I ricordi d'infanzia di Canè:
«L'incontro con Lauro
e quella balla della foto»

di Maria Chiara Aulisio

Il soprannome Cané glielo diede sua madre, Imperialina: era il diminutivo di caneca, la tazza per il latte che da bambino non abbandonava mai. Quinto di sette fratelli, Jarbas Faustino, classe 1939, aveva immaginato un futuro da avvocato, che però mal si conciliava con la voglia (poca) di stare sui libri e ancor meno con la passione (tanta) per il calcio. Una passione che a soli 14 anni lo vide tra i giocatori più promettenti nella categoria juniores del Bonsucesso, tenace squadretta della periferia settentrionale di Rio de Janeiro. Tutto era cominciato con un provino, poi il test insieme con altri giovani calciatori, e infine l'ingaggio. Papà Antonio, però, di mestiere muratore, guadagnava ben meno di quello che sarebbe servito a portare avanti una famiglia numerosa come la sua. Quindi, una volta capito che Faustino mai sarebbe stato il principe del foro che avrebbe sperato, lo invitò a rimboccarsi le maniche e a mettersi a lavorare per guadagnare i soldi necessari a perseguire il sogno di diventare calciatore.
 
 

Allenamenti e lavoro, insomma.
«Purtroppo sì. La squadra non mi pagava quasi niente, e mio padre mi mandò da un suo amico, che gestiva un'officina in cui si costruivano batterie per le auto. Fu un disastro».

Perché?
«Una mattina mi cadde del catrame sul piede, la cosa peggiore che potesse capitarmi. Di tutto avrei potuto fare a meno, ma di certo non dei piedi».

Roba da stroncarle la carriera.
«L'amico di papà mi faceva lavorare a nero, quindi la sua prima preoccupazione fu che mi rimettessi in sesto al più presto e nel migliore dei modi. Temeva una denuncia, cosa che ovviamente voleva assolutamente evitare. Così mi affidò ai medici migliori che c'erano in giro: dopo cinque mesi riuscii a tornare su un campo di calcio, e a quel punto decisi che mi sarei dedicato solo a quello, a costo di morire di fame».

Niente lavoro e niente studio: solo calcio.
«A dire la verità, pure per assecondare un desiderio di mio padre, provai anche a iscrivermi all'università. Ma mi resi rapidamente conto che non ce l'avrei mai fatta a portare a termine quel percorso di studio».

Allenamenti impegnativi?
«Molto. In quegli anni cambiai due o tre squadre. Ci fu il Petrópolis - squadra dell'omonima città, che si trova tra le foreste della Serra dos Órgãos. Ci fu l'Olaria - una società calcistica con sede a Rio con cui ho disputato un paio edizioni del campionato carioca. Lì segnai tre gol in otto gare, era il 1960; l'anno dopo, invece, cinque in diciannove partite: diventai rapidamente un giocatore molto noto, e cominciarono a piovere le richieste».

Volevano comprarla?
«I primi furono quelli del Vasco da Gama, che ancora oggi - insieme con il Botafogo, il Fluminense e il Flamengo - è una delle più affermate squadre di Rio de Janeiro. Io però sognavo l'Europa: mi piaceva, e poi si guadagnava di più».

Alla fine, ce l'ha fatta.
«Avevo un procuratore portoghese, si chiamava Josè de Gama, uno dei più forti dell'epoca. Era lui a organizzare le tournée in diversi Paesi del mondo, per far conoscere i giocatori che riteneva essere più promettenti. Non so neanche in che modo Josè fosse entrato in contatto con Lauro, allora presidente del Napoli. So invece che il comandante desiderava dare una scossa all'ambiente calcistico partenopeo, che non viveva uno dei suoi momenti migliori». 

Così incontrò de Gama, che tirò fuori il suo book. È vero che Achille Lauro la acquistò solo guardando una sua foto?
«No, è una storiella che qualche buontempone fece circolare e che poi è rimasta nella storia del Calcio Napoli».

Che cosa si racconta di preciso?
«Che de Gama, convocato nella villa del presidente, avesse aperto la sua valigetta mostrandogli delle istantanee corredate di descrizione. Dicono - e io mi diverto pure, quando continuo a leggere questa storia - che il comandante le osservò tutte, fin quando - vista la mia - decise di comprarmi per 30mila dollari».

Trentamila dollari per un calciatore semi sconosciuto che giocava in una squadra poco nota del Brasile?
«Sempre la leggenda vuole che Lauro fosse rimasto folgorato dal colore della mia pelle. Vedendo la foto avrebbe detto Chiste me piace, pecché è 'o cchiù nire 'e tutte quante e fa mettere appaura pure 'e difensori. Naturalmente è una sciocchezza anche questa».

Leggende a parte, quanti anni aveva quando è arrivato a Napoli?
«Circa ventuno. Ricordo ancora il primo incontro con il comandante, nella sua villa di Sorrento: mai vista una casa tanto bella. Poi facemmo un paio di gite a bordo del suo panfilo: mi sembrava di vivere in una favola. Mi innamorai praticamente subito di Napoli».

E non solo di Napoli.
«Vero. Qui ho conosciuto anche mia moglie. La sposai che aveva solo 18 anni, io otto più di lei: tra qualche giorno festeggeremo 52 anni di matrimonio. In viaggio di nozze andammo in Brasile per brindare anche con mia madre che per la paura di viaggiare in aereo decise di non venire».

Torniamo al calcio.
«Il primo anno fu una grande delusione, fummo retrocessi in serie B. Lauro, della squadra, si occupava poco; era tutto affidato a dirigenti non sufficientemente abili nella gestione. Nel '64 comunque tornammo in A. L'allenatore capì che il mio ruolo non poteva essere quello di centravanti, ma che dovevo essere ala destra; e lì mi scatenai: cominciai a segnare di più, e divenni una specie di eroe per i napoletani. I cori nella curva B del San Paolo li ricordo ancora».

Un po' volgare ma efficace: Didì, Vavà e Pelé site 'a uallera 'e Cané. È questo che ricorda?
«Ricordo tutto. I momenti belli ma anche quelli che lo sono stati meno».

Insieme ad Altafini e Sivori, con Pesaola in panchina, formò uno dei tridenti più forti del calcio italiano, ma anche uno dei più incompiuti. E Ferlaino la cedette al Bari.
«Feci appena tre campionati qui, due dei quali in B. Devo dire che anche in Puglia stetti bene, e la gente non mi ha mai dimenticato. Però, fui molto felice di tornare a Napoli per giocare sotto la guida di Luis Vinicio; un'esperienza straordinaria che porto nel cuore. Poi, nel 1975, a 35 anni, mi ritirai».

Però da Napoli non è mai più andato via.
«Perché farlo? Io qui sto benissimo. E poi devo allenare mio nipote: ha sei anni e, guarda caso, è ammalato di pallone. D'altronde, Napoli è un po' come Rio: chi va via poi muore di nostalgia».
Sabato 2 Giugno 2018, 20:00 - Ultimo aggiornamento: 02-06-2018 20:00
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