La Giustizia e le scorciatoie
indecenti

di Giovanni Verde

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Da non pochi anni mi chiedo se i vari Calamandrei, Leone, Ruini, Mortati (ossia se i Costituenti), avendo coscienza del ruolo attuale della nostra Magistratura, avrebbero scritto il Titolo quarto della Costituzione così come ce lo hanno consegnato. Lascio da parte la posizione del pubblico ministero, sulla quale è da aprire un diverso discorso. Mi limito al giudice.

E non mi sembra dubbio che settanta anni fa si pensasse che il giudice sia, nel nostro sistema, un funzionario, assistito da garanzie di indipendenza assoluta, al quale sono sottoposti episodi di vita ben circoscritti e definiti (quelli che nel nostro gergo chiamiamo fattispecie) da accertare sulla base degli strumenti razionali utilizzabili allo stato delle nostre conoscenze (le cosiddette prove) in un processo nel quale sia assicurata agli interessati una difesa piena e da valutare sulla base di criteri preesistenti e compiutamente definiti (la legge).

Come oggi si direbbe (per essere “à la page”) la “mission” dei giudici era, secondo i Costituenti, quella di dichiarare la volontà (non loro, ma) della legge in relazione al caso esaminato e di dichiararla all’esito di un «giusto processo» idoneo a concludersi con una pronuncia definitivamente stabile (il giudicato). L’articolo 2909 del Codice civile sintetizza in maniera esemplare quanto si è rappresentato.
Oggi le cose si pongono diversamente, essenzialmente per la concorrenza di due fattori.


Da un lato, i giudici tendono non più a «dichiarare» la volontà della legge in relazione al caso concreto, ma a valutare la situazione o il rapporto o addirittura il sistema sulla base di valori (creando, con i continui richiami alla Costituzione, diritto che sovrappongono alla legge); dall’altro lato, il “due process of law” da noi è troppo lungo e complesso e si rendono necessarie scorciatoie. In tal modo, il giudicato, non a parole, ma nei fatti, assume un valore residuale, perché c’è l’urgenza di provvedere per non lasciare le situazioni all’infinito sospese.

In tutti i campi del diritto (civile, penale, amministrativo ecc) abbondano i riti alternativi, le misure anticipatorie, quelle cautelari, che sono fondate su accertamenti provvisori, su indizi bisognosi di approfondimento, spesso su presunzioni o sospetti (esemplare è, al riguardo, il nostro processo tributario, in cui il cittadino è nella posizione precostituita di evasore). È in atto un’inarrestabile evoluzione per la quale il processo, da strumento per attuare la giustizia (come si evince dall’articolo 111 della Costituzione) è diventato fine: per rendere giustizia è sufficiente che si celebri un (qualsiasi) processo. Esemplifico, anche a costo dell’impopolarità. Ho sempre considerato la legge Rognoni-Latorre (quella che consente alla magistratura di disporre misure patrimoniali interdittive) come un male necessario.

Mi sono sempre immaginato che il nostro Paese è, purtroppo, ammalato di cancro (nelle varie forme della delinquenza diffusa e associata), per cui è stato necessario sottoporlo al trattamento con i citostatici, che tuttavia hanno conseguenze invasive sul nostro organismo. Ho, perciò, da sempre avvertito che quella legge cambiava il ruolo del giudice, ponendolo al centro di meccanismi che, pur muovendosi nell’area della legalità, tuttavia impingono in settori che riguardano la gestione dei patrimoni, delle aziende, dei rapporti economici, ossia in settori che nulla hanno a che vedere con la cosiddetta attuazione della legge.

Leggo che secondo i dati elaborati da Infocamere ci sono quasi 18mila imprese sequestrate, che nel loro complesso fatturano 21 miliardi di euro e danno lavoro a 250mila persone. Sono dati sui quali occorre riflettere. Ed i primi a doverlo fare sono i giudici, i quali non possono non avvertire la trasformazione del loro ruolo. Altro che svolgere un’azione neutra ed asettica di dichiarazione della volontà della legge! Su di essi è stata scaricata la responsabilità di scelte che incidono sulla gestione dell’economia della Nazione nell’ambito di procedimenti sommari, ben lontani dallo standard minimo di garanzie preteso anche dal giudice europeo. C’è un ritornello ricorrente secondo il quale il nostro Paese non è appetibile all’imprenditore straniero perché da noi i processi sono troppo lunghi.

Ho sempre considerato questa una favola a cui vogliamo credere. La lunghezza dei processi è aggirabile tramite gli arbitrati e la loro collocazione in Paesi (diversi dal nostro) che li favoriscono (e, poiché nel processo a chi vuole una sentenza immediata si oppone sempre chi non gradisce la celerità, sul piano della lunghezza la partita è pari). L’imprenditore straniero non viene in Italia in primo luogo perché è spaventato dall’eccesso di regole che creano burocrazia che a sua volta produce sempre nuove regole secondo la legge della diffusione cancerogena. L’eccesso di regole con il collegato eccesso di burocrazia produce diseconomie e (guarda caso!) crea l’humus nel quale alligna più facilmente la corruzione.

Ma l’imprenditore è anche spaventato dalle nostre prassi processuali, che per lui costituiscono un rischio troppo elevato e, non da ultimo, dai costi per il regime fiscale e previdenziale. Ne dovrebbero tenere conto i giudici, che dovrebbero per primi chiedere di non essere caricati di responsabilità eccessive che snaturano (e già hanno snaturato) la loro naturale funzione. E ne dovrebbero tenere conto i nostri rappresentanti nelle istituzioni. Quando si legge di ciò che si accingono a fare votando il nuovo codice antimafia, c’è da chiedersi dove sia andata a finire la nostra intelligenza collettiva. Nella protesta contro ciò che si sta votando sarebbe necessario che non fossero coinvolte soltanto le Camere penali, ma che insorgessimo tutti quanti noi.

Non siamo, è vero, sufficientemente sensibili alle nostre libertà democratiche, che, purtroppo, siamo pronti a barattare per qualche briciolo di utilità personale. Dovremmo, tuttavia, quanto meno pensare a quanto una riforma del genere ci potrà costare in termini di economia. E rassicuriamoci. Le leggi attuali sono già oltre il limite di ciò che sarebbe consentito in una sana e robusta democrazia e, se correttamente attuate, sono già quanto è possibile fare, in democrazia, per contrastare il malaffare. Diceva Pertini che la peggiore delle democrazie è preferibile alla migliore delle dittature. Per me era un vangelo. Continuo a pensarlo, a dispetto di quanto accade in Parlamento e nella coscienza dell’opinione pubblica.

P.s.: Sono certo che oggi Calamandrei, Leone ecc. scriverebbero diversamente il Titolo quarto della Costituzione.
Sabato 1 Luglio 2017, 22:55 - Ultimo aggiornamento: 2 Luglio, 09:16
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