico look in copertina di Luca Rubinacci, terza generazione della storica sartoria napoletana fondata da nonno Gennaro negli anni Trenta. Uno stile rivoluzionario e spavaldo che solo all’apparenza rompe con la tradizione. Ne sono convinti anche gli inglesi, visto che proprio quell’abito fu poi scelto dal Victoria & Albert Museum per rappresentare l’Italian Fashion nella collezione permanente della Sezione Costume e Moda del museo. Italian? Diciamo piuttosto Neapolitan Style. Che al suo meglio è proprio così, uno e bino, un occhio al passato aristocratico un altro alla contemporaneità global. Nel familiare gioco delle parti, oggi nell’atelier napoletano c’è papà Mariano che gioca in casa con il classico, abito blu ed eleganza senza tempo; il figlio Luca, 35 anni, è a Milano o in giro per il mondo, un dandy del nuovo millennio che pubblicizza la griffe anche con i “trunk show”, appuntamenti a casa dei facoltosi clienti per un “su misura” porta a porta; infine la gemella Chiara nell’epicentro del british style, “la reginetta di Mount Street” la chiama papà, con una boutique londinese che ha conquistato i salotti più esclusivi del Regno Unito. Il segreto di questo successo è proprio la fedeltà di fondo a se stessi, la vocazione genuina ad un artigianato di lusso. Corteggiati dalle multinazionali, i Rubinacci hanno sempre cortesemente declinato l’offerta. «Siamo piccoli e così vogliamo restare» dice Mariano. Cinquanta dipendenti di cui una quarantina di sarti, sette/ottocento abiti all’anno, tutto il lavoro svolto all’interno dell’azienda, oggi concentrata nella prestigiosa sede di Palazzo Cellammare. Calano gli italiani, la clientela è all’80% straniera. I costi? A partire da 5000 euro, fino a una vicuna-pashmina-seta che arriva a 28mila. Abiti unici, creati per una singola persona. Una cifra stilistica che ha caratterizzato la maison fin dalla sua nascita.
 

Tutto comincia negli anni Trenta con Gennaro Rubinacci detto Bebè, ufficiale di cavalleria, esteta e collezionista di porcellane di Capodimonte. I Rubinacci erano, ancor prima, nell’industria della seta. Nick Foulkes, giornalista e storico inglese, ha trovato documenti su uno stabilimento in via Medina e sul vascello Vittoria Rubinacci in servizio tra Napoli e l’India. Fu Gennaro, bon vivant e amico di tanti giovanotti di buona famiglia, a creare in anticipo sui tempi questa figura di “consulente di eleganza” oggi ahimè scaduta nei tristi e onnipresenti tutorial di massa. Bebè apre nel 1932 la sua London House. All’inizio sotto il ponte di Chiaja, subito dopo nello storico atelier di via Filangieri. «Papà s’è inventato la figura dell’intermediario fashion tra sarto e cliente, ma lungi dall’idea di farne un vero e proprio business» dice Mariano. E i primati non finiscono qui. Con buona pace dei grandi stilisti, a partire da Giorgio Armani, Napoli rivendica anche l’invenzione della “giacca destrutturata”. «Fino agli anni Trenta il sarto faceva il tappezziere – scherza Mariano – Sempre lì a compensare e a imbottire con tele, ovatta e imbottiture varie». La rivoluzione dello stile Rubinacci è la giacca camicia, la giacca sfoderata morbida e leggera che nasce a furia di levare, svuotata e alleggerita per essere confortevole. Complice anche la famosa manica “a mappina”, spalla arricciata senza imbottitura per un movimento più naturale. «La giacca napoletana è l’elogio dell’imperfezione» sostiene Mariano.

Nei registri aziendali Mariano Rubinacci ha ritrovato clienti e amici di famiglia importanti come Giovanni Ansaldo, Vittorio De Sica, Curzio Malaparte, il principe Umberto di Savoia. Bebè Rubinacci, nel ricordo familiare di Francesco Canessa, entrò a far parte del ristretto gruppo di amici cui persino lo scontroso Eduardo affidò il giudizio in anteprima sulla sua commedia più famosa, “Filumena Marturano”. Mariano prende le redini della maison nel 1961, quando Gennaro muore all’improvviso. Sono finiti i tempi di principi e re, di ferri incandescenti e di squadre di sarti governati dal grande Vincenzo Attolini. Nella nuova era degli abiti preconfezionati la sopravvivenza è il lusso delle cravatte Hermés e le camicie firmate Rubinacci. «Come Salgari, che amò l’India senza esserci mai stato, mio padre aveva lanciato a Napoli lo stile british senza aver mai messo piede a Londra». Toccò a Mariano il compito. Un inizio fortunoso, poi il giovanotto capisce che Rubinacci deve continuare proprio nel segno della tradizione inglese. A metà degli anni Settanta la lenta rinascita della sartoria su misura coincide con il fortunato incontro tra Mariano e il sarto Antonio Panico, che resterà con lui vent’anni. «Provammo a fare una giacca con una finissima gabardine di lana che usavo per le camicie safari. Allora il peso minimo era nove once, sette once era impossibile. Panico accolse la sfida e confezionò un blazer incredibile, impalpabile. Fu come rompere la barriera del suono». Negli anni, i vecchi pettinati e cardati usati nelle case senza riscaldamento cedono il posto a capispalla leggeri ed è davvero la rivoluzione. Con il light weight la sartoria Rubinacci fa un impressionante balzo in avanti.

Oggi è proprio il rampollo Luca ad aver rimesso (parzialmente) in discussione la struttura iperleggera, mescolando all’occorrenza i due stili. «Giacca inglese con morbidezza napoletana», la definisce. Nella sontuosa maison a Palazzo Cellammare è un piacere accarezzare con lo sguardo i circa ottomila tagli rigorosamente made in England collezionati nei decenni, con numerosi vintage degli anni Trenta e Quaranta. Jacob Rotschild, quarto barone Rotschild e amico speciale di Mariano, dichiara la sua “dipendenza maniacale” da questi tessuti e da questa sartoria, e ha voluto scrivere la prefazione della “Rubinacci Story” e del “Neapolitan Tailoring” pubblicata nel 2010 dalla DoubleF.
Venerdì 21 Aprile 2017, 08:54
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