Ferragosto, i tanti significati di una festa nazionale

di Donatella Trotta

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Il 15 agosto, che in Italia coincide con la più antica, celebre (e celebrata) festa estiva tra sacro e profano, è una data può assumere connotazioni diverse in altre civiltà. E non solo per motivi strettamente antropologici, culturali o religiosi. Nel Bel Paese (ma anche nella Repubblica di San Marino, e nel Canton Ticino) il Ferragosto rappresenta, com’è noto, per tutti (credenti e non credenti) un’occasione di pausa festiva.

Onorata con rituali che da un lato, laicamente, riecheggiano la festività romana Feriae Augusti (il riposo di Augusto), ovvero la festa istituita dall’imperatore Ottaviano Augusto nell’anno 18 avanti Cristo, periodo di riposo successivo alla fine delle fatiche del lavoro agricolo (con tanto di ripresa della tradizione dal regime fascista, che istituì l’abitudine della gita di massa fuori porta il 13, 14 e 15 agosto attraverso l’organizzazione dei “Treni popolari di Ferragosto” a prezzi stracciati, con tanto di offerte modulate su un solo giorno (tra 50 e 100 km) e su tre (100-200 km); e, dall’altro lato, intensificano i riti sacri che ripercorrono con liturgie ecclesiali il senso religioso della festa nazionale, che ricorda l’Assunzione in cielo di Maria di Nazaret, dogma cattolico proclamato nel novembre 1950 da Pio XII e collocato nella data della precedente festività romana come conseguenza dei concordati tra Stato italiano e Vaticano (ma i protestanti non festeggiano perché non credono all’Assunzione della Vergine, mentre ortodossi e armeni celebrano il 15 agosto solo la Dormizione di Maria).

Ma in Giappone, il 15 agosto è un anniversario doloroso. Che coincide con la fine della sanguinosa seconda guerra mondiale, seguita al primo eccidio nucleare a Hiroshima e Nagasaki (il 6 e il 9 agosto) e coincidente con la disfatta dell’imperialismo nipponico. Ce lo ricorda sommessamente, oggi, un giornalista e studioso giapponese di lungo corso, Tetsuro Akanegakubo, 78 anni, autorevole membro fra il resto dell’Associazione Stampa Estera in Italia e da anni residente in Italia, con un’accorata lettera aperta ai colleghi del mondo mediatico.

«Cari colleghi giornalisti - scrive Akanegakubo - oggi è il settantaduesimo anniversario della sconfitta giapponese. Colgo l’occasione per pregarvi di non usare con la disinvoltura la parola “KAMIKAZE” per i terroristi suicidi che uccidono i civili. I giovani piloti Kamikaze non erano fanatici e combattevano contro la flotta armata nemica con gli equipaggi militari. Non avrebbero mai attaccato i civili. Io sono pacifista e condanno senza riserva i politici e i militari che hanno trascinato il Giappone a quella Guerra e non idealizzo quell’attacco suicida; ma capisco e rispetto quei giovani che hanno voluto difendere i loro cari sacrificandosi. La parola “KAMIKAZE” ha perciò un significato ed un peso per noi della vecchia generazione giapponese. Chiedo a voi solo un poco di rispetto per il ricordo di quei giovani».

Abbiamo voluto riportare per esteso la lettera di Akanegakubo perché al di là della sua personale posizione, espressa con una cifra di dignità e sobrietà che merita rispetto, ci invita anche ad aprire gli occhi sulla consapevolezza necessaria nell’uso delle parole, oltre che nella prospettiva di una memoria storica sempre preziosa, per la conoscenza e per il dialogo interculturale. Gli stereotipi, soprattutto in contesti “eticamente sensibili”, possono ferire come armi, ci ricorda Akanegakubo. Le donne, il loro ginecidio, ne sanno ad esempio qualcosa. E i fanatismi possono essere generati anche dall’uso distorto delle parole.

E allora vale la pena raccogliere l’appello del collega giapponese. Che a supporto della sua lettera allega una foto, con il testo di un’altra lettera: quella di un giovane kamikaze, Sachio Araki, 17 anni, ritratto il 26 luglio del 1945 con il suo cagnolino in braccio tra commilitoni volontari pronti a partire in missione suicida. Prima della partenza, il ragazzo scrive alla madre: «Questa è l’ultima lettera. Penso tu stia bene. Oggi parto per compiere il mio onorato dovere ed otterrò un grande risultato. Aspetto il giorno di incontrarti a Kudan (sede del Tempio dove riposano le anime dei combattenti, ndr) con la fioritura dei ciliegi. Ti prego di aver cura di te e salutami i miei fratelli e i vicini di casa. Sayonara». Il giorno dopo, Sachio è partito con i compagni della squadriglia e con loro ha affondato una nave nemica e danneggiato gravemente un’altra, bruciando la sua giovane vita nell’insensatezza della guerra. Di tutte le guerre. Visibili e invisibili. Basti solo pensare al primo conflitto mondiale, di cui ricorre il centenario, deprecato in due romanzi memorabili "con occhi di donna": Mors tua di Matilde Serao (1926) e  Fuori fuoco di Chiara Carminati (2016).

Farne memoria senza alcun (pre)giudizio, oggi, rende ancora più valore alle scelte di pace che nell’indifferenza globale uomini e donne di buona volontà tentano ogni giorno di portare avanti. Come la Comunità di Sant’Egidio, che proprio oggi alle 13, celebra il rituale pranzo per la festa di Ferragosto nella mensa dei poveri di via Dandolo 10 a Roma. E il giorno dopo, il 16 agosto alle 17, nello stesso luogo, prevede una grande cocomerata. Sono solo due fra le tante iniziative di solidarietà promosse dalla Comunità di Trastevere in questo tempo, ricordandoci che non è soltanto una effimera stagione di vacanza ma anche un momento di maggiore impegno per i volontari al servizio di chi vive da solo, e proprio in questi giorni  è ancora più solo.

E in questo Ferragosto di solidarietà, allora, in piena “emergenza caldo”, l’amicizia dei membri della Comunità si allarga così anche agli immigrati “nuovi europei”, ai profughi arrivati con i corridoi umanitari, alle famiglie Rom. Con i quali si fa festa, si allontana la solitudine e si mostra il volto migliore di un’Italia che non dimentica i più poveri. E sa fare, con loro, comune unità: comunità, appunto. Per il programma delle iniziative, si veda il sito www.santegidio.org.
 
 
Martedì 15 Agosto 2017, 16:29 - Ultimo aggiornamento: 16-08-2017 14:28
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