Camorra, metà dei napoletani
ha paura di denunciare i delitti

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di ​Daniela De Crescenzo

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L'omertà non è un problema del Sud. O almeno non solo. Lo dimostra la ricerca condotta dall'istituto Suor Orsola Benincasa, dalla fondazione Polis e dal centro Res Incorrupta. L'indagine si muove su due binari: l'esame dei dati Istat sugli autori di reato scoperti al Nord, al Centro e al Sud come indicatore di omertà e l'analisi delle risposte a mille interviste svolte tra i napoletani tra giugno e dicembre 2016. Molto lavoro per scoprire inaspettatamente che si denuncia di più nel Mezzogiorno, che si denunciano più facilmente i reati legati alla criminalità comune piuttosto che quelli propri della criminalità organizzata e soprattutto, a sorpresa, che anche i reati commessi dalle mafie sono più facilmente portati alla luce con la collaborazione dei cittadini proprio nel Mezzogiorno. Paradossalmente racket, estorsioni e usura vengono segnalate più facilmente proprio al Sud grazie anche all'esistenza di una rete associativa più diffusa sul territorio.
 


Risultati che sembrano smentire l'allarme lanciato nei giorni scorsi dal questore Guido Marino che, dopo l'arresto dei killer di Genny Cesarano (il ragazzino ammazzato il 6 settembre 2015 alla Sanità) grazie alle confessioni di un pentito, ha indicato proprio nell'omertà l'ostacolo maggiore alla rapida conclusione delle indagini, in quello come in altri casi. Non è vero, quindi che a Napoli si denuncia meno che altrove e soprattutto dalle risposte al questionario appare evidente che chi, pur essendo vittima o testimone di racket, usura, spaccio, o di altri reati tipicamente associativi, non si rivolge alle forze dell'odine evitando la denