Napoli, le mummie aragonesi stupiscono ancora: prima degli antibiotici c'erano già batteri resistenti

di Marco Perillo

Prima la scoperta del fatto che esistevano i tumori anche nell'antichità, adesso quella dei batteri resistenti. Le mummie aragonesi custodite nelle arche della chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli continuano a essere utili al mondo della scienza. Dopo i primi studi pubblicati sulla rivista Lancet, arrivano quelli della rivista Genes con le nuove recenti scoperte: prima ancora che gli antiobitici fossero scoperti, esistevano infatti già batteri resistenti a questi farmaci dentro l'uomo. A rivelarlo una approfondita analisi della flora intestinale di otto mummie, tre Inca e cinque di nobili aragonesi vissuti a Napoli tra il '400 e '500. Secondo i ricercatori, fra cui diversi italiani, una possibile spiegazione è nel fatto che nei luoghi in cui si conservavano i cereali si sviluppavano dei funghi che erano degli antibiotici naturali. L'analisi delle mummie, tutte conservate in Italia, è stata divisa tra Italia e Stati Uniti. I ricercatori dell'università di Pisa e Camerino hanno fatto l'autopsia, la parte diagnostica e le analisi istologiche, mentre nell'università politecnica della California lo studio molecolare del Dna.

L'analisi del microbioma, cioè degli organismi che compongono la flora intestinale, ha mostrato nelle mummie peruviane precolombiane «la presenza di geni batterici particolarmente resistenti agli antibiotici, anche a quelli attuali», spiega Gino Fornaciari, professore di Paleopatologia all'università di Pisa. «Pensiamo che possa dipendere dal fatto che usavano conservare i cereali di cui si nutrivano, principalmente mais e quinoa, in dei silos in cui si sviluppavano dei funghi, che erano degli antibiotici naturali». Di fatto era come se mangiassero cibo 'integratò con gli antibiotici. «Lo stesso tipo di resistenza, anche se in forma minore, è stata rilevata anche nelle mummie dei nobili spagnoli», continua Fornaciari. Anche in questo caso la causa è da rinvenire negli ambienti in cui venivano conservate le farine e il frumento di cui si nutrivano, anche se in forma minore rispetto agli Inca.

L'analisi della flora intestinale delle mummie ha permesso infatti di ricostruirne la dieta, che era più a base di verdure negli Inca, e più a base di carne, spesso bruciacchiata o affumicata, per i nobili, tra cui il duca Ferdinando Orsini. «Ciò dimostra che le mutazioni genetiche sono avvenute naturalmente nei batteri e non sono legare necessariamente agli antibiotici», conclude Fornaciari.
Giovedì 16 Novembre 2017, 17:13 - Ultimo aggiornamento: 16-11-2017 17:13
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