Barba, non basta dire camicia: il successo della seconda generazione

di Santa Di Salvo

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Non basta dire camicia. Ciascuno ha la sua, slim fit o semi slim per chi ama il casual, con taglio incavato; regular fit con lieve sciancratura per indossarla anche fuori dai pantaloni. Pensate che basti? Beata ingenuità. Non avete pensato ai colletti. All’italiana? Alla francese? Button down? Con le punte arrotondate? O il colletto diplomatico? Nella geografia delle camicie, confesso, io mi perdo facilmente senza una guida indiana. Oggi ce l’ho e me la tengo stretta. È Mario Barba, seconda generazione di un’azienda orgogliosamente familiare che parte da papà Antonio, che aveva un laboratorio di 200 mq a Secondigliano e lavorava per note griffe nazionali di intimo maschile e si sviluppa con una 24 ore portata in giro per l’Italia dal figlio Raffaele alla guida di una Fiat Tipo, in cerca di commercianti che possano credere al suo prodotto. La camicia “alla napoletana”, appunto. Sono passati 26 anni e Barba Napoli oggi fattura 15 milioni di euro l’anno, con un incremento del 15% nel 2016, impiega 150 dipendenti interni, un indotto di altri 400, 700 camicie al giorno, 40mila pantaloni l’anno, 20mila pezzi di maglieria, accessori di lusso e da quattro anni una sofisticata collezione donna richiesta a gran voce dalle mogli dei clienti. Tutto ideato, realizzato e rifinito in Italia, il 90% ad Arzano, in una sede dell’area industriale inaugurata nel 2001 che pare un hotel a cinque stelle, cinquemila metri con una hall che neanche gli alberghi del lungomare.
 

Essere un’azienda del superlusso a Napoli non è una contraddizione, visto che siamo noi i primi nel mondo nel settore del tessile. Ma resta un paradosso questa eleganza partenopea più virtuale che concreta, visto che il marchio Barba non ha aperto neanche uno showroom nella sua città, anche se si trova in ogni parte del mondo. Fortissimi in Germania e nel Nord Europa, i Barba Brothers (Mario alla produzione, Raffaele al commerciale, Giorgia all’amministrazione) vincono anche in Asia e soprattutto in Giappone, un mercato interessante e difficile, “molto attento alla qualità”. Perché Napoli no? Forse perché una camicia Barba costa da 190 a 250 euro? «Non credo sia questo a fare la differenza – dice Mario – Nella nostra città c’è chi spende, e bene, per vestirsi. La nostra non-scelta, almeno fino ad oggi, nasce piuttosto dalla considerazione che a Napoli l’artigianalità è ancora presente nel nostro settore. Il professionista preferisce trovare ancora il sarto per abiti su misura e magari spende meno volentieri proprio sui brand locali». A ciascuno la sua politica aziendale. I Barba giocano apertamente su un understatement che privilegia la sostanza all’apparenza. Con una mentalità da vecchi imprenditori che si muovono con le loro forze e rischiano sempre di persona. «Di noi si parla poco, facciamo scarsa pubblicità, ma ci sta bene così. Il nostro valore aggiunto è il prodotto» sostiene Mario. Convinto che «chi ci conosce ci ama». Ed è difficile dargli torto, dopo aver visitato i laboratori di taglio e cucito, la modellistica e la stireria. Che cosa c’è di speciale qui ad Arzano? L’incredibile capacità di saper coniugare manualità e meccanizzazione, artigianalità e industrializzazione. Convinti che «anche la manualità è una catena di montaggio», i Barba hanno costruito un modello inarrivabile di genialità partenopea in cui ogni operaio fa il suo step. Uno la manica, l’altra il collo, l’altro il taschino. La qualità migliora e il numero dei pezzi prodotti cresce. Ma sia chiaro, niente serialità. Nella camicia Barba il giromanica è fatto a mano, i bottoni sono attaccati con la cucitura a giglio di Firenze, a mano sono ricamate le asole, a mano applicato il triangolino detto “mosca”, a mano ribattuto il collo, il quarto spalla, il travetto. Un principio che vale per tutti gli altri prodotti. La giacca Barba, ad esempio, non ha adesivo, è totalmente intelata. Nei sette passaggi manuali c’è un controllo ferreo dei pezzi tagliati, nel reparto stiratura le operaie rifiniscono le camicie a mano con i vecchi ferri a vapore. 

Da qui alle copertine di Uomo Vogue il percorso sembra lungo e invece tutto è andato liscio grazie al lavoro e alla passione della famiglia. «Arrivare a questa perfezione non è stato semplice, così come ci costa molto gestire questa azienda anomala con il pallino del fatto in casa, la nostra è una ostinazione artigianale che vuole gestire un mondo globalizzato da Napoli e Milano, nella nostra sede di via del Gesù». Una rete di rappresentanti, dieci in Italia e cinque nelle varie parti del mondo; il successo nei department store più glamour, le nuove sfide della linea donna e il prossimo appuntamento con i Millennials, la nuova generazione che tra alcuni anni rappresenterà il nuovo continente del lusso.
 
 

Come si può vincere questa sfida? «Altri puntano all’e-commerce. Noi pensiamo che la carta vincente sia la nostra linea di azienda familiare no-logo, basata sulla sartorialità partenopea. Un tocco di Napoli nel futuro significa puntare su un brand che proprio dai nostri difetti riesce a tirar fuori i pregi». Insomma, il futuro con un cuore antico. Oggi è possibile, ma fino a qualche anno fa era impensabile utilizzare il brand Napoli per un’operazione di tale rilevanza. «La nostra città ha sofferto per molto tempo di scarsissima considerazione internazionale. Per fortuna qualcosa è cambiato». I pregiudizi però sono duri a morire. In una recente intervista a Klaus Davi Raffaele Barba ha ricordato che «fare impresa a Napoli è eroico». Non tanto e non solo per i limiti strutturali. Ma proprio per la guerra che bisogna fare ai pregiudizi e al luogo comune «nonostante le nostre straordinarie eccellenze». Del resto, se siamo così forti nel tessile una ragione c’è. Ed è proprio grazie a questa cifra del “lusso di nicchia” che Barba ha ampliato i suoi orizzonti passando dalla produzione di sole camicie al total look maschile e femminile. «Con la crisi tutte le aziende hanno provato a diversificarsi, non molte ci sono riuscite - dice Mario - Noi abbiamo avuto la fortuna e la bravura di convincere i nostri clienti. Sappiamo fare le cose per bene, abbiamo detto. Ci hanno creduto, ha funzionato».
Venerdì 10 Marzo 2017, 08:42 - Ultimo aggiornamento: 18-03-2017 08:38
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1 di 1 commenti presenti
2017-03-10 11:24:56
Oggi, sig.a Di Salvo, Lei ci presenta meritoriamente una realtà interamente nostra di primissimo piano ma non manca di ricordarci recenti interviste "anche per la guerra che bisogna fare ai pregiudizi e al luogo comune «nonostante le nostre straordinarie eccellenze»". Ieri il suo collega Ausiello si è invece impropriamente arrogato il diritto di scrivere "qualcuno alla Regione deve aver pensato che anche all’ombra del Vesuvio possano nascere geni del design". Lascio a Lei ed alla redazione ulteriori considerazioni. Con cordialità.

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