Un bassorilievo tinge Pompei di giallo: chi commissionò l'imponente monumento funerario?

di Carlo Avvisati

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Chi era l'importante personaggio pubblico della Pompei del I secolo dopo Cristo che aveva voluto arricchire il proprio monumento funebre con un bassorilievo di marmo e una epigrafe che ne raccontava le imprese e le cariche avute in città? Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, si è fatta una idea ben precisa sulla sua identità da quando nel corso dei lavori di ristrutturazione degli edifici demaniali situati nell'area di Porta Stabia, il varco cittadino che duemila e passa anni fa immetteva sulla strada che menava alla vicina Stabiae, ha visto spuntare un monumento funerario di buona fattura e la grande epigrafe che occupava una grossa parte del fronte della tomba. Tra le altre, quella scritta, considerata la lunghezza di quattro metri e su sette righe, risulta essere la più lunga mai rinvenuta a Pompei. Un'idea e un nome, si diceva, di cui il professore dirà oggi, nel corso della presentazione del monumento. E si parlerà anche della giusta collocazione che dovrebbe trovare anche un altro grande bassorilievo funerario, attualmente custodito nelle collezioni del Museo archeologico di Napoli. E questo perché, proprio quel rilievo, secondo Osanna sarebbe l'anello di congiunzione tra la tomba, l'epigrafe e il personaggio. 

Insomma, un mistero che da oggi non dovrebbe essere più tale e tre «tessere» del «grande mosaico» pompeiano che tornerebbero al loro posto. Il rilievo, ritrovato in prossimità di un monumento funerario, a sedile rettangolare, venne intercettato poco fuori porta Stabia, nel corso degli scavi effettuati verso la fine della prima metà del 1800. Lunga circa quattro metri e mezzo per un'altezza di centocinquanta centimetri, la scultura si compone di due lastre perfettamente combacianti e si sviluppa su tre registri, di altezza differente. Nelle tre sezioni sono proposti tre momenti dei giochi: apertura, sfilata e suonatori di corno; gladiatori, di specialità differenti: traci, cavalieri, mirmilloni, impegnati nei combattimenti, nella sezione centrale. Nel registro di base, invece, sono proposti combattimenti tra uomini e animali, e di animali tra loro. Una scena curiosa è quella che mostra un orso che ha afferrato il suo bestiarius (era il gladiatore che combatteva con gli animali) e gli stringe i denti sulla schiena, mentre gli assistenti scappano disperando di salvare il loro compagno. L'epigrafe, dunque, con i suoi sette registri, pur non recando il nome del defunto, ne riporta in maniera dettagliata le tappe fondamentali della vita (acquisizione della toga virile, nozze) e la descrizione delle attività munifiche che accompagnarono tali eventi: banchetti pubblici, elargizioni liberali, organizzazione di giochi gladiatori e combattimenti con belve feroci. Come appunto avviene nel caso del bassorilievo. 

Gli archeologi ricordano anche che nella stessa area di rinvenimento della tomba, un secolo e mezzo fa, venne trovata pure un'iscrizione, frammentata, di cui si sono perse le tracce, che appunto ricordava gli spettacoli nell'anfiteatro sponsorizzati da Clodio Flacco, magistrato molto noto in città sia per aver ricoperto due volte la carica di editor (magistrato che organizzava i giochi), sia perché proprietario di vigneti nell'area vesuviana: apparteneva alla famiglia Clodia, grossi produttori del Clodianum, un vino pregiato. E dunque, per diversi studiosi fu una sorta di strada obbligata l'attribuzione del rilievo alla tomba di Clodio Flacco. Se così fosse, allora, ne deriverebbe che il monumento funerario ritrovato e la epigrafe soprascritta appartengono proprio al magistrato. E però, le cose non sono così semplici. 

Per altri epigrafisti e studiosi pompeianisti, scritta e rilievo facevano invece parte del monumento funerario di Cneus Clovatius, anche lui personaggio molto noto in città, con monumento la vicino. Insomma, un mistero nel mistero tutto da chiarire. Così come potrebbero essere ancora un altro enigma quelle tracce del passaggio di una carovana ritrovate dagli archeologi a poco distanza dal monumento funerario. Il dato è anch'esso importante perché i segni sono stati rinvenuti su un livello più alto di circa due metri rispetto a quello del calpestio, prima dell'eruzione. Appartenevano alla spedizione dei curatores restituendae campaniae, i due magistrati che per ordine dell'imperatore Tito arrivarono nell'area colpita per valutare danni e soccorrere le popolazioni colpite? Chissà. È anche da questi misteri che da quasi tre secoli nasce e si alimenta il fascino di Pompei. 
Mercoledì 26 Luglio 2017, 09:12
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