Moro e la premonizione di Raffaele, il poliziotto-eroe di Casola ucciso in via Fani

di Generoso Picone

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Gli eroi sono tutti giovani e belli, ma Raffaele Iozzino in quella fotografia è proprio un ragazzino con il sole dei Monti Lattari sulle guance. Non avesse la divisa da poliziotto, indossata con tutto l’orgoglio dei suoi 24 anni, sembrerebbe appena arrivato arrossato dallo sforzo da una corsa a piedi o in bicicletta lungo la salita lastricata di pietra che da Castellammare di Stabia porta a Casola di Napoli, paesino di terra e fatica sul promontorio che va verso Sorrento, quasi di guardia ai due golfi, sopra l’azzurro del cielo e giù il mare più blu. Un piccolo paradiso però negato ai suoi figli, destinati a lavorare i campi o a non lavorare per niente e perciò ad andare via. 
Raffaele Iozzino aveva chiesto aiuto a don Michele Cascone, il parroco, per trovare un posto nella Polizia, qualche tempo prima lo avevano scartato perché era gracilino e gli mancavano pure due denti: riuscì a essere arruolato e quando arrivò a casa la cartolina della Scuola di Alessandria, lui raggiante abbracciò la sorella maggiore Liberata e annunciò: «Ci cambia la vita, sorella mia. Cambia a tutti, vedrai, perché con un lavoro solido potrò permettervi di avere qualche soldo in più. Sono sicuro, questa è svolta».
Ai suoi inviava la metà dello stipendio, che era di 50mila lire. Aveva anche comprato un’auto, una Mini Morris blu, che è ancora lì, come nuova, il fratello Luigi la tiene coperta e conservata che neanche una reliquia. L’ultima cosa appartenuta a Raffaele. Le ultime parole da lui pronunciate a Casola le ricorda invece Vincenzo, il più piccolo di famiglia, che allora aveva 20 anni. Era tornato il venerdì sera da Roma, in treno, appena finito il turno, e la domenica stava preparandosi a rientrare, di malavoglia. «Non ho troppa voglia. Non è un momento facile a Roma, la situazione è delicata. Spero che Moro presto divenga il nuovo presidente del Consiglio così ci porta al Quirinale. Ci sono tipi strani in giro nelle ultime settimane. Moro è amato da tutti, nessuno lo tocca, però un po’ di paura c’è, il terrorismo è sempre più pericoloso». «Aveva un dubbio, quasi una premonizione. Non sapeva se prendere quella settimana o la successiva per le ferie di Pasqua. Chissà», si rammarica Vincenzo con una traccia di dolore che 40 anni dopo tiene ancora aperta la ferita. Poi Raffaele si decise a prendere lo zaino e promise: «Ci vediamo la prossima settimana, sarà la Domenica delle Palme, staremo tutti insieme».
No. Il padre Pasquale, la mamma Carolina, la sorella Liberata e suo marito, i fratelli Luigi, Ciro e Vincenzo, don Michele, gli amici, la campagna, il mare, il vigneto, l’orto di olivi e gli aranceti non lo avrebbero visto più vivo. La mattina dopo, lunedì 16 marzo 1978, lui, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi e Giulio Rivera sarebbero stati uccisi dal commando delle Brigate Rosse che a via Fani rapì Aldo Moro. Operazione di geometrica potenza, si disse. Raffaele Iozzino aveva 25 anni, uno in più di quella fotografia e uno in meno del suo amico Rivera, e fu l’unico a riuscire a scendere dall’auto e a sparare due volte, 17 colpi di mitra lo avrebbero ammazzato. 
I tre poliziotti e due carabinieri di scorta al leader democristiano divennero nel comunicato numero 1 della Br «cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali». «Gli eroi di via Fani», al contrario, li definisce Filippo Boni nel libro che meritoriamente ha loro dedicato (prefazione di Mario Calabresi, Longanesi, pagg. 302, euro 18,80) per riscattarli dall’orrore di quella rivendicazione e restituire dignità ai loro itinerari di vita, una linea tragica e dolente nel furore degli anni di piombo e un brano significativo della storia dell’Italia. 
«Sapemmo dell’attentato dalla radiolina, stavamo potando la vigna e sentimmo “Moro rapito e la scorta massacrata in un terribile agguato a via Fani. L’Italia è sotto shock”. – racconta Vincenzo – Ci mantenemmo in piedi con la speranza che qualcuno almeno si fosse salvato. Alle 14 bussarono due poliziotti e dissero che si sarebbe dovuto andare a Roma per riconoscere il corpo di Raffaele». Quaranta anni dopo sembra ieri. Il padre Pasquale, reduce della guerra in Libia e prigioniero fino al 1946 in Galles, non ce la fece ad andare avanti e ne morì. La mamma Carolina andò con i figli al Quirinale a ritirare la medaglia d’oro alla memoria e con Liberata, Luigi, Ciro e Vincenzo sopportò gli insulti dei brigatisti dalle gabbie durante i processi. I maschi ottennero un posto di lavoro più stabile, anche se oggi Vincenzo è un sessantenne esodato. A Raffaele le lapidi in via Fani, pure imbrattate, e al cimitero di Casola. «Era nel fiore della vita, stava facendo il suo lavoro e soltanto il suo lavoro», è la voce sommessa di Vincenzo. L’emozione incrina le parole. «Ogni 16 marzo viviamo questa giornata del ricordo e sappiamo che dev’essere così, che deve passare e passa. Poi in televisione vediamo le immagini degli scontri nelle piazze, dei giovani che rianimano la violenza di allora e ripensiamo a quanti danni possa portare il fanatismo dell’ideologia. Quarant’anni fa hanno ucciso perché dicevano di voler difendere i diritti dei lavoratori: e mio fratello che cos’era se non un lavoratore? E i suoi colleghi della scorta non lavoravano e si sacrificavano per sostenere le famiglie? Mica eravamo in una dittatura, c’era la democrazia e Raffaele la difendeva. Lo hanno ammazzato».
Vincenzo Iozzino una ventina di anni fa si è sottoposto a una prova dura, difficile e necessaria. In piazza San Pietro a Roma incontrò Valerio Morucci e poco dopo in un bar Adriana Faranda, due dei corresponsabili dell’omicidio di Raffaele. «Volevo capire, guardarli in faccia e negli occhi. Non trovare una giustificazione, ma rendermi conto. A stento riuscii a parlare, il peso del dolore mi opprimeva. Ci fu molto silenzio. Morucci mi strinse forte la mano e mi chiede perdono. Anche Faranda lo fece e mi consegnò una pianta da portare sulla tomba di Raffaele. Rimasi turbato da quegli incontri». Li ha perdonati? «Mi hanno aiutato a comprendere il male. Certo, è stata dura accettare che lo Stato premiasse terroristi autori di tante tragedie con una legislazione speciale per il loro pentimento. La violenza e la morte non potranno mai trovare un senso. Raffaele non c’è più, aveva 25 anni e una vita davanti. Come si fa a spiegare perché non ci sia più?».
Domenica 11 Marzo 2018, 11:17
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