I ricordi di don Tonino Palmese:
«Quelle fughe con le ragazze
cantando Guccini e De Andrè»

di Maria Chiara Aulisio

«Comme vaje co 'o core, accussì Dio t'aiuta». Glielo diceva sempre sua madre, nei momenti difficili ma anche in quelli belli. E per don Tonino Palmese sacerdote da oltre trent'anni, vicario episcopale della Chiesa di Napoli e presidente della Fondazione Polis per i familiari delle vittime innocenti della criminalità quella frase ha rappresentato un insegnamento imprescindibile cui affidarsi in ogni circostanza. «Lo ripeteva sempre, quella grande teologa» racconta don Tonino. E quasi sempre l'aiuto di Dio arrivava sul serio: mamma Titina ne era talmente convinta da darlo per scontato ogni volta che ce n'era bisogno. 
 
 

La grande teologa era sua madre, dunque.
«E certo. Ma no, scherzo. Non era affatto teologa, nemmeno aveva studiato: sono io che la definisco affettuosamente così, quando ricordo gli insegnamenti che mi ha trasmesso da bambino. Come vai col cuore, Dio ti aiuta era uno di quelli».

E poi vi aiutava sul serio?
«Sempre. C'è una clinica a Pompei dove, senza alcuna ragione, i miei genitori venivano curati gratis. E davvero non c'era spiegazione, se non quella che il Signore ci metteva la mano. È solo un esempio, ma di segni nel tempo ne ho avuti tanti».

Altrimenti, forse, non si sarebbe fatto sacerdote.
«In realtà, ho capito molto presto quale sarebbe stata la mia vocazione. Da bambino non riuscivo a prendere in giro gli altri, nemmeno a fare un piccolo dispetto; e non per paura o vergogna ma perché, ogni volta che vedevo qualche compagno farlo, nel mio cuore provavo una grande sofferenza, un senso di tristezza dal quale non riuscivo a liberarmi. Così come mi porto dentro il ricordo, direi poetico, del mio pianto per i camerieri». 

Perché piangeva per i camerieri?
«Quando eravamo al ristorante, vedere un adulto costretto a servirmi senza potersi sedere a tavola con noi, mi faceva stare male. Mio padre cercava di tranquillizzarmi, dicendomi che poi avrebbe mangiato anche lui, che quello era il suo lavoro e non c'era da dispiacersi; ma niente, non mi convinceva. E forse è lì che è nata la mia vocazione, la mia empatia verso il cristianesimo quando ho capito che volevo servire e non farmi servire». 

Quanti anni aveva?
«Sei, sette... Non di più, perché intorno ai tredici già frequentavo assiduamente i Salesiani di Portici. Quando pensai che quella potesse essere la mia strada, lo confessai a uno di loro, che in verità non mi incoraggiò molto. Anzi».

Gli disse che avrebbe voluto farsi prete?
«Sì, e lui per tutta risposta mi invitò a non pensarci troppo, a continuare a fare ciò che stavo facendo; mi liquidò dicendo se son rose fioriranno».

Nell'attesa che fiorissero le rose, cosa faceva?
«Andavo a scuola. Frequentavo il primo anno delle superiori, che fu pure un anno molto travagliato. Mi bocciarono con sette in condotta, ma solo perché occupammo la scuola. Avevamo una visione piuttosto eversiva della società: la nostra era una generazione fortemente politicizzata, anti-polizia, anti-sistema, anti-regime. Devo ammettere che ero molto attratto da questa duplice dimensione: da una parte la figura di Gesù, dall'altra la possibilità di sentirmi un rivoluzionario. Il risultato fu una sonora bocciatura che contribuì ad aumentare le perplessità del salesiano, e un po' anche le mie».

Cioè, aveva cambiato idea, non voleva più farsi prete?
«Diciamo che avvertii in me una certa tiepidezza rispetto alla decisione di prendere i voti. Ero piuttosto combattuto, l'idea di non potermi più innamorare non mi andava giù. L'ho sempre vista come una rinuncia, e penso sia una condizione che andrebbe rivista: incide molto sulla vita psico-affettiva, ma anche sui percorsi formativi, del sacerdote. Non lo dico certo per me, che ho raggiunto i 60 anni e sento con maggiore forza il piacere della contemplazione e della meditazione, ma naturalmente per i giovani».

Si innamorava facilmente?
«Neanche tanto, però le ragazze mi piacevano. Erano gli anni '70, a quei tempi noi dell'oratorio maschile non potevamo frequentare quello femminile. Ma ricordo che con qualche amico riuscivamo a intrufolarci e a passare un po' di tempo con le ragazze. A nostro favore c'erano la passione per la musica e quella per la politica. Mentre gli altri ragazzi giocavano a pallone diventando tribali, noi cantavamo Guccini, De Andrè e sostenevamo le ragioni dell'utopia, diventando affascinanti ai loro occhi. Di quel gruppo alla fine solo io ho deciso di farmi prete». 

A che età è diventato sacerdote?
«A 21 anni avevo già fatto voto di povertà, obbedienza e castità, anche se la mia formazione al sacerdozio è stata condizionata dalla malattia di mio padre, perché spesso ero costretto a lasciare la casa per far fronte a qualche emergenza».

Di che cosa soffriva suo padre?
«Colecisti, un intervento andato male e anni di sofferenza. Era un comunista militante, mio padre, e per certi versi lo pativa: gli sarebbe piaciuto essere riconosciuto dalla Chiesa come uomo buono, ma gli anni non erano ancora maturi per conciliare l'identità comunista con quella cristiana. Era così innamorato di Berlinguer, che è morto, a 59 anni, lo stesso giorno, mese e anno in cui morì lui. Un vuoto enorme, per mia madre fu come se le avessero amputato una parte del proprio corpo».

Una coppia affiatata?
«Non mi sono mai accorto di un loro litigio; può darsi che ce ne siano stati, ma io non ne ho memoria. Mai una scorrettezza, mai una parola di troppo. Papà ogni mese consegnava il suo stipendio nelle mani di mamma, trattenendo per sé solo i soldi per benzina e sigarette voleva che gestisse tutto lei. Sì, la mia è stata un'infanzia decisamente serena. E poi a casa con noi c'era il nonno. I nonni sono figure determinanti nella vita dei bambini; quelli buoni hanno due abilità: darti la tenerezza che talvolta può sfuggire ai genitori, e accordarti quella giusta diseducazione necessaria per affrancarsi, guadagnarsi una certa autonomia. Il mio era fantastico, tra noi c'era una complicità assoluta che ancora ricordo. Purtroppo è morto quando avevo solo 10 anni».

E sua madre?
«L'ho riscoperta dopo la morte di mio padre, l'ho sostenuta nella vecchiaia e ho vissuto l'esperienza straordinaria di avere per un po' una mamma-figlia. Si è spenta tra le mie braccia, a 91 anni. Era molto orgogliosa di me, fin troppo direi: negli ultimi tempi, le sue erano vere e proprie dichiarazioni d'amore. Quando aveva già perso parte della lucidità, una volta le chiesi se ricordasse il mio nome; mi rispose certo che me lo ricordo: 'a vita mia».
Lunedì 19 Febbraio 2018, 14:53
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