«Anatomia del Miracolo», alla ricerca dell’ultima grazia

di Antonella Laudisi

«Ci credi alla Madonna dell’Arco?». «Sì, sì». «Anche se la Madonna non ti ha fatto il miracolo?». Frammenti di un discorso tra Giusy e un giovane fedele; tra chi, seduto in sedia a rotelle, il miracolo non l’ha avuto. O forse non l’ha voluto. Non lo ha cercato, dice, Giusy Orbinato che è atea ma non per questo lontana, anche in senso fisico, dalla fede. È lei una delle tre protagoniste di «Anatomia del Miracolo», il docufilm che sarà presentato oggi al Festival di Locarno in cui si analizza il rapporto «corporale» tra la Madonna dell’Arco e lo sciagurato popolo napoletano. Il racconto lo fanno tre donne, ciascuna porta sul corpo e nel corpo il segno di un miracolo, cercato (anche se da altri), mancato o atteso.

Come in un film, il flashback ci porta a Sant’Anastasia, alle pendici del Vesuvio, nel santuario della Madonna dell’Arco meta, ogni Lunedì in Albis, del pellegrinaggio dei «fujenti», fedeli che vestiti di bianco e azzurro percorrono a piedi tutta la provincia di Napoli (e oltre) per raggiungere a passo di corsa il luogo dove, dalla metà del XV secolo, si ricorda il Miracolo dell’icona della Vergine. La scena, come riportano le fonti dell’epoca, è questa: un giocatore sconfitto a «palla maglio» scaglia una boccia contro l’edicola votiva - oggi racchiusa in un tempietto che fa da altare al santuario - e colpisce il volto della Madonna con Bambino. Da allora un livido segna la santa guancia. Da allora la Madonna fa miracoli. E riceve in cambio ex voto che raccontano storie e Storia: le tavolette dipinte si sono trasformate in siringhe e manette in un divenire dei tempi e dei mali che affliggono l’umanità. I fedeli rispondono con segni materiali alla carnalità «immateriale» della mamma celeste. Nonostante i secoli trascorsi e le trasformazioni della società, quella Vergine dà «corpo» alla necessità di «ascolto» da parte di chi ha necessità di guarire. Ed ecco perché Giusy, una brillante laureata in Scienza della Formazione all’università Suor Orsola Benincasa, paraplegica e quasi del tutto non vedente, decide di provare a dare una risposta alla domanda: perché la Madonna è così amata? Seguendo il filo delle risposte Giusy, Fabiana, una trans napoletana, e la musicista coreana Sue, ciascuna a suo modo, attraversano la trama del docufilm.


Anatomia del Miracolo - Trailer from Curious Industries on Vimeo.


«Questo film è nato come una soap opera senza copione e senza storyboard di partenza, dove lasciando spazio all’improvvisazione della vita vera, i personaggi hanno finito per trovare da soli la rotta. Se ha l’impianto di una commedia, perché a Napoli non si può sfuggire al genere, è con la freddezza del cinema danese che mi sono avvicinata al soggetto. De Filippo è stato il mio punto di riferimento, l’oscillazione continua tra veglia e sonno, realtà incarnata nelle nostre aspirazioni più intime. Se poi fossi riuscita a portare un po’ di Cechov nei dialoghi sospesi e nei silenzi, i miei sogni nel cassetto sarebbero definitivamente esauditi», spiega Alessandra Celesia, che ha scritto e diretto il docufilm. «Protagonista assoluta è la Vergine dell’Arco, con il suo livido e il suo dolore: lei fa da filo conduttore al film, appare e scompare diventando simbolo o presenza magmatica secondo le esigenze. Gli altri sono comparse con aspirazioni da protagonisti e il ruolo principale se lo meritano tutti: rappresentano a pieno titolo le sfaccettature di un paese intero che in quella città si rispecchia. Ogni personaggio è metafora, ogni vita è un tassello del puzzle».

E Giusy Orbinato è la tela su cui si compone il mosaico. Lei ha passato la vita in un appartamento di fronte al santuario «di una Vergine che dispensa miracoli, ma non a lei». Giusy è ora un’antropologa, è atea, dice: «Mi piacerebbe avere fede». E si avventura con la sua sedia a rotelle tra i fedeli che rotolano, strisciano, si disperano dando voce e «corpo» alla loro disperazione davanti a una «mamma» che può salvarli ancora. Giusy vuole capire «l’anatomia di un miracolo». E comprende quella voglia di speranza, che tuttavia non è la sua, nonostante la sua disabilità. 

Tra «chi è devoto» c’è anche la trans Fabiana che «nel caos di una città in cui sopravvivere è un’arte ha trovato un equilibrio interiore che sfira il miracolo». E c’è anche Sue, musicista nata in Corea, che alla Vergine madre chiede il miracolo della maternità che la vita le ha negato.

Tre corpi di donna per spiegare una religiosità popolare che è fatta di fisicità, corporea come nessun’altra. Il racconto di un fenomeno che si ripete da secoli e del quale ci si domanda: perché? «Perché la Madonna è così amata anche da chi non crede? Perché intercetta ancora così bene i bisogni di un popolo?». In questa ricerca la regista è stata accompagnata dagli antropologi, docenti al «Suor Orsola», Marino Niola ed Elisabetta Moro che hanno prestato la loro consulenza scientifica. «A Madonna dell’Arco ti trovi di fronte un catalogo della sofferenza umana che impone una attenta riflessione sul bisogno che accomuna tutti gli strati sociali di porsi sotto la protezione di una madre comune», spiega Moro, che è stata relatrice della tesi di laurea di Giusy in cui si trovano i prodromi della storia narrata nel docufilm. Una storia con Napoli sullo sfondo (il set tra il Suor Orsola, il centro storico, il santuario di Madonna dell’Arco), una città dove «non accade nulla, tranne i miracoli», scrive Riccardo Piaggio, autore del soggetto originale: «Mi incuriosiva capire cosa sono pronte ad accettare le persone per un voto, in nome della felicità, della sopravvivenza o, addirittura, del male altrui. Oscar Wilde diceva che si può credere all’impossibile, mai all’improbabile. Ogni miracolo porta con sé la complicata ricerca di grazia senza giustizia».
Sabato 5 Agosto 2017, 19:07
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