I ricordi di Leopoldo Mastelloni:
«A spasso sull'isola di Ischia
sulle spalle di Burt Lancaster»

di Maria Chiara Aulisio

Leopoldo Mastelloni, quei pomeriggi in cui imparò il napoletano, li ricorda ancora. O meglio: la lingua napoletana, quella pura, potente, quasi esplosiva che mentre la parli ti si riempie la bocca, e anche il cuore. Niente a che fare con il dialetto di oggi: volgare, sguaiato, rozzo e scomposto. Con le gambe penzoloni dal balcone della casa dei nonni, a vico Rose a san Potito, a due passi dal monastero e dalla chiesa, il piccolo Leopoldo vivace, intraprendente e talentuoso, quello che un giorno avrebbe dato del tu a Jango Edwards e Lauren Bacall ascoltava incantato le conversazioni e il modo di parlare della gente del quartiere.
 
 

Napoletano stretto.
«Quello vero, pulito, di cui oggi non c'è più traccia. Era un'attrazione fatale per me, passavo le ore a ascoltare le persone. Anche perché a casa mia si parlava solo l'italiano, il nonno era un magistrato importante, marchese di Capograssi, guai a esprimersi in dialetto. Invece a me piaceva assai e ben presto iniziai a parlarlo pure molto bene». 

Una infanzia a san Potito.
«Ricordi indelebili. Nelle orecchie ho ancora le voci in lontananza delle mamme che andavano a trovare i figli minorenni detenuti nell'ex carcere Filangieri. Cominciavano a parlarsi dalla strada: Mammà comme staje?. Figlio mio, sto buono. Pareva Canzone 'e sotto 'o carcere di Raffaele Viviani».

Ce la racconta?
«Straordinaria. È la storia della fidanzata di un detenuto che comunica al suo uomo gli sviluppi delle indagini, servendosi di una cantante che canta sotto le inferriate del carcere». 

Viviani, uno dei suoi cavalli di battaglia. A che età Mastelloni ha capito che era un uomo da palcoscenico?
«In quarta elementare, quando la maestra mi faceva salire in piedi sulla cattedra e mi chiedeva di cantare tra i cori e gli applausi dei compagni di classe. Si divertivano tutti e io mi sentivo una star. Fu allora che decisi che il mio futuro sarebbe stato su un palco».

E come ci è arrivato?
«Il mondo del teatro mi affascinava. A circa dieci anni, forse anche meno, incontrai Eduardo. Ero piccolissimo, ma ricordo con chiarezza che non lo mollai un istante».

Dove lo incontrò?
«A Ischia, anni Cinquanta. Nella nostra casa di famiglia vennero a girare Campane a martello film diretto da Luigi Zampa con Gina Lollobrigida, Yvonne Sanson praticamente agli esordi e un giovane De Filippo che interpretava don Andrea, vecchio prete di campagna. Ce l'ho ancora davanti agli occhi: girava portando con sé un bastone, fu lui a scoprire una serie di scritte in arabo sul pozzo di acqua sorgiva che avevamo in giardino. Ma 'sto pozzo è straordinario ricordo che disse. La verità? Nessuno se ne era mai accorto».

Una villa di famiglia sull'isola verde?
«E certo. La nonna mia era la marchesa Clementina Mastelloni. Scavammo nella genealogia per gioco e lo stemma con le palle effettivamente c'era. Ma trattavamo la cosa alla stregua di uno scherzo di famiglia. In ogni caso, nel suo palazzo di Ischia vennero a girare pure alcune scene del Corsaro dell'isola verde, un film del 1952 diretto da Robert Siodmak e interpretato da Burt Lancaster e Nick Cravat».

Ha conosciuto anche loro?
«Per forza, ero lì. In quella casa ci passavo almeno tre, quattro mesi all'anno. Le nostre vacanze cominciavano a giugno e finivano a ottobre. Quando arrivò Burt Lancaster non ci potevo credere: alto, biondo, bellissimo. Facemmo subito amicizia. Appena aveva un po' di tempo libero, veniva a giocare con me, mi caricava sulle spalle e mi portava in giro per il giardino».

Momenti indimenticabili.
«Mi raccontarono che gli ricordavo uno dei suoi cinque figli, William, che aveva più o meno la mia l'età ma soffriva di una grave forma di schizofrenia. Stare con me doveva essere un po' come stare con lui. Grazie a quel film, alcune delle location più belle di Ischia fecero il giro del mondo. Fino ad allora sull'isola erano state girate diverse pellicole, ma nessuna aveva mai avuto una distribuzione internazionale come quella».

Dalle passeggiate in giardino con Eduardo a quelle sulle spalle di Burt Lancaster, il futuro da attore era segnato.
«Anche quello da cantante cominciava a piacermi, soprattutto dopo le performance canore sulla scrivania della maestra, sperando non se ne accorgesse la preside».

Che cosa le facevano cantare?
«Noi siamo fatti così, come due gocce d'acqua.... Mitica Nilla Pizzi. Avevo una memoria formidabile, ricordavo le parole di tutte le canzoni che ascoltavo alla radio. Parevo un jukebox: la maestra chiedeva e io cantavo. Tintarella di luna pure la facevo benissimo e piaceva assai».

Quindi la radio la ascoltava spesso.
«Sempre. Anche perché a me e ai miei fratelli ci mandavano a letto alle otto spaccate, però ci lasciavano la radio accesa. Io rimanevo sveglio, ascoltavo e memorizzavo. Mi piaceva molto Rosso e nero, lo presentava Corrado. Ricordo ancora le voci di Sofia Loren, Alberto Sordi, Claudio Villa, Franca Valeri, Teddy Reno. Cantavano, scherzavano... un varietà radiofonico di altissimo livello». 

Niente televisione, insomma.
«Macché. Radio e libri. Leggevo di tutto. Ero innamorato di Jules Verne: Viaggio al centro della terra, Dalla terra alla luna, L'isola misteriosa, Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del mondo in ottanta giorni... non ne ho perso uno. Quando poi uscirono gli Oscar Mondadori fu una pacchia: trecento lire a volume, ne ho comprati non so quanti».

Musica e libri. Ma il teatro quando è arrivato?
«Cominciai a frequentare il Teatro Esse, pensavo di fare lo scenografo, mentre studiavo alle Belle arti. Una sera mancò un attore. La stessa sera in cui ad assistere allo spettacolo ci sarebbe stato un critico importante, Nicola Chiaromonte del Sipario. Panico, non sapevamo come fare. Fu allora che il maestro Gennaro Vitiello risolse il problema mandando in scena me. Aveva intuito il mio talento e decise di provarci. Fu un successo, Chiaromonte rimase a bocca aperta, con enfasi scrisse che di strada ne avrei fatta. E così andò». 
Sabato 26 Maggio 2018, 20:00
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