I ricordi di Elena Coccia:
«Quello sciopero del latte
e il formaggio di mammà»

di Maria Chiara Aulisio

Quello che Elena non dimenticherà mai sono i chili di formaggio che la famiglia Coccia era costretta a smaltire dopo ogni sciopero del latte. Quando i contadini, stanchi di essere vessati da industriali avidi e senza scrupoli, alzavano le braccia e ne bloccavano la vendita, di quel latte appena munto qualcosa bisognava pur farne perché, prima regola dell'agricoltore, guai a buttarne anche solo un bicchiere. E allora, giù caciotte, provoloni, caciocavallo, ricotta, burro, burrata e tutto quello che dal latte si poteva tirare fuori. A quel tempo le sembrava un incubo, oggi invece rischia l'astinenza: «Se non mangio un pezzetto di formaggio tutti i giorni è come se mi mancasse qualcosa». Elena Coccia avvocato penalista, trent'anni di esperienza giudiziaria alle spalle, e altrettanti di impegno politico che porta avanti con orgoglio dai tempi della scuola quando parla del formaggio fatto da sua madre, ancora si commuove. 
 
 

Una tradizione familiare che le è rimasta nel cuore. 
«Era bravissima, e quel gusto ancora mi avvolge il palato. Però, certo, nei giorni dello sciopero del latte, di formaggio se ne produceva tanto e bisognava consumarlo. Perderlo, a casa mia, non era concepibile. Ricordo che il figlio più piccolo di uno dei miei fratelli confondeva le parole sciopero e formaggio. Ogni volta che partiva la protesta, iniziava a piangere: No, basta, non voglio mangiare ancora sciopero». 

Una famiglia di contadini, la sua. 
«Sì, di Agerola. Avevamo una terra e vivevamo di quello che i miei genitori riuscivano a produrre. Da mangiare ce n'era sempre tanto: i prodotti della terra, quelli della stalla ma poca disponibilità economica. Con la mia prima borsa di studio comprai la lavatrice a mia madre. Prima, il bucato si faceva a mano». 

Fatica enorme. 
«Eravamo sei fratelli, basta a immaginare quanta roba da lavare ci fosse quotidianamente. Quando arrivò la lavatrice, fu una festa, soprattutto per mia sorella che era addetta alla lavanderia». 

Sei figli, famiglia numerosa. 
«Mia madre ha cominciato a partorire a 25 anni e ha finito con me a 50, quando pensò di essere in menopausa e invece mi stava aspettando. Con il mio primo fratello ci sono 25 anni di differenza, con mia sorella poco meno. In realtà è lei che mi ha cresciuto, mamma mi faceva da nonna». 

Quindi, anche lei ha sempre vissuto in campagna? 
«Certo. E, al netto di qualche disagio, ho imparato a fare tante cose: tagliare l'erba, mungere le mucche, e poi cucire, cucinare, fare le pulizie. La mia però era una famiglia di contadini un po' atipica». 

In che senso un po' atipica? 
«Mia madre recitava a memoria la Gerusalemme liberata, mio padre ci leggeva il giornale tutte le sere, e noi lì a ascoltare e imparare. Molto alternativi per i canoni del paese, che in quegli anni era dominato dalla peggiore democrazia cristiana; quella dei fascisti trasformati in Dc, per intenderci. La nostra era diventata una casa rifugio: da noi, ad esempio, alloggiarono per qualche tempo Roberto Bracco, Emilio Scaglione. I miei fratelli, poi, erano tutti sindacalisti; anche piuttosto combattivi». 

E a scuola? 
«Le elementari le ho frequentate ad Agerola, facendo a scendere, ma poi anche a salire 120 gradini al giorno. Quando nevicava, era più comodo: seduta per terra scivolavo verso giù. Il liceo classico invece ad Amalfi; qui niente scalini per fortuna, ma alle sei del mattino dovevo prendere il pullman della Sita che mi ci portava: un'ora a andare e una a tornare». 

Gran fatica... 
«Mi ripagò la gioia di vincere il primo premio Città di Amalfi, con il miglior compito sui poeti ermetici. E ebbi una doppia soddisfazione: la lavatrice che acquistai per mamma, e Quasimodo a consegnarmi la busta». 

Un premio dalle mani del poeta Quasimodo? 
«Fu un onore per me». 

Studentessa modello, insomma. 
«Non ero brava in tutto, mi piaceva scrivere e ero molto interessata al momento storico che stavamo vivendo, anche se da noi ne arrivava solo una eco lontana. I nostri filoni si consumavano tra la spiaggia e le barche dei pescatori, parlando di politica e filosofia, mentre il mondo bruciava tra proteste, cortei, manifestazioni...». 

E voi invece tranquilli a fare filone e a godervi il sole e la pace di Amalfi. 
«Eravamo ugualmente inquieti e pronti a fare la nostra parte. Una mattina arrivò un compagno di scuola e ci disse: Dobbiamo opporci alla riforma Gui. Noi manco lo sapevamo chi fosse 'sto Gui, ma l'idea di scioperare ci entusiasmò». 

Quindi, primo corteo nella storia di Amalfi? 
«Tra i pescivendoli, i pescatori che cucivano le reti, le donne che facevano la spesa... Guagliò ma che state facendo?, e noi: Protestiamo, la riforma Gui non ci piace. Ma, alla domanda E che è 'sta riforma Gui?, nemmeno sapevamo rispondere; però ormai eravamo pronti alla lotta». 

Di quale lotta parla? 
«Di quella che avremmo fatto in seguito. A Napoli facevo parte della sinistra universitaria, ricordo di aver pianto molto per il suicidio di Jan Palach. Da lì decisi di seguire le teorie di Trotsky, l'idea dell'espansione della rivoluzione socialista in tutto il mondo, sull'esempio di quella sovietica del 1917. Quella scelta diede grande impulso alle vicende della mia vita». 

Sempre in prima linea? 
«Facevo parte della Quarta Internazionale, un'organizzazione del movimento operaio e dei lavoratori. Qui a Napoli era un gruppo politico molto femminile: il nostro capo, Lidia Cirillo, era omosessuale quando ancora era un tabù. Abbiamo vissuto tante esperienze insieme, a cominciare dalla nostra diversità nell'essere comunisti ma di impostazione trotskista». 

Come mai scelse la facoltà di Giurisprudenza, le piaceva il mestiere di avvocato? 
«Ero stata molto indecisa. Inizialmente avevo pensato alla sociologia, volevo studiare a Trento ma la città non mi piacque. Tornai a Napoli, e mi iscrissi a Legge; ma a diventare avvocato ancora non ci pensavo». 

Che cosa la convinse a farlo? 
«Un episodio che racconto oggi per la prima volta. Era il 1972, in Italia ci fu un tentativo di colpo di stato, uno dei tanti; io ero all'università, sempre con la Quarta Internazionale, e il Pci di allora che non era il nostro partito, ma manteneva buone relazioni con i gruppi di estrema sinistra ci consigliò di lasciare le nostre case per qualche giorno». 

Temevano potesse accadervi qualcosa? 
«Eravamo molto esposti politicamente, e il rischio c'era. In quegli anni, a Napoli, ci fu una forte avanzata fascista, c'erano zone come piazza Dante dove non potevamo neanche mettere piede. In ogni caso, seguimmo il consiglio del Pci e finimmo sparpagliati a dormire in giro per le case messe a disposizione da alcuni compagni». 

Dalle notti in fuga alla decisione di diventare avvocato, qual è il nesso?
«Ci arriviamo. Capitai a dormire a Forcella, avevo 21 anni, un palazzo diroccato. Lì incontrai un ragazzo di Lotta continua, passammo quella e altre notti insieme. Ho sempre avuto una visione eroica anche del sesso, fu una bella storia. Qualche tempo dopo, ci separammo: lui andò in Toscana, io rimasi qui. Una mattina sul Manifesto lessi che lo avevano ucciso, a Pisa». 

Che cosa era accaduto? 
«Gli avevano sparato, si parlò di rapina, ma in realtà aveva tutte le caratteristiche dell'agguato. La verità non la sapemmo mai, ma io capii quale sarebbe stato il mio mestiere: avrei fatto l'avvocato, per la libertà e contro la violenza».
 
Domenica 18 Marzo 2018, 18:48
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