Italo-americani, la grande corsa per rinunciare alla cittadinanza. Record Campania

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di Aldo Balestra

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Un vecchio detto d'oltreoceano recita, più o meno, così: «A due cose non sfugge un americano: la prima è la morte, la seconda sono le tasse». Sì, ma vai a raccontarlo a migliaia e migliaia di italo-americani che negli Usa sono nati, magari figli di emigrati, e che in America non ci sono più da anni, anzi forse ci sono soltanto nati, e che oggi, cittadini del Bel Paese, hanno grossi problemi nel gestire i propri (seppur assolutamente ordinari) rapporti finanziari con le banche italiane.

Una complicata situazione, questa, dettata da un principio americano che accomuna gli Stati Uniti all'Eritrea. In pratica, oltre alla normale residenza in America, è sancito l'obbligo ai propri cittadini di compilare la dichiarazione dei redditi anche se non sono residenti negli Usa, ed anche se i contatti con l'America non esistono più da anni. In pratica si prescinde dal territorio come luogo di produzione del reddito e si «valorizza», ai fini fiscali, il semplice possesso della cittadinanza americana. E, si sa, questa viene concessa in maniera automatica ai figli di cittadini americani o anche di un solo genitore americano.

L'origine di tutti i «guai» sta in una sigla, Fatca, acronimo di «Foreign Account Tax Compliance Act», una norma varata dal Congresso americano nel 2010 per combattere l'evasione fiscale offshore dei propri cittadini, ma che è stata recepita soltanto dal 2014 e che ora sta dispiegando in pieno i suoi effetti: riguarda direttamente intermediari finanziari, in primis le banche, e poi famiglie, e singoli individui. Creando insieme una reazione non solo emotiva (ovvero la consapevolezza di essere attenzionati dal fisco americano pur non avendo nulla a che fare con l'America se non per una questione di cittadinanza) ma di trovarsi in una condizione foriera d'altri effetti, in grado di paralizzare anche il rapporto con la propria banca italiana. Di qui la rabbiosa decisione di volersi disfare della cittadinanza americana, incappando però nelle aumentate difficoltà dell'operazione. The «fee», ovvero la tassa, ha infatti assunto costi elevati: dai 400 euro di qualche tempo fa ai 2.350 di adesso. Euro, mica bruscolini.Ma cosa sancisce, nella sostanza, il Fatca? L'accordo, ratificato nel gennaio 2014 dall'Italia, prevede l'obbligo di tutti gli istituti finanziari esteri (banche, assicurazioni, fondi), compresi quelli che non operano negli Usa, di fornire nomi e dati dei loro clienti statunitensi (quindi anche italo-americani) al fisco americano.L'obbligo è stringente, perchè le banche italiane sono tenute a registrarsi presso l'Irs, ovvero Internal Revenue Service, che è l'autorità fiscale americana, e a sottoscrivere l'intesa sulla trasparenza del pacchetto dati: ovvero identificare quei clienti per la loro cittadinanza assoggettabili al fisco Usa e a fornire i dati anagrafici e fiscali.

Poi l'invio, da parte delle banche italiane, del modulo di autocertificazione da restituire con la sottoscrizione, con il quale si chiede la conferma dell'essere fiscalmente residenti negli Usa. E così il «passaggio» all'Agenzia dell'Entrate e la spedizione in America del pacchetto datiA quel punto si finisce in un ingranaggio complesso: intanto è identificato per gli Usa chi, pur vivendo all'estero, è tassabile sul reddito prodotto nel paese dove vive. La «exit strategy» è costituita, per norma, dalle cosiddette «soglie minime di reddito», al di sotto delle quali la dichiarazione dei redditi americana non è prevista, o le soglie minime di investimenti all'estero (10mila dollari) per cui lo stesso non va dichiarato al temibile Irs.Capito il guaio? Innanzitutto, chi non era a conoscenza del Fatca - come molti figli di italiani che hanno vissuto per un periodo negli Usa e che ora sono rientrati in Italia, o vedovi, o vedovi di americani, di persone nate quasi «per caso» negli stati Uniti d'America - rischia di essere un evasore fiscale per gli States. Nella tagliola sono già finiti italo-americani e anglo-americani, multati ad esempio per non aver pagato il surplus di tributi nel caso di una compravendita.Ma al danno c'è da aggiungere una beffa ulteriore: se chi ha firmato l'autocertificazione si «consegna» al fisco americano (Irs) con la consapevolezza di non aver mai dichiarato al sistema tributario americano nè i propri redditi (prodotti in Italia, si badi) nè gli investimenti finanziari italiani, chi ne è sprovvisto rischia che l'istituto di credito italiano chiuda il conto corrente al proprio cliente italo-americano.Il problema è serio assai. Al punto che sono in crescita le «corse» alle ambasciate e ai consolati americani per rinunciare alla cittadinanza americana.

Nel 2011 già c'erano state 1.800 rinunce al doppio passaporto Usa, ma sono oltre 6 milioni gli americani (ovvero cittadini che hanno anche la cittadinanza americana) che vivono fuori dagli States, tra cui una bella quota di «paisà», qui in Italia,e in Campania. Identificabili, la maggior parte tassabile, tutti sull'orlo di una crisi di nervi.Altro che «born in the Usa», tumultuoso e orgoglioso ritornello del boss Bruce Springsteen. C'è la consapevolezza che quel vecchio detto americano sulla morte e sulle tasse vale anche per chi, nato negli Stati Uniti, pensava di nulla avere a che fare, fiscalmente parlando, con il Paese a stelle e strisce.
Mercoledì 3 Febbraio 2016, 15:04 - Ultimo aggiornamento: 03-02-2016 17:25
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