I ricordi di Luca De Fusco:
«I miei filoni alternativi
ascoltando musica classica»

di Maria Chiara Aulisio

Il suo primo spettacolo in veste di regista lo ha messo in scena a soli 18 anni, sul palcoscenico di Teatro Spazio Libero luogo di scambio e ricambio culturale, dove negli anni Settanta Vittorio Lucariello allevava giovani energie aprendo varchi creativi a talentuose personalità, che negli anni successivi si sarebbero distinte nelle arti del teatro: autori, attori, registi, scenografi, videomaker, musicisti, operatori. Tra loro, sotto l'ala protettiva del Maestro, anche un giovanissimo Luca De Fusco classe '57, napoletano di Posillipo, una laurea in Discipline dello spettacolo al Dams di Bologna e tanta voglia di calpestare il palcoscenico. 
 
 

Ha cominciato presto, prima regia a soli 18 anni. Enfant prodige?
«Senza esagerare. Ricordo che si trattava di un testo di Garcia Lorca. Il secondo spettacolo che misi in scena era invece tratto dai Casi clinici di Freud. Amavo Bob Wilson, regista americano che, benché facesse della roba lentissima, era il mio ispiratore. Caro mi costò: quella sera in platea ci fu una vera e propria sommossa tra chi pochi, a dire il vero apprezzava il genere come me e gli altri, che invece volevano fisicamente interrompere lo spettacolo. Chi c'era la ricorda ancora come una serata a dir poco tempestosa». 

A che età ha deciso che da grande avrebbe fatto il regista?
«Il mondo del teatro mi ha sempre affascinato, ero un bambino e già apprezzavo spettacoli che a volte non piacevano neppure agli adulti. La svolta l'ha rappresentata il passaggio dal Pontano all'Umberto, una sorta di apertura laica di pensiero, un cambiamento che mi diede la giusta sveglia. In quel liceo ho cominciato a pensare che mi sarei occupato di attività culturali. Eravamo un bel gruppo, tra i miei compagni c'erano Vincenzo Salemme, Mario Martone, Angelo Curti, Pasquale Mari. Debuttammo insieme a Spazio Libero». 

Tutto merito del liceo Umberto, insomma.
«Quegli anni hanno influito molto sulla mia formazione, culturale e sociale. Anzi, adesso che sono tornato a vivere a Napoli, mi incuriosisce pensare a dove siano finiti i miei vecchi compagni. Ricordo un nome: Stefano Elia, con cui presi la licenza liceale. Da allora, mai più visto».

Ha provato a cercarlo su Facebook?
«Per carità, Facebook mi fa orrore. Se una persona non mi contatta o non la incontro per caso, non ne avrò più notizie. Qualcuno però l'ho ritrovato. Penso a Filippo Patroni Griffi, umbertino doc, un po' più grande di me; entrambi abbiamo seguito le carriere uno dell'altro e, coincidenze della vita, ci siamo ritrovati nello stesso teatro».

Quanto è stato difficile imporsi nel mondo dello spettacolo?
«Meno di quanto sia stato convincere mio padre, che avrebbe voluto facessi il suo stesso mestiere, l'architetto. Come tutti noi padri, d'altronde, abbiamo la tentazione di fare. Ha accettato il mio strano lavoro quando ha visto che le cose cominciavano ad andare bene. A sentire lui, però, non è così; anzi, ritiene di avere sempre assecondato la mia passione». 

Un padre severo, il professore Renato De Fusco? 
«Neanche troppo, mia madre lo era certamente di più. Me la ricordo ancora furiosa inseguirmi per le scale dell'Umberto cercando di prendermi quando, ai colloqui di fine quadrimestre, scoprì che la professoressa di chimica materia che detestavo non mi conosceva. Ogni volta che c'erano le sue lezioni, facevo filone. Se poi coincidevano con le Settimane internazionali della musica d'insieme a Villa Pignatelli, di andare a scuola non se ne parlava proprio».

Filoni da intellettuale, i suoi.
«Quello era un appuntamento imperdibile, per me. Andavi lì e sentivi l'orchestra che la mattina provava i pezzi, tornava a provarli nel pomeriggio e poi li eseguiva la sera. Ci passavo quasi tutta la giornata, credo che il mio grande amore per la musica classica sia nato grazie a quei concerti».

Dall'orrore per la chimica alla passione per la musica d'insieme.
«In barba alle ramanzine di mia madre, che, confermo, era più severa di papà; anche se la mia scelta del Dams fu all'origine di molte discussioni con lui».

Alla fine, però, si è arreso.
«Non aveva alternative, per nulla al mondo avrei rinunciato al teatro. Papà è sempre stato un uomo intelligente, capì che avrebbe dovuto cedere e cambiò atteggiamento. Ricordo con simpatia quando entrambi partecipammo a una trasmissione regionale Rai: si chiamava Padri e figli, consisteva in una intervista a un padre noto e al figlio che in qualche modo cominciava a esserlo. Quando gli chiesero che cosa ne pensasse del fatto che non avessi fatto il suo mestiere, ero convinto che avrebbe usato parole tipo Peccato, è stato un dispiacere, ci contavo...».

Invece, cosa disse?
«Ho appoggiato con forza la scelta di mio figlio, ho sempre pensato che fosse necessario assecondare le inclinazioni dei giovani. Lo ascoltavo e non ci credevo. Quando finì la trasmissione gli dissi Papà, cosa hai detto?. La verità rispose quando mi parlasti dell'ipotesi di iscriverti al Dams mi sembrò subito una buona idea. Grande bugia. Ma sono certo che quando leggerà le mie parole ribadirà lo stesso concetto».

Invece sua madre era contenta della scelta di andare a studiare a Bologna?
«Mamma sì, anche perché la passione per il teatro è stata lei a trasmettermela. I suoi amici erano La Capria, Patroni Griffi, Francesco Rosi... un po' alla volta andarono tutti a vivere a Roma, lei aveva il grande rimpianto di averli persi e mi educò a quel modello. Un tranello tesomi, nel quale sono cascato in pieno. E poi mi portava a teatro: ricordo ad esempio di aver visto con lei il Sindaco del rione Sanità, al San Ferdinando, tra i primi spettacoli di Eduardo a Napoli. Il resto, poi, l'ho fatto da solo in giro per l'Italia».

Napoli, Bologna e Venezia, dove è stato direttore dello Stabile del Veneto per dieci anni. Tre città del cuore?
«Ci metterei anche Roma. Vivo lì, quando non sono a Napoli. Con Francesca, mia moglie, e i miei figli se ci sono: uno fa il filmmaker, l'altro studia alla Sorbona, ma vuole fare lo scrittore».

Tutti un po' artisti in famiglia.
«Il germe dei mestieri creativi, devo ammettere, ha contagiato anche i miei figli, senza però che io abbia fatto su di loro l'opera di persuasione diciamo occulta che mio padre tentò su di me. E, se l'ho fatta, era talmente occulta che non me ne sono accorto».
Domenica 8 Aprile 2018, 19:35
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