Processo Materazzo, la sorella in aula: «Dopo la morte di Vittorio avevamo paura di Luca»

«Dopo la morte di Vittorio avevamo paura di Luca», timori che si acuirono quando cominciò a circolare la voce di «suoi avvistamenti nella zona di Lugano, in Svizzera, dove abitavo». Ha manifestato le preoccupazioni sorte successivamente alla fuga del fratello, Roberta Materazzo, ascoltata oggi nel Palazzo di Giustizia di Napoli in qualità di teste nell'ambito del processo a carico di Luca Materazzo, 32 anni, accusato dell'omicidio del fratello Vittorio, l'ingegnere assassinato a Napoli nel novembre del 2016, davanti la sua abitazione di viale Maria Cristina di Savoia. Roberta, testimoniando nell'aula 115 della Corte di Assise di Napoli, ha anche ricordato la situazione difficile della sua famiglia, soprattutto per questioni di eredità, dopo la morte del padre Lucio, il carattere «forte» di Vittorio, spesso anche «veemente» ma capace di slanci di affetto. Centrale è stato il suo rapporto con Luca, finito, ha riferito, a causa di accuse rivolte dal fratello minore: «Mi disse che lo tenevo sotto controllo, che lo intercettavo, - ha spiegato - cercai di distoglierlo da questa convinzione ma lui fu violento nelle espressioni e nelle accuse». Illazioni che, ricorda ancora Roberta, alla fine «rivolse anche a mio marito, che lo stava aiutando nel concorso per notaio: un'offesa doppia».

Luca Materazzo, tempo dopo, ha continuato Roberta Materazzo, «cominciò a ipotizzare che a tenerlo sotto controllo non fossi stata io ma Vittorio». Come le altre sorelle, anche lei ha ricordato, sollecitata dalle domande rivolte dal pm De Renzis e dagli avvocati, la tribolata vicenda dell'eredità paterna e le difficoltà che ne derivarono, di quanto l'agiata vita di Luca peggiorò dopo la morte del padre e le pressioni che gli venivano rivolte da tutti affinché cominciasse a pensare seriamente a uno sbocco lavorativo. Oggetto di domande è stata, come nelle altre udienze, la vicenda dei dubbi che Vittorio nutriva sulla morte del padre Lucio, secondo lui ucciso da una reazione violenta di Luca, tanto da presentare denunce e richieste di riesumazione tutte rigettate dalle autorità giudiziarie. «Quando lo vidi nella bara aveva delle tumefazioni al volto - ricorda ancora Roberta - ma mio cognato (il medico che firmò il certificato di morte del padre, ndr), mi rassicurò».

«Papà - ha sottolineato Roberta Materazzo - aveva gravi problemi respiratori» e, quindi, «potevano essere riconducili a una caduta». Tornando al fratello Luca, Roberta, ha anche detto di avere accolto come una liberazione la sua cattura in Spagna, avvenuta a distanza di circa un anno dalla fuga: «La stavamo aspettando con ansia», ha riferito, «perché significava che era vivo...temevamo un gesto estremo sotto il peso delle gravi accuse che gli venivano contestate». Durante l'udienza Luca Materazzo ha chiesto e ottenuto il permesso di rilasciare delle dichiarazioni spontanee attraverso le quali ha spiegato il perché dell'iscrizione a una palestra, dove poi non si era più recato, risalente tra la fine dell'ottobre e gli inizi del novembre 2016 (periodo vicino al giorno dell'uccisione del fratello, ndr). Il primo teste ascoltato oggi, infatti, è stato il gestore di quella palestra, alla quale Luca si era iscritto. «Mi era sembrato vantaggiosa (l'iscrizione, ndr)» ma, ha spiegato l'imputato, «io mi potevo allenare anche in casa, avevo l'attrezzatura». Luca ha anche espresso un giudizio personale sulle dichiarazioni del gestore della palestra, definendole «fuori luogo» ma è stato ripreso duramente dal presidente Provitera. Ascoltati oggi, anche un altra sorella di Luca e Vittorio, Serena, architetto, che per un periodo ha anche lavorato nell'azienda paterna, e il luogotenente della Guardia di Finanza di Napoli Gregorio D'Inverno, che ha condotto indagini grazie alle quali si è fatta luce sulla situazione economica dell'imputato.
Giovedì 19 Luglio 2018, 16:59 - Ultimo aggiornamento: 19-07-2018 17:28
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