Napoli, riapre dopo anni un gioiello assoluto: la Cappella dei Bianchi della Giustizia | Foto

di Marco Perillo

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C'è un celebre quadro che ritrae Eleonora Pimentel de Fonseca poco prima di giungere al patibolo, in piazza Mercato. L'eroina della rivoluzione napoletana del 1799 è accompagnata da un manipolo di persone incappucciate, col saio bianco, dal passo lento e cadenzato. Esse sono i componenti della Compagnia dei Bianchi della Giustizia, un'organizzazione caritatevole che sin dalle origini si era assunta il triste compito di confortare i condannati a morte, disporne funerali e le messe di suffragio, nonché assistere le famiglie in lutto. Da qui il nome Succurre Miseris, la cui ideazione è attribuita al francescano San Giacomo della Marca nella seconda metà del Quattrocento.

Oggi la Cappella dei Bianchi della Giustizia, gioiello inaccessibile e dimenticato da troppi anni, inglobato nel complesso degli Incurabili lì sulle alture di Caponapoli, finalmente riapre al pubblico. Da sabato prossimo saranno aperti per la prima volta a napoletani e non il tempio di Santa Maria Succurre Miseris e gli altri ambienti storici dell’Arciconfraternita dei Bianchi della Giustizia grazie a un accordo tra la Curia partenopea e il Museo delle arti sanitarie di Napoli. L'antico luogo di arte, storia e carità potrà essere ammirato con delle visite guidate, che saranno curate dalla storica dell’arte Antonia Simeone insieme con l’associazione culturale “Il Faro di Ippocrate”. Si potrà finalmente entrare in quello che per quattro secoli è stato il quartier generale della leggendaria Congregazione. Un luogo straordinario sino a oggi sconosciuto ai più e noto soltanto attraverso il celebre racconto che ne fece Salvatore Di Giacomo alla fine dell’Ottocento e le poche descrizioni di qualche storico contemporaneo.
 
 

LA “SCANDALOSA” E LE ALTRE OPERE. I suggestivi ambienti, che sono ubicati all’interno della cittadella sanitaria degli Incurabili (l’ingresso è nell’atrio dell’ospedale), affrescati e decorati da grandi artisti del barocco napoletano, mostrano quello che è sopravvissuto alle spoliazioni ed è stato recuperato (e in qualche caso restaurato), seguendo le tracce dell’articolo di Salvatore Di Giacomo poi confluito nella raccolta “Luci e ombre napoletane”, pubblicata a inizio Novecento. Oggetti, arredi, documenti, quadri, oggetti (compreso un enorme catafalco con inquietanti simboli funerari) e sculture, in primis la celebre “Scandalosa”, una scioccante ceroplastica che mostra le devastazioni provocate dalla sifilide sul corpo di una giovane donna, un terribile memento mori per le tante ragazze che si dedicavano alla prostituzione e rischiavano di finire proprio agli Incurabili, vittime dalla terribile malattia che fece strage per diversi secoli.


LA MEMORIA: STORIE DI CONDANNATI A MORTE. Si potranno dunque vedere gli spazi dove gli incappucciati conservavano gli oggetti appartenuti agli oltre quattromila condannati alla pena capitale da loro assistiti e dei quali registrarono ogni cosa negli archivi, una documentazione - in parte pubblicata da due studiosi napoletani, Antonio Illibato e Antonella Orefice - che fa rivivere i grandi eventi della storia cittadina, come la strage del 1799, quando i Bianchi accompagnarono al patibolo i patrioti della rivoluzione napoletana, a cominciare dal medico e scienziato Domenico Cirillo. Ma oltre agli eroi della libertà, i registri (oggi nell’archivio diocesano) ricordano pure gli uomini e le donne giustiziati in epoca borbonica per cause “imprecisate” e i tanti soldati uccisi con la barbara pratica della “decima” (si sceglieva il decimo della fila). Scrive la Orefice: “I tribunali borbonici applicavano i ‘gradi di pubblico esempio’, perché lo spettacolo offerto al popolo doveva essere un monito terrificante (…) Erano le disumane leggi del codice borbonico che hanno segnato lunghi capitoli della storia di Napoli (…) Ferdinando IV si riprese il suo regno spargendo sangue innocente in un’orgia lazzaronesca che nel furore della controrivoluzione non risparmiò nemmeno i cadaveri…. Fu uno scempio senza precedenti”( “Delitti e condannati nel Regno di Napoli (1734-1862”).


