Camorra, laboratorio
della ferocia

di Isaia Sales

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Mentre a Torre Annunziata vengono arrestati dodici appartenenti al clan Gionta, a Napoli città, dopo il periodo di ferie che anche i criminali a volte si prendono, tornano gli agguati in pieno centro storico.

Quattro killer hanno ucciso due persone in mezzo alla folla dei vicoli; una di queste era imparentata con la famiglia Giuliano di Forcella. Il che ripropone ancora una volta la gravità della questione criminale a Napoli città, la sua particolarità rispetto a quanto avviene nelle altre tre regioni mafiose italiane (dove, se si esclude l'episodio dei quattro morti nella faida del Gargano ad inizio di agosto, la pax mafiosa sembra regnare incontrastata), e la sua originale modalità di manifestarsi anche rispetto alle altre zone a presenza camorristica della provincia e del resto della Campania. Napoli, cioè, si conferma come il luogo in Italia più esplosivo, più inquieto e più instabile negli equilibri criminali di tipo mafioso.

Da un lato siamo di fronte a un vecchio clan provinciale, quello dei Gionta, che si ripresenta con una sua egemonia sul territorio torrese, senza che nel frattempo altri concorrenti, in particolare giovani leve criminali, siano riusciti a scalzarlo nonostante i numerosi arresti, le numerose condanne e gli ergastoli inflitti al capo clan e ad alcuni dei suoi familiari. Gli arrestati, infatti, sono tutti ultra-quarantenni. Dall'altro un vecchio clan del centro storico di Napoli, i Giuliano di Forcella, falcidiato da faide, stragi, condanne e pentimenti, scalzato da giovanissimi che provano ad approfittare del vuoto creatosi nel controllo del quartiere, e che a sua volta tenta una disperata difesa dei propri affari affidandosi ad altri giovanissimi (come nel caso della cosiddetta paranza dei bambini).
Dunque, assistiamo al tentativo di mantenere un potere territoriale da parte dei clan di provincia approfittando della scarcerazione di alcuni quadri intermedi, nel mentre si registra lo spappolamento dei vecchi clan di Napoli città e una guerra di successione di tutti contro tutti scatenata da agguerritissime e sanguinarie bande giovanili. E mentre a Torre Annunziata riappare l'estorsione come metodo per procacciarsi risorse, a Napoli città è sempre il controllo delle piazze di spaccio della droga a fare da sfondo alla guerra. Insomma, continuità di una presenza e di un potere nel caso dei Gionta, rapida e violenta rottamazione nel caso dei Giuliano.

Il clan Giuliano e il clan Gionta sembravano aver esaurito la loro storia criminale nello stesso periodo. I Giuliano la loro crisi irreversibile l'avevano conosciuta dopo il pentimento del capo Luigi e l'uccisione sotto casa della quattordicenne Annalisa Durante da parte di uno della famiglia camorristica che cercava di difendersi da un agguato. I Gionta avevano conosciuto il loro declino dopo la faida scatenatesi a ferragosto del 2006 con il clan avversario dei Gallo-Cavalieri a causa di una banale lite dopo un lancio di uova marce, rompendo una lunga convivenza tra le due bande. Ma mentre l'uccisione del cognato dei Giuliano testimonia le difficoltà del clan a riformarsi e a contrastare il controllo dei nuovi criminali, l'arresto dei dodici appartenenti al clan camorristico torrese può voler dire due cose: o che era esagerato l'ottimismo sull'avvenuto smantellamento, o che si è di fronte a un colpo di coda di un'organizzazione criminale in forte crisi e che disperatamente cerca risorse attraverso le estorsioni per tenere in piedi e assicurare la sopravvivenza economica degli ultimi reduci, a corto di soldi proprio per l'azione repressiva delle forze dell'ordine e della magistratura.

Gli arrestati di Torre Annunziata avevano ricevuto condanne lievi (non superiori ai dieci anni) nei processi in cui erano coinvolti, e così una volta liberi erano tornati a svolgere attività estorsiva contando sul fatto che la popolazione ricordava bene il loro ruolo precedente e la loro fama criminale. Ciò dimostra che il carcere così com'è non svolge nessuna funzione deterrente né rieducante: li si può tenere fuori dal giro per qualche anno, ma quando tornano in libertà riprendono la loro attività, e considerano la galera una semplice interruzione di carriera o addirittura una promozione. Siamo sicuri che il modo in cui si concepisce la pena e il modo in cui la si sconta sia di una qualche utilità per fronteggiare i fenomeni di criminalità organizzata con cui dobbiamo fare i conti nelle regioni meridionali e in Italia? Il recente caso dell'assassino della giovanissima Simonetta, figlia del giudice Lamberti, uscito dal carcere per ragioni di salute e di nuovo al centro di azioni criminali, è solo l'evento esasperante di un sistema di pena e di rieducazione che non ha più niente da dirci se non che è fallito nelle sue intenzioni e nella sue applicazioni.

Tornando alla criminalità di Napoli città, colpisce l'alta instabilità e precarietà dei gruppi criminali, la continua nascita di nuove formazioni, la impressionante presenza di giovanissimi al comando e di minorenni tra gli affiliati. Ciò comporta frequenti fasi di scomposizione e ricomposizione di equilibri, leadership permanentemente messe in discussione, imprevedibilità delle mosse sullo scacchiere criminale, il ricorso alla violenza omicida come metodo permanente e non come estrema ratio. Tutte cose ampiamente analizzate e condivise dagli inquirenti. Se tutto è chiaro nelle dinamiche camorristiche, come mai non si riesce a venirne a capo, a limitarne gli effetti prima ancora di sperare di annullarne le presenze? La riproduzione dei camorristi sembra non conoscere limiti, spazi ed età. Sono in tanti, agguerriti, armati e con la voglia permanente di ammazzare: un esercito di massa di giovani violenti. Mentre sono in radicale crisi tutte le forme tradizionali di contenimento di questo disagio che si esprime con furia omicida. Nella terza città d'Italia si può lasciare loro tutto questo spazio?

 
Giovedì 7 Settembre 2017, 08:19
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