Isaia, lo stile con i sandali ai piedi

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di Santa Di Salvo

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Il tipo caprese è un po' stanco, un po' annoiato e sempre molto teatrale. Indossa luminose gradazioni di colore tra cielo e mare e si ispira con ironia a Totò Imperatore di Capri. La celebre foto di Patellani campeggia nello studio di Gianluca Isaia, rampollo di terza generazione di una famiglia che ha trasformato il made in Napoli dell'abbigliamento maschile d'alta gamma in un business internazionale. Il 90% dei 55 milioni di ricavi del 2016 in esportazione, 14 showroom nel mondo e il vezzo di parlare solo in due lingue: inglese e napoletano. «Non è snobismo, è la nostra tradizione che ci spinge a fare così» dice Gianluca, emblema del dandy metropolitano con i sandali ai piedi anche in pieno inverno. Una vocazione glocal che mescola le sofisticate campagne pubblicitarie firmate da Helmut Newton negli anni Ottanta alle etichette corallo del sartoriale su misura, che recitano a tutti i danarosi clienti: Chistu ccà è fatto apposta pe' tte. E arriva alle autoironiche t-shirt che ammiccano ai classici gesti napoletani (scaramantici e no). Perché, sappiatelo tutti, noi simm' nu muorz''e Napule. Anche quando apriamo una boutique monomarca di 500 metri quadri a Madison Avenue, New York. Isaia festeggia i sessant'anni di attività con una campagna pubblicitaria tutta caprese, dicevamo. Con un retrogusto vintage che dai capispalla arriva agli indossatori, solidi maschioni di mezz'età che sanno osare quel difficilissimo look che Gianluca definisce la contemporary tradition: lo stile che ha rivoluzionato l'originale fisionomia classica della maison napoletana. Nel capannone brulicante di Casalnuovo quasi trecento gli addetti in fabbrica, poi tessuti e colori, asole cucite a mano e lunghe sfilate di giacche impalpabili al tocco. Il lusso vissuto come forma mentis e non come facilità di moneta. Anche nelle foto, papà Enrico, che è mancato di recente, sembra molto più a suo agio sorridente accanto a Diego Armando Maradona (la passione) che accigliato a fianco di Donald Trump (il danaro). «Papà, allora dirigente del Napoli, volò a Barcellona con Ferlaino per la famosa firma del contratto. Niente da fare. Tornò a casa, neanche il tempo di posare la valigia e Ferlaino lo reclama in Spagna. Juliano aveva fatto il miracolo! Complice San Gennaro. Al quale non a caso abbiamo dedicato una nostra collezione...».
 

Gianluca racconta con orgoglio la storia dell'azienda familiare dalla bottega di via Seggio del Popolo, dietro i Quattro Palazzi, dove nonno Enrico negli anni Trenta vendeva tessuti e poi mise su un piccolo laboratorio di sartoria. «Papà, Enrico anche lui, con la sua Giardinetta andava in giro per tutto il Sud a vendere gli abiti artigianali di un presunto laboratorio che nacque solo nel 1957, con il trasferimento a Casalnuovo, il paese dei sarti». Nell'hinterland napoletano questo era un distretto con una tradizione risalente all'epoca borbonica. Ancora in quegli anni, su 14mila abitanti la metà lavorava nel tessile. Al comando c'erano Enrico e i fratelli Rosario e Corrado. Gianluca entra in azienda dopo gli studi alla Bocconi, nel 1989. E un anno dopo debutta a Tokyo. «Per capire come siamo, basti dire che Hiroshi Fujieda, il nostro agente di allora, lavora ancora con noi». Nel 1992 tocca agli Usa, il mercato che oggi rappresenta il 50% delle esportazioni. Non è stato facile. «Lavoravamo con le private label, l'etichetta del cliente. Solo nel '97 lanciammo il marchio nei department stores del lusso maschile (Saks, Barney's, Neiman Marcus, Bergdorf Goodman). Tutto questo fu possibile grazie al mio mentore, il leggendario Murray Pearlstein, titolare della mecca della moda maschile Louis Boston. Disse a mio padre: abbiamo una certa età, ora tocca a tuo figlio. Mi insegnò tutto. La mia prima volta ho fatto il giro degli Stati Uniti in otto giorni. Ma dal duemila a oggi il fatturato è triplicato». Con Gianluca attualmente al timone ci sono sua sorella Alessandra e i cugini Enrico e Massimiliano. Il vecchio edificio che ospitava la fabbrica è stato ristrutturato lo scorso anno. La collezione di macchine per cucire non sfigura accanto alle opere d'arte installate nelle sale d'ingresso. 

Ironia e autoironia sono da sempre il filo conduttore dello stile Isaia, che gioca coniugando sempre tradizione napoletana e atmosfere contemporanee. Ai suoi clienti famosi Gianluca regala mozzarelle di bufala con tanto di certificato di garanzia con un poscritto: attenzione, non usare assieme al Viagra. E ancora prende bonariamente in giro il power dress rigido e impettito di certa moda internazionale descrivendo le sue cravatte cusute a mmano. O si fa oggetto di scandalo con le foto androgine di Newton che mimano un bacio omosessuale. La rivoluzione della filosofia glocal di Isaia si definisce nel 2005, il gioco ironico tra saperi antichi e innovazione ridisegna la nuova identità del brand anche nel colore simbolo del corallo. «Il rametto-icona me lo regalò Ascione, l'ho portato al collo fino a quando si ruppe. Avevo parato il colpo... Soffrivo di mal di schiena, da quel momento il dolore sparì. Quel rametto ce l'ho ancora conservato in una teca». Un po' di sana superstizione non guasta, anche in un gentleman del nuovo millennio. Giramondo, un po' narciso, attento ai dettagli, innamorato pazzo della sua città, un tantino filoborbonico (ha un labrador nero che si chiama Maria Carolina), Gianluca è l'incarnazione dell'uomo Isaia. Ambasciatore del made in Naples in abito formale e sandali capresi. In assoluto, il primo imprenditore a portare gli infradito sotto il gessato anche nelle grandi città europee: «Ho cominciato per necessità, non per dandysmo. Provo fastidio per qualsiasi scarpa chiusa, lavoravo in ufficio coi sandali quando arrivano dei clienti. Stavo per scusarmi invece mi dicono: ma che eleganza! Avevo trovato il mio stile...». Oggi la moda dei piedi nudi è rimbalzata sui paginoni centrali delle riviste più fashion. «Le regole dell'eleganza sono personali. Sul palco del San Carlo, da solo e coi riflettori accesi, ti senti a tuo agio? Allora sei un uomo elegante. Qualsiasi cosa tu stia indossando. L'importante è saper giocare con se stessi».
Venerdì 28 Aprile 2017, 13:30 - Ultimo aggiornamento: 29-04-2017 09:38
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