Tullio ​Pironti, ottant'anni tra pugni, libri e grandi firme

di Francesco Durante

Il sorriso più smagliante di Napoli appartiene al principe di Piazza Dante, Tullio Pironti, che domani, per lo stupore di chiunque lo conosce, compie ottant'anni. Ho scritto «principe», e lo ribadisco. Tullio Pironti, benché non abbia mai vantato ascendenze bizantine, e non si proclami né un Comneno né un Focas, principe lo è nell'anima, e di una specie che soltanto a Napoli si può trovare, capace di coniugare autentica nobiltà d'animo, sorgiva generosità e naturale eleganza con l'essenza più profondamente popolare della città, quel patrimonio senza tempo che ne modella la facies e fa sì che essa sfidi ogni rovescio della fortuna e dica: Ebbene, sono ancora qua e grazie a Dio «non omnis moriar», e da qualche parte, se grattate bene e a fondo, saprete ritrovarmi.

Il Gran Tullio regna benigno su Piazza Dante da oltre mezzo secolo. Chi scrive lo frequenta da trentasette anni, e sa che può incontrarlo esclusivamente lì. Un principe, del resto, non è che possa andare e venire dove vuoi tu, sei tu che devi cioncarti a fargli visita. E io da trentasette anni ho potuto vedere con quale amorevole cura egli presidi i confini del suo principato, che si estende dalla libreria eponima a tre ristoranti «53», «Leon d'Oro» e l'ormai cessato «Dante e Beatrice» avventurandosi poi per un breve tratto sotto la volta di Port'Alba e fin'anche nell'ardimentoso attraversamento di via Pessina, verso Palazzo Bagnara, dove si trovano gli uffici della sua casa editrice, e più ancora verso la torrefazione Passalacqua. Il principe è metodico e abitudinario. Un tempo, vivo il suo grande amico Giò Marrazzo, del quale pubblicò il super-bestseller Il camorrista da cui Giuseppe Tornatore trasse l'omonimo film con Ben Gazzara, poteva capitare che la sera, verso le undici, si recasse a cena in un luogo lontanissimo, niente meno che al ristorante «Da Peppino a Santa Lucia» di via Palepoli, anch'esso non più esistente, ma che era allora il posto dove, a mezzanotte, si potevano trovare tutti i giornalisti, tutta la gente di teatro e tutte le poche, eroiche donne di piacere che ancora battevano la zona.

Per il resto, Piazza Dante forniva tutto ciò di cui c'era bisogno. In quei primi, magici anni Ottanta, Tullio era la quintessenza dell'editore d'assalto. Da The Vatican Connection di Richard Hammer a In nome di Dio di David Yallop al Camorrista di Marrazzo, finiva sempre primo nella classifica dei più venduti. Se qualcuno aveva un libro scomodo da pubblicare, veniva a trovarlo. Tullio era una specie di «editore da strada»: suoi consulenti volanti erano giornalisti o professori universitari cui mostrava progetti di titoli e copertine mangiando un piatto di maccheroni. Ero presente, per dire, il giorno in cui Giuseppe Zaccaria, inviato de «La Stampa», risolse il problema del titolo di un libro di Gunter Wallraff che in originale suonava Ganz Unten e nell'edizione Pironti divenne Faccia da turco. E soprattutto ero presente quel fatidico giorno del 1985 in cui Tullio, che partecipava all'asta per aggiudicarsi i diritti italiani di Bret Easton Ellis avendo come avversario il più grande editore italiano, quando si trattò di fare l'offerta decisiva volle prima stendersi dieci minuti sul divano. Chiuse gli occhi e rimase in silenzio. Poi si alzò, prese il telefono, chiamò l'agenzia ALI e scandì la sua cifra a sette zeri, e vinse. A quel tempo il dollaro stava a 2000 lire, e gli venne una puntina di mal di testa.

Ellis, come poi Don DeLillo, Raymond Carver e qualche altro autore, era stato un suggerimento di Fernanda Pivano, che secondo me di Tullio s'era tecnicamente innamorata. Sto parlando, intendiamoci, di un fatto assolutamente platonico. Ma sono sicuro che alla base del fecondo sodalizio Pivano-Pironti ci fosse proprio una cosa di puro affetto. D'altra parte, Tullio è sempre piaciuto molto alle donne: sarà il sorriso, sarà quella luce negli occhi, tenera e birbante, insomma il principe non passa inosservato, e l'ha sempre saputo benché abbia sempre fatto le mostre di non avvedersene. Posso anche dire di aver constatato come questo suo successo funzionasse anche su scala internazionale, essendomi recato con Tullio a Francoforte per la Buchmesse, a Zagabria per conoscere l'autore di 7000 giorni in Siberia, e avendo addirittura trascorso una settimana di vacanza con lui in Inghilterra nell'estate 1986. A Londra incontrammo Yallop, e dopo ce ne andammo nel Galles, ad Aberystwith e poi a Liverpool, e di nuovo a Londra. Avevamo un'auto a noleggio, quando alla guida c'era Tullio ero molto agitato e alla fine capii perché, dato che Tullio mi confessò che da un occhio ci vedeva poco un'eredità del tempo in cui faceva pugilato ed era l'occhio che, con la guida a sinistra, gli sarebbe servito di più. Ci facemmo una foto nell'isola di Anglesey, sotto il cartello del paese col nome più lungo del mondo: Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch.

Le prime cose che ho imparato sull'editoria libraria le ho imparate lavorando con Tullio alla fine di una stagione in cui Pironti avrebbe potuto fare il gran salto e diventare una casa davvero importante, che aveva in catalogo gli americani più cool, e poi tanti altri da Jean-Noel Schifano a Edmond Jabés, che faceva un'importante rivista filosofica come «Metaphorein» e che riusciva a intercettare tempestivamente un mucchio di bestseller saggistici d'assalto. Ma alla fine Tullio ha preferito conservare il principato rinunciando alla managerialità. Come mi ha detto più volte: quel lavoro là, l'ha sempre fatto soltanto perché si divertiva. E se per diventare grandi e produttivi devi rinunciare a divertirti, beh, allora che senso ha?

Il tempo, comunque, non s'è fermato, e Tullio ha pubblicato tanti altri libri, ha incontrato gente curiosa, stimolante, o decisamente matta, e s'è molto divertito. Tinto Brass, Giancarlo Dotto, Maria Roccasalva e molti altri sono diventati suoi amici e autori e insomma la produzione editoriale continua. Piazza Dante nel frattempo è assai cambiata, eppure se fanno le cartoline è assai probabile che venga fuori anche lui. Adesso, dopo pranzo, di preferenza gioca a scacchi. Ai tempi, a chi lo cercava a quell'ora veniva riferito che era in riunione. In realtà stava facendosi una mano di tressette col personale di «Dante e Beatrice». I grandi i grandi veri fanno così.

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Sabato 10 Giugno 2017, 08:47 - Ultimo aggiornamento: 10-06-2017 08:47
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