«Ora vogliamo partire subito»: bolgia al porto di Ischia, è fuga di turisti dopo il sisma

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di ​Giuseppe Crimaldi e Francesco Pacifico

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L’assalto ai traghetti si consuma già prima di mezzanotte. Un migliaio di turisti affollano tutto il molo del porto di Ischia nella speranza di imbarcarsi verso Napoli o Pozzuoli. C’è una fila lunghissima di macchine, perché soltanto chi ha un mezzo proprio è riuscito ad abbandonare Casamicciola, Lacco Ameno e Forio dopo la scossa di ieri: la maggioranza aspetterà l’alba, quando ricominceranno a salpare traghetti e aliscafi. «Perché ci fanno il biglietto, vogliamo partire» gridano al porto.
 


Casamicciola La paura è un sentimento contagioso. Talmente forte che la gente è allo stesso tempo infuriata - «Perché ci fanno il biglietto» - e in silenzio, nella speranza di partire. Non si grida neanche davanti alla biglietteria quando inizia a essere chiaro che non ci saranno navi per tutti. Maria e Teresa si sono sedute sui gradini di un bar, naturalmente chiuso, mentre poco più in là i ristoranti della riva destra sono ancora aperti. «Stavamo al ristorante quando abbiamo sentito la scossa. Siamo rimaste impietrite, anche perché è andata via la luce. Fortuna che quel buio è servito a farci prendere fiato. Poi un attimo dopo eravamo in albergo: quando abbiamo visto mezzo muro crollato nella nostra stanza, abbiamo capito che era l'ora di scappare. Ma la cosa peggiore è stato quando della gente ha picchiato sul pullmino per salire e scappare con noi. Lì abbiamo iniziato a piangere e a capire che cosa stava succedendo».

Non solo Maria e Teresa si sono trovare senza albergo. Lucia, di Napoli, ha ancora le lacrime agli occhi: «Non so se ho visto prima la nube di polvere o se ho avvertito il boato. Ero in bagno, ho preso i bambini e sono scappata». E ancora adesso tiene stretto stretto il piccolo Marco. Accanto a lei Samantha di Foligno si copre con un asciugamano, quasi per nascondersi dalla paura: «Dovevamo restare fino al 31, ma non ci abbiamo pensato un attimo a scappare. Quando siamo tornati in albergo, non c'era più nessuno».

Intanto arriva il primo traghetto da Napoli. Sarebbe dovuto partire alle 21.35, invece non lascerà calata Porta di Massa prima delle 23.40. Di solito è l'ultima nave per Ischia, invece ieri sera a meno di due ore dal sisma è la prima che raggiunge l'isola per portare agenti delle forze dell'ordine e gli uomini della protezione civile. Ci sono, per la polizia, il reparto mobile che ha messo a disposizione centinaia di uomini: da stamattina si potrebbero configurare problemi di ordine pubblico al porto. Accanto a loro cinque squadre dei vigili del fuoco del comando provinciale di Napoli e l'unità cinofila della protezione civile. Personale specializzato che negli ultimi anni ha prestato soccorso ai terremotati di Assisi, de L'Aquila, di Amatrice.

Sul traghetto la paura e la tensione per quanto sta accadendo si trasforma presto in rabbia. La nave doveva partire alle 21.55, invece leva gli ormeggi alle 23.40. Gianluca Sabbattasso chiede a un poliziotto di accompagnarlo dal capitano, «perché se mi scappa una parola in più non so come finisce. Io a Ischia ho moglie e due bambine con disturbi del comportamento, è chiaro che posso fare poco, ma diamine ci deve essere tutta questa disorganizzazione? È normale che polizia e vigili del fuoco debbano essere portati sull'isola con traghetti di linea? Perché questo ritardo». Poi la situazione rischia di degenerare quando il traghetto Caremar si ferma a Procida. Una coppia grida verso gli agenti: «È normale che oltre a muoversi con due ore di ritardo abbiamo dovuto fare anche una sosta a Procida? Mentre a Ischia aspettavano gli uomini della protezione civile». Un un uomo sulla cinquantina minaccia il comandante di fare un esposto e cerca l'inviato Rai per dare più forza alle sue ragioni. Racconta un poliziotto: «La Questura ha chiamato la compagnia per chiedergli se c'erano navi disponibili, non l'ha requisita. Quindi era giusto portare a Procida la gente che aveva pagato il biglietto».
Poco distante, e non interessato a queste questioni, c'è il dottor Alberto Maravasi, primario di chirurgia dell'ospedale Rizzoli di Lacco Ameno. Era appena rientrato a Napoli, quando ha saputo «del terremoto non ci ho pensato un attimo a tornare indietro. Qual è la situazione? I miei colleghi stanno operando all'esterno della struttura. Stanno aspettando i feriti, dicono che ce ne sono tanti, io devo correre lì».
Martedì 22 Agosto 2017, 08:39
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