Marinella, la bottega magica
delle cravatte

di Santa Di Salvo

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Ha detto di no a Donald Trump ma si prepara ad accogliere con tutti gli onori Camilla Parker-Bowles, duchessa di Cornovaglia, che sarà a Napoli il prossimo 1 aprile per inaugurare alla Riviera di Chiaia il museo del centenario. La botteguccia dei Marinella, così la chiamava Matilde Serao, ha una lunghissima storia di famiglia. Il cronista mondano registra con intenso compiacimento un nuovo successo del commercio e del buon gusto: quello ottenuto con l'inaugurazione del nuovo elegantissimo magazzino, in piazza Vittoria n. 287, dal nostro fine shirtmaker Eugenio Marinella.
 

Sulla pagina del Mattino del 28/29 giugno 1914 comincia così l'articolo che proprio Donna Matilde dedica al superbo emporio di articoli inglesi, augurandogli un fulgido avvenire. Donna Matilde ha portato bene, qui a Napoli siamo scaramantici e questo conta. Però a guardare la botteguccia a cento e più anni di distanza sembra ancora incredibile il miracolo di venti metri quadri in cui è circolato tutto il bel mondo internazionale. Marinella è il negozio dell'understatement elevato a modello di vita. La sua boutique è quella che ha prodotto al mondo il più alto fatturato rispetto ai metri quadri. Oggi non più, dopo che Maurizio Marinella, nipote di Eugenio, ha aperto l'attività a Milano, a Londra, a Tokyo, a Hong Kong. Mai nella Trump Tower, come avrebbe voluto Donald, che scrisse una lettera a papà Luigi. Lui, scettico e dubbioso, respinse l'offerta.

Oggi ci sono sette showroom, undici corner nei più prestigiosi department stores del pianeta e l'apertura imminente a Roma in via Campo Marzio. Fin qui il percorso, in parte parallelo a quello di altre prestigiose griffe partenopee. Quello che distingue invece nettamente questa maison iperfamiliare è l'accoglienza. Oggi come cent'anni fa, Maurizio si sveglia alle cinque, apre il negozio alle sei e trenta di mattina domeniche comprese, buongiorno con caffè e sfogliatelle per i clienti che amano dedicare a se stessi la primissima parte della giornata tra shopping rilassato e amabili conversazioni. Esattamente quello che accadeva cent'anni fa con i napoletani che uscivano da Villa Reale, la villa comunale passeggio di nobili e dame, spesso a cavallo e dunque oggetto di concupiscenti sguardi maschili che cercavano il polpaccio, la curva del seno, la pelle nuda. E valutavano, scherzavano, scambiavano occhiate seduttive.

«Sono nato a piazza Vittoria» dice scherzando Marinella. A poco più di sessant'anni portati benissimo, Maurizio ricorda quando ne aveva otto e nonno Eugenio gli disse: ora sei grande, devi scendere al negozio. A Maurizio non piaceva fare i compiti in mezzo alle cravatte, ma la dynasty funziona così. A dieci anni fa le consegne nelle case della nobiltà, a venti se ne va in giro per l'Italia a vendere cravatte a politici e industriali del Nord. Si iscrive a Economia e Commercio e papà gli leva il saluto. Ma lui ostinato alla fine ce la fa: «Ci ho messo 14 anni, ho imparato tanto». Tanto da rilanciare il marchio nel mondo come il brand di un lusso che non è opulenza ma vera eleganza: l'inimitabile stile partenopeo. «Abbiamo esportato un tipo di signore napoletano di assoluta eleganza internazionale».

Marinella è uno dei simboli più riconoscibili della città. Il sondaggio di una società americana di rating dice che Napoli viene identificata al primo posto con Maradona, al secondo con Totò, al terzo con Marinella, che batte persino San Gennaro. Al secondo piano dello storico palazzo della Riviera si sta lavorando per celebrare degnamente tanto successo planetario. Il Museo dei Cent'Anni della maison è quasi pronto. C'è la paglietta del 1936, la camicia da notte anni Trenta con gancio per le mutande boxer, le forme in legno per allargare i cappelli, la fiaccola delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 (Maurizio è stato tedoforo), documenti inediti e registri pieni di nomi famosi. Durante i lavori, sulla volta di un salone, sono affiorati anche alcuni affreschi di Domenico Morelli.

Per celebrare i fasti del dandy contemporaneo, Marinella, sempre controcorrente, s'è fatto vintage. Maurizio ha recuperato in Inghilterra antiche fantasie in seta negli stessi luoghi attorno a Manchester dove nonno Eugenio e papà Luigi andavano a scegliere i tessuti e ha riproposto una raffinata collezione Archivio con le stoffe originali dal 1930 al 1980. Ci sono i caramelloni degli anni Trenta, le fantasie degli anni Cinquanta con i fiorellini, i pied-de-poule e le follie psichedeliche dei Sessanta, i colori brillanti dei Settanta. Forse il merito più grande di Maurizio Marinella è proprio quello di aver dimostrato che «si possono fare cose grandi restando a Napoli». Che va di pari passo con l'altro atout tipicamente partenopeo: quella cordialità di tratto che mette da parte i fatturati e privilegia emozioni, amicizia e accoglienza.

«Da sempre ho voluto trasmettere ai miei interlocutori l'altra faccia di una città stupefacente, diversa da tutte le altre nel bene e nel male. Un ritratto di sobrietà, qualità e artigianalità. Lo abbiamo fatto anche in momenti difficilissimi, dopo lo tsunami spazzatura e terra dei fuochi. Abbiamo avuto lunghi periodi in cui commercio e turismo sono stati azzerati, i nostri settanta lavoranti restavano con le mani in mano. Ma non abbiamo mai licenziato nessuno. A Milano vedevo cartelli nelle salumerie del centro che dichiaravano con orgoglio: Non si vendono prodotti campani. Anche allora ci ho creduto. Oggi Napoli torna ad avere un riconoscimento fortissimo sul piano internazionale. Il mondo impazzisce per i nostri prodotti e il nostro modello di vita. Non siamo il made in Italy, siamo il made in Naples».
Venerdì 24 Marzo 2017, 08:46 - Ultimo aggiornamento: 24-03-2017 08:46
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