I ricordi di Mario Mattioli:
«Le mie vacanze da mozzo
lavando il ponte verso Osaka»

di Maria Chiara Aulisio

È la sindrome dell'harem la patologia che lo affligge sin da bambino, e dalla quale felicemente, dice non è mai guarito. Tre sorelle e una mamma cavaliere del lavoro, tre figlie e una moglie: otto donne nella vita di Mario Mattioli, 56 anni, armatore napoletano alla guida di un'attività che la famiglia porta avanti da decenni. Si chiama Shipping, che in altre parole vuol dire possedere e amministrare navi, occuparsi di trasporto merci, assistenza motonavale a piattaforme petrolifere e operazioni di rimorchio e salvataggio. Al vertice di Confitarma, l'assemblea della confederazione italiana degli armatori, Mattioli guida anche la antica holding di famiglia Ca.Fi.Ma.


In casa Mattioli donne avanti tutta.
«Nel mondo dell'economia marittima hanno sempre avuto un ruolo importante. Gli uomini erano spesso fuori e toccava a loro gestire gli affari in assenza dei mariti».

È quello che ha fatto anche sua madre?
«La mia era un vero e proprio boss: abile e sicura quando si occupava delle aziende, e contemporaneamente attenta e vicina a noi in casa. Ricordo ancora quel pomeriggio del 2003 quando Carlo Azeglio Ciampi, allora presidente della Repubblica, firmò il decreto con il quale nominava Maria Laura Cafiero cavaliere del lavoro». 

Bella soddisfazione.
«Il trionfo delle mie donne. Donne con le quali sono sempre andato d'accordo. Anzi, da ragazzino ne traevo pure qualche vantaggio. A cominciare dalle loro amicizie femminili, di cui io e i miei amici approfittavamo volentieri. Una delle mie sorelle studiava al Belforte, in piazza Europa, andavamo a prenderla a scuola e poi accompagnavamo a casa anche le sue amiche».

Lei invece quale scuola frequentava?
«Il Pontano. È lì che ho conosciuto quelli che poi sarebbero diventati i miei compagni di vita. Ho uno splendido ricordo degli anni passati dai gesuiti. E del mio professore di filosofia, un sacerdote giovanissimo al quale devo molto; ricordo ancora il suo nome: Luigi Musella. Mi fece appassionare alla sua materia grazie a un metodo di studio diverso dal tradizionale».

Quale?
«I gruppi. La filosofia si studiava insieme, un sistema grazie al quale ho imparato a capitalizzare ciò che gli altri sapevano più di me. Un esercizio straordinario, che mi è tornato utile anche quando ho cominciato a lavorare. Ma c'era anche padre Garofalo, il professore di inglese, che ci accompagnava sempre in gita. Lo facevamo impazzire».

I cosiddetti viaggi di istruzione.
«Per me erano fondamentali, un momento di divertimento e condivisione con gli amici, anche perché prima dei 16 anni ho cominciato a non fare più le vacanze d'estate, e quei viaggi con i compagni erano preziosi».

Niente vacanze?
«Appena finiva la scuola mi imbarcavano con l'equipaggio su una nave da carico e mi rivedevano dopo un paio di mesi». 

La gavetta, insomma.
«Ero talmente giovane che neanche avevo idea di che cosa avrei fatto da grande, ma lavorare come mozzo mi fu molto utile».

Faceva il mozzo davvero?
«Ero un ragazzino, cominciai dal gradino più basso. Poi diventai giovanotto di coperta e, sul campo, fui promosso marinaio quando, per ragioni che non ricordo più, uno di loro fu costretto a sbarcare e presi il suo posto. Quel ruolo mi consentiva di fare i turni al timone, che soddisfazione!». 