CARLO CELANO: “VEDER NON SI PUÒ CAPPELLA NÉ PIÙ BELLA”. La Compagnia - che fu ospitata nella cittadella dalla stessa fondatrice, Maria Lorenza Longo, già nel 1524 - inizialmente era composta da laici e religiosi, poi, nel timore che dietro le riunioni segrete si celasse l’ennesima rivolta antispagnola, nel 1583 il re ne ordinò lo scioglimento; in seguito ne permise la riapertura ma a condizione che i confratelli fossero scelti solo tra ecclesiastici fidati. Dell’antica e prestigiosa istituzione ha scritto recentemente anche lo studioso Antonio Emanuele Piedimonte nel suo libro “Alchimia e Medicina a Napoli”, ricordando anche le parole di un grande storico seicentesco: “Molti i gioielli d’arte… nel tempio di Santa Maria Succurre Miseris, del quale il Celano dirà: ‘Veder non si può Cappella né più bella né più adornata’. Tra questi vanno segnalati: la “Madonna con bambino” opera di Giovanni da Nola al centro dello spettacolare altare maggiore in marmo policromo realizzato da Dioniso Lazzari; i grandiosi affreschi della volta e dell’abside di Giovanni Balducci, Giovan Battista Benaschi e Giacomo Sansi; i lavori in legno di Giuseppe Lubrano, dell’indoratore Aniello Nozze, dell’orafo Biagio Guariniello, dello stuccatore Andrea Merliano; le sculture di Lorenzo Vaccaro; le pitture di Camillo Spallucci; gli affreschi di Paolo De Matteis”.


CURIA E MUSEO PER UN’APERTURA STORICA. A presentare il protocollo d’intesa tra Museo e Curia sono stati gli stessi protagonisti dell’accordo: monsignor Adolfo Russo (che ha ricordato la storica vicinanza tra la Compagnia e l’ospedale), don Giovanni Tammaro (“È una delle arciconfraternite più belle di Napoli e il cardinal Sepe ha voluto benedire questa collaborazione”) e il fondatore e direttore del Museo delle Arti sanitarie, il chirurgo Gennaro Rispoli, che ha sottolineato la rilevanza dell’evento: “La sede dei Bianchi, da cinque secoli tutt’uno con gli Incurabili, è sempre stata chiusa al pubblico. Fu così persino nei secoli scorsi: piccoli gruppi di fedeli potevano vedere la sola chiesetta due o tre volte all’anno. Ora - aggiunge Rispoli - quella porta sbarrata sarà aperta regolarmente per due giorni al mese (inizialmente). E grazie a questa importante sinergia possiamo restituire alla città un altro piccolo-grande scrigno che custodisce gioielli d’arte, di religione, di carità e di storia”. Per le prenotazioni (i posti sono limitati) si può chiamare il centralino del Museo delle Arti sanitarie: 081-440647.


 
Lunedì 10 Luglio 2017, 22:58 - Ultimo aggiornamento: 10-07-2017 23:27
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2 di 2 commenti presenti
2017-07-12 14:42:01
Nell'articolo di Marco Perillo sulla (ottima) notizia della riapertura della Cappella dei Bianchi, alcune note di carattere storico che forse andrebbero approfondite. A proposito dei “tribunali borbonici che applicavano i gradi di pubblico esempio”, frutto delle “disumane leggi del codice borbonico”, prima di condannare quel codice, forse, andrebbe letto quanto ne scriveva uno dei più grandi giuristi italiani: il codice borbonico “è stato sempre indicato dagli storici del diritto dell’Ottocento (Pessina, Calisse ecc.) come un’opera tecnicamente ‘ben fatta’ e per quei tempi relativamente ‘mite’. E con ragione” (Italo Mereu, La morte come pena. Saggio sulla violenza legale, ed. Donzelli, Roma, 2000, p. 137). Con opportuni (e necessari) confronti, infatti, avremmo scoperto che leggi simili a quelle citate come “crudeli”, per quanto “crudeli”, negli stessi anni, erano presenti nei codici del resto del mondo. Ad esempio nei codici sabaudi (1839, articoli 183 e 377) che seguivano quelli napoleonici: in particolari casi di omicidio, infatti, la pena capitale era accompagnata dall’antica “berlina” con i condannati costretti in pubblico al patibolo in camicia, a piedi nudi e con il capo coperto di un velo nero. Il “modello napoleonico” (quello che anche gli autori del libro da lei citato, in quanto cultori della storia francese e giacobina, dovrebbero conoscere bene), “in quanto a crudezza, non fu smentito neanche dal successivo codice del 1859”. In quanto alla “orgia lazzaronesca” e allo “scempio senza precedenti” attribuito a Ferdinando IV di Borbone al rientro sul suo trono, basterebbe leggere (sempre a proposito di necessari confronti tra fonti) le cronache dei generali francesi come P. Thiebault che riportano la drammatica cifra di “oltre 60.000” napoletani/meridionali massacrati dai franco-giacobini in appena cinque mesi di Repubblica Napoletana. Per lo stesso Mazzini erano loro i veri “patrioti” e non quelli che favorirono un’invasione straniera (manoscritto, Museo Centrale del Risorgimento, Roma). Cortesi saluti Prof. Gennaro De Crescenzo
2017-07-11 08:00:43
Borbone , borbone sempre i borbone ma è facile dimenticare le migliaia di popolani trucidati dai liberatori francesi in nome della fratellanza uguaglianza e libertà, certo Cirillo e la fonseca valgono molto di più della povera gente ,vero?metiamoli sul stesso piano e non è che le colpe sono degli inglesi acrriimi nemici dei Francesi?

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