Ricomincia la serie A, a Napoli è boom dei decoder pirata con Dazn

di Giuseppe Crimaldi

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L’offerta è apparentemente allettante. Di più: assomiglia ad un affare. Già, perché all’indomani della rivoluzione che ha stravolto il già complesso panorama delle piattaforme televisive dedicate agli appassionati di calcio (triplicandone le offerte) i soliti ignoti - i «signori della truffa» - si sono immediatamente attrezzati riuscendo a proporre un sistema di contraffazione che permette di bypassare il regolare sistema dei contratti di abbonamento. A Napoli lo chiamano il «pezzotto». Un metodo illegale che abbatte nettamente i prezzi di mercato e ti fa accedere sia a Sky, sia a Mediaset che alla neonata Dazn.

A Napoli c’è chi subito ne ha approfittato. Cedendo alla facile lusinga di chi ti promette tutto, subito, e a un prezzo irrisorio. Da dieci a 15 euro al mese per ottenere di accendere la tv potendo usufruire di tutte e tre gli abbonamenti. Peccato che dietro questa offerta si nasconda la trappola che finisce per incatenare ad una lunga serie di reati previsti dal codice penale e puniti anche severamente. E sul fronte del contrasto a questo fenomeno, dietro il quale si cela un’agguerrita organizzazione criminale (e non può escludersi anche la camorra) vigila da settimane la Guardia di Finanza. «Attenzione - ammonisce il neo-comandante del Nucleo di polizia tributaria del comando provinciale delle fiamme gialle di Napoli, colonnello Domenico Napolitano - perché chi, in buona o malafede, cede alla tentazione di farsi installare codici contraffatti di accesso alle piattaforme televisive via parabola o via internet rischia di trasformarsi in un hacker, cioè in un pirata informatico».
 

Dicevamo di Napoli. Nel capoluogo campano si stima che almeno tre-quattro telespettatori su dieci sia entrato in contatto con chi offre il «pezzotto». Tra loro, stando ad un tam-tam che fa passare la voce della presunta offerta (che tale non è, naturalmente), ci sarebbe un universo variegato e trasversale che va dall’insospettabile professionista al nullatenente. Perché, si sa, la passione per il calcio non ha ceti né confini di classe.

«Io mi sono fatto l’abbonamento a dieci euro. Tu ancora paghi Sky e Mediaset? Adesso lo sai che per vedere tutte le partite del campionato di calcio, oltre alla Champions, ti viene a costare una cifra blu?». Così scatta l’esca. Alla quale abboccano in tanti. Per comprendere il volume di affari che si cela dietro questo traffico illecito - fanno sapere fonti investigative - basta rileggersi gli atti di un’inchiesta condotta dalla Procura di Roma, che il 16 maggio ha chiuso il cerchio intorno a cinque indagati considerati i promotori di un’associazione per delinquere internazionale finalizzata alla pirateria audiovisiva e al riciclaggio delle schede falsificate: un milione di euro. Ma a rischiare il carcere non sono solo i procacciatori, cioè coloro che ti vengono a inserire nella memoria della «smart tv» i codici seriali rubati o clonati dagli originali. Un lavoro che naturalmente richiede, a monte, la cosiddetta scheda madre.

E a poco serviranno gli escamotages di chi prova a seguire vie traverse. Da informazioni verificate dal nostro giornale, non pochi napoletani hanno aderito alle offerte fuorilegge intestando la linea internet ad anziani ultrasettantenni (magari vicini di casa o condomini) spesso inconsapevoli della truffa; c’è anche chi è ricorso al solito sistema riconducibile alle scatole cinesi di aziende fasulle, o di prestanomi che nulla hanno da perdere.

Intanto da oggi si comincia con il grande circo mediatico del pallone. E gli esperti del Comando Generale della Guardia di Finanza sono già in azione: i militari del Nucleo speciale frodi tecnologiche, che attraverso complesse verifiche possono risalire agli IP - cioè gli indirizzi capaci di identificare gli intestatari delle linee internet (lungo cui corrono i programmi visibili sui televisori di nuova generazione).

C’è davvero poco da scherzare. Prendere sottogamba chi ogni mese ti viene a «codificare» sullo stesso televisore a 10-15 euro i numeri seriali rubati è un errore che può costare il carcere. I «flussi di comunicazione» della Rete sono tracciabili e identificabili. C’è, sul punto, una giurisprudenza consolidata: nell’ottobre 2017 una sentenza della Cassazione che ha respinto il ricorso di un utente già condannato a quattro mesi di reclusione e duemila euro di multa per aver violato la legge sul diritto d’autore per aver guardato la Pay Tv senza regolare abbonamento, grazie al sistema del «card sharing».
Venerdì 17 Agosto 2018, 22:58 - Ultimo aggiornamento: 19 Agosto, 09:28
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