De Giovanni e Napoli, contagiosa oltre gli stereotipi: «Gomorra non cancella le cose positive»

di Titti Marrone

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Parafrasando Nanni Moretti, si potrebbe dire: no, il dibattito no. Perché ogni discorso su Napoli, al centro di molti film alla Mostra del Cinema di Venezia, sconfina in ripetizioni del già detto. E forse sarebbe più utile parlare dei bus fantasma che inchiodano i poveri cittadini a interminabili attese, di buche o interminabili lavori in corso. Ma è impossibile negare che Napoli sia di per sé genere narrativo. Dove ultimamente pistola e rifiuti tossici avrebbero sostituito pizza e mandolino, come ha scritto Francesco Durante. «Ma io credo» dice lo scrittore Maurizio De Giovanni «che la narrativa sia per definizione libera, ognuno racconta la storia che vuole, altrimenti ciò che si fa per imbavagliare una qualsiasi narrazione si chiama censura. Dopodiché possiamo discutere sull'effetto che fa, ma questo è a valle del processo narrativo».

Il tema è la camorra assurta a stereotipo espressivo, non solo in ambito cinematografico.
«Chiedersi se sia giusto o no raccontare qualcosa, è una sciocchezza. Io racconto, poi tu puoi leggere o andare a vedere il film, il produttore può produrlo o no. Ognuno ha la sua libertà di narrare, poi il mercato legittima o meno la scelta narrativa. Se io faccio un truculento film con bambini ammazzati a decine per strada e nessuno va a vederlo, il secondo film nessuno lo andrà a vedere. Ma se ha successo e voglio farne un altro, ed ha nuovamente successo, possiamo chiedercene la ragione ma non censurare l'idea. Altrimenti finiamo in piena Corea del Nord».
D'altra parte, nessuno ha visto il sindaco di New York nel 1990 istituire uno sportello comunale che accogliesse le proteste contro il regista Scorsese perché Quei bravi ragazzi offendevano i laboriosi abitanti di New York.
«Io come napoletano che vive in questa città, non mi sento minimamente discriminato né offeso o sfiorato dai film o libri sulla criminalità. È indiscutibile che esistano ambiti criminali del genere. Resto convinto che la fiction Gomorra sia uno dei prodotti migliori mai fatto dal punto di vista tecnico. Ma chiunque pensa che Napoli sia tutta o solo quella, è da considerare cretino».
Però trasformare sul piano artistico certe negatività in esclusivo canone rappresentativo della città, e questa in una specie di museo dell'orrore italiano, non aiuta a capire né a cambiare. Insomma, è innegabile che dopo la valenza di denuncia del romanzo, sia sorto un manierismo gomorrista a base di mitragliette crepitanti, cadaveri carbonizzati e boss bestiali, con epigoni su più fronti espressivi. 
«D'accordo, ma chi può trarre conclusioni di tipo sociologico da una fiction? A me non sembra che Gomorra cancelli le cose positive. Quelle ci sono, insieme alle altre. Se io racconto un onesto impiegato del catasto dalla vita specchiata, probabilmente non interesserà nessuno. È ovvio che la narrativa cerchi le motivazioni dell'altro da sé, dello strano, dell'anomalo. D'altra parte non ha senso nemmeno che si definisca negazionista una narrativa su Napoli, magari criminale, che non parli di camorra».
Come si suol dire, nel bene non c'è romanzo. Però va anche detto, come ha ben sottolineato Valerio Caprara, che Napoli è da sempre caratterizzata dall'eccesso, ed è quindi ovvio che le sue più recenti rappresentazioni da parte di registi come De Angelis, di sceneggiatori come Braucci e di altri artisti siano stimolate da quella cifra, infinitamente più evocativa e creativa.
«Ma io non credo che Napoli sia solo eccesso. Guardiamo le grandi metropoli: Torino e Milano sono in tutto e per tutto città europee, Venezia e Firenze sono due monumenti, invasi da una fiumana di turisti stranieri. La loro identità urbana non è più immediatamente percepibile. Roma ha un'identità diversa da quartiere a quartiere. Invece, Napoli rimane l'unica profondamente identitaria, tu vai a Ponticelli o al Vomero o ai Quartieri Spagnoli o Chiaia e trovi situazioni differenziate, ma lo stesso popolo. Come nei palazzi della Napoli ottocentesca, con quattro strati sociali diversi».
È vero, lo schema verticale del palazzo descritto dallo storico Giuseppe Galasso con la plebe ai piani bassi, poi i borghesi, i professionisti, poi al piano nobile gli aristocratici, è riprodotta orizzontalmente in quasi tutti i quartieri cittadini.
«Questo perché c'è un unico popolo, con un'unica identità. Napoli è l'unica città fortemente identitaria, l'unica a essere una sintesi di sé stessa. Ora, se guardi la fiction sui Bastardi di Pizzofalcone, ti accorgi che potrebbe essere ambientata ovunque. Lì avvengono delitti che potrebbero essere commessi dappertutto. Però tutti capiscono che è Napoli. La riconoscibilità come fiction napoletana dipende dal fatto che la città è diversa dalle altre. Speciale, non esagerata, è l'identità a renderla riconoscibile, non l'eccesso».
Per me, Napoli storicamente incamera una realtà più che di eccesso, di scandalo: lo scandalo è la plebe che non è mai stata assorbita da processi produttivi o dal mercato, come in altre città europee, non diventata proletariato ma rimasta uguale a sé stessa e, in certi casi, sfocia nella devianza criminale.
«Io credo che incida molto, sull'identità, la particolarissima composizione della città: non puoi raccontare Chiaia senza i Quartieri, il Petraio senza il Vomero. Allora, come puoi raccontare un piano del palazzo che dicevamo prima senza raccontare anche gli altri? Non è questione di eccessi, ripeto, ma di identità. E' facile e bella da narrare perché piena di contrasti. Che convivono. Come nel film Song e Napule, dove camorra, polizia e neomelodici si sovrapponevano: dove altro accade?».
Io però ho visto nella fiction sui Bastardi, utile a veicolare all'estero un'immagine attraente, situazioni assai napoletane. Perfino l'ispettore Lojacono di Alessandro Gassman, siciliano, si napoletanizza, come se la città lo contagiasse. Più che porosa, Napoli mi sembra contagiosa.
«Sì, la porosità fa pensare alla passività, invece Napoli è molto attiva, permea tutto di sé, è talmente identitaria che trasmette come un liquido che ognuno assorbe. Così anche la criminalità qui è diversa. E' come una lente, tutto quello che vedi attraverso Napoli diventa del suo colore».
Ma c'è un'estetizzazione dell'immagine napoletana che stressa la cronaca in un crescendo di allarme?
«A volte si pretende che Napoli sia un inferno perché si ha bisogno di una negatività facilmente reperibile. Non so quanto questo sia a monte del processo narrativo, tipo: dobbiamo fare una storiaccia di atrocità, ambientiamola a Napoli. Però essere una città senza una casa editrice di livello nazionale e ospitare le scritture di Ferrante, Parrella, De Silva, Piccolo, Montesano, Cappuccio, Cilento, Saviano, Starnone, Virgilio, Rinaldi, Savarese e tanti altri è altamente positivo».
Aggiungiamo De Giovanni, via.
«Sì, sì. Voglio dire: tutti scrittori diversi ma compatibili con lo stesso ambiente. Del resto, è sempre stato così, nel passato troviamo altrettanti scrittori. Allora, un'estetica ampia che coniuga anche film diversissimi come Indivisibili e Le cose belle, è solo un'opportunità e non un cliché».
Domenica 10 Settembre 2017, 16:05
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