Mozzo, giovanotto di coperta e marinaio, ma sempre nipote dell'armatore era.
«Certo, anche se sacrifici, lontananza e disagi erano uguali a quelli degli altri. Mio nonno poi non era uno che si lasciava intenerire. Ebbe molto da ridire quando, dopo oltre trenta giorni di navigazione per raggiungere la città di Osaka, da lì presi un aereo per tornare a Napoli: cominciava la scuola, non sarei mai potuto rientrare con l'equipaggio, ma il nonno non riuscì a nascondere tutto il suo disappunto, quando fu costretto a comprarmi il biglietto. Gli sembrò un'esagerazione».

Napoli-Osaka e ritorno. 
«Fu il mio primo viaggio a bordo. Da Napoli a Anversa fino in Africa occidentale, poi la Liberia, Città del Capo, un mese filato di navigazione fino a Osaka. Eppure, poca roba rispetto al ritorno, che fu una vera odissea».

Ma non era rientrato in aereo, contro la volontà di suo nonno?
«Seguimmo la rotta polare, non si poteva volare sulla Russia. Ricordo che da Osaka andammo a Tokio, da lì finimmo ad Anchorage in Alaska e poi rotta su Copenaghen, Roma e finalmente Napoli. Quando sbarcammo, ci consegnarono anche il certificato della Polar route. Ero talmente sporco che mio padre mi disse che non mi avrebbe parlato se non mi fossi prima fatto una doccia».

Queste erano le sue vacanze da adolescente?
«Il terzo anno però mi portai l'amico del cuore, Vincenzo Bruno. Era l'estate del 1981: dall'Inghilterra raggiungemmo gli Stati Uniti, in Virginia facemmo un carico di carbone che poi scaricammo in Albania. Ci colpì molto passare dai grandi Sharp americani alle vecchie radioline transistor albanesi. Un tuffo in due mondi agli antipodi, nel giro di un mese. Non era mica come oggi, che basta un clic e vai dove vuoi: in quegli anni le finestre sul mondo erano limitatissime. A ogni modo, a quel punto, il mare per me era diventato un'attrazione fatale».

Navigava e studiava.
«Non è stato facile fare entrambe le cose. Ma ebbi la fortuna di incontrare Gianni Spinelli, amico e compagno di università: studiare con lui mi fece un gran bene, in un anno riuscimmo a dare undici esami». 

E le ragazze? In questo continuo navigare riusciva a frequentarle?
«Le amiche delle mie sorelle non mancavano mai... Scherzo, naturalmente. Anche se devo ammettere di essere sempre stato piuttosto timido, non mi facevo avanti con facilità».

Fino a quando non ha incontrato sua moglie...
«La prima sera insieme non la dimenticherò mai. Era l'estate del 1989, Chicca l'avevo appena conosciuta. Eravamo in quattro, a Massa Lubrense, proposi una notte di baldoria a Capri. Furono tutti d'accordo. Salimmo a bordo del mio gozzo e partimmo alla volta dell'isola della trasgressione».

Intenzioni bellicosissime.
«Non riuscimmo neanche a uscire dal porto: una cima finì nell'elica e fu impossibile ripartire. Allora tornammo a terra, decisi a proseguire la serata a Sorrento».

Sempre meglio di niente. 
«Il problema a quel punto era trovare il modo per arrivarci. Lo risolvemmo facendoci prestare due motorini: a me lo diede mio cugino più piccolo, il mio amico Pierluca invece se lo fece portare dal fratello. Così, finalmente, ci avviammo a Sorrento».

Bella serata?
«Non ci arrivammo mai. Neanche un paio di chilometri e ci fermarono i carabinieri. Non ricordo più neanche che cosa non fosse in regola, fatto sta che ci sequestrarono i motorini lasciandoci tutti e quattro a piedi a metà strada tra Massa e Sorrento. Delle due l'una, pensai: o non mi vuole vedere mai più o mi sposa. Buona la seconda». 
 
Sabato 21 Aprile 2018, 12:51 - Ultimo aggiornamento: 23 Aprile, 16:52
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