Harmont & Blaine, il bassotto a spasso per il mondo

di Santa Di Salvo

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Un mercatino di oggetti usati in via Foria, tanti anni fa. Vincenzo Menniti compra un animaletto in metallo, un bassotto di pochi centimetri che diventa un portafortuna di famiglia. Dei quattro fratelli Menniti-Montefusco (Vincenzo Domenico Paolo e Massimo, stessa madre ma due padri diversi) nessuno immagina che il bassotto diventerà il logo di un gruppo napoletano che da Caivano è partito per conquistare il mondo. Da una piccola azienda di guanti in pelle a un marchio internazionale dello sportswear di lusso con 500 dipendenti più 1000 nell’indotto, 150 punti vendita disseminati ovunque, un volume di affari di circa 80 milioni di euro nel 2016 e l’obiettivo ambizioso di quotarsi in Borsa entro il 2019, dopo l’ingresso in società del fondo di private equity Clessidra. 
 
 

Questo è Harmont & Blaine, con la & commerciale scaturita dalla tendenza dei primi anni Novanta per i nomi composti. Ma Blaine non significa, suona solo bene, dice Paolo Montefusco, dinamico amministratore delegato del gruppo. Invece Harmont ha solo una “h” in più dell’originario marchio Armont, che era la griffe della guanteria e metteva assieme i nomi di mamma Anna e papà Renato. Domenico Menniti, oggi presidente del gruppo dopo esserne stato amministratore per anni, cita del bassotto il fiuto e l’intelligenza che servono ai piccoli per farsi strada tra i grandi. Menniti è un “calabrese eccellente”, con recente cittadinanza onoraria dovuta anche al polo in provincia di Cosenza in cui si lavorano molti prodotti del gruppo. Un calabrese con le qualità del bassotto. Come tutta la famiglia Harmont & Blaine, che oggi nell’azienda di Pascarola ha raccolto in una stanza l’intera collezione di bassotti raccolta nel mondo da amici e clienti. La famiglia “allargata” Harmont & Blaine è mobile, mobilissima. Si va e si viene per controllare i punti vendita e le nuove aperture, Macao e Hong Kong dietro l’angolo e, finalmente, il ritorno in Cina con un partner importante, la Ygm, con la quale il marchio del bassotto ha chiuso un accordo per 27 punti vendita in un quinquennio, il primo dei quali sarà Shangai. Una grande soddisfazione dopo l’usurpazione del marchio da parte dei cinesi, finita in una controversia internazionale che ha visto la vittoria dell’azienda partenopea. A confermare il nuovo piano di espansione, la recente nomina a Global Brand Director di Corrado Masini, manager noto nel mondo del lusso, già operativo da Armani, Diesel, Pinko.

Che cos’è la moda oggi? chiedo a Paolo Montefusco, colui a cui più si deve per l’invenzione dello “stile bassotto”. «La moda è il modo di rappresentare se stessi. Quando dico lifestyle penso all’abito, al cibo e al mio relazionarmi con gli altri. Noi di Harmont & Blaine abbiamo l’ambizione di interpretare “all’italiana” quella fascia intermedia dell’upper casual che apparteneva soprattutto al mondo anglosassone. Ci collochiamo tra lo sportswear e il sartoriale, coniugando l’esigenza di informalità alla creatività italiana». 
 

Questo modello di eleganza rilassata fatta di colori, di abbinamenti inconsueti tra il rustico e l’elegante, di patchwork, di asimmetrie, di mescolanza di tessuti diversi, è diventato uno stile maschile, tutto sommato, in pochissime stagioni. Buona parte del merito di questa trasformazione va proprio al marchio del bassotto, che ha saputo osare e vincere una non facile sfida. Come è cominciata? Ce lo racconta Paolo Montefusco. «Erano i primi anni Novanta, facevamo ancora guanti e service per altre aziende, ma il settore era in crisi. Per superare la monostagionalità del prodotto firmammo un accordo con WP Store per una linea di costumi con tessuti di camiceria. Vado a Milano, compro, ma l’azienda ci contatta e dice: abbiamo venduto, non se ne fa più nulla. Guardavo i rotoli di tessuto e mi chiedevo: che ne faccio? Me li sono caricati in auto, li ho portati in laboratorio e ho inventato le prime camicie colorate». Nasce così la camicia Harmont & Blaine. Un’idea assolutamente in anticipo sui tempi, le stampe e le righe e i fiorellini adatti al mare. Le rimanenze di tessuto adoperate per una camicia patchwork, che riesce a mixare i colori e i tessuti, fino a otto insieme. È una piccola-grande rivoluzione che prepara la strada a uno dei prodotti iconici che meglio rappresenta il gruppo. L’altro must è la Polo Vietri, oggi di uso comune, ma allora difficile da digerire: la maglia a manica corta fatta con piquet e collo da camiceria, intercambiabile e colorato, da scegliere a preferenza del cliente. Harmont & Blaine diventa una griffe di riferimento in pochissimi anni, le boutique nel mondo si moltiplicano e il fatturato pure. Da due anni anche la linea donna, ripresa dalla maison dopo qualche tentativo non soddisfacente, è diventata una collezione dal sapore mediterraneo disegnata da una giovane e talentuosa stilista, Marianna Cimini, milanese nata ad Amalfi. 

E si vede: dallo stile ispirato alle vacanze in Costiera di Jackie nel 1962 la prima collezione, con una iconica Bucket, la borsa a secchiello in sei colori, piumini pure-silk reversibili e waterproof e i sandali capresi evergreen. Per la prossima estate Marianna ha disegnato una linea elegantemente informale ispirata a fiori e colori del Mediterraneo con i toni del blu, verde, giallo, arancio. H&B oggi punta molto sul womenswear, tanto da aver inaugurato a Palermo, l’anno scorso, la prima boutique esclusivamente femminile. «A entrare nei nostri negozi sono per la metà donne, che accompagnano i loro uomini a fare shopping e a scegliere spesso per loro – dice Menniti – Perché non approfittare per uno shopping di coppia?». Così via ai restyling che accolgono le collezioni al femminile in alcune delle boutique più eleganti, così come nei corner italiani de La Rinascente, spagnoli del Corte Inglès, messicani di Palacio de Hierro. Con l’aumento di capitale, H&B punta a nuovi investimenti in Europa, soprattutto Francia e Germania, e negli Stati Uniti.
Sabato 18 Marzo 2017, 08:40 - Ultimo aggiornamento: 18-03-2017 12:30
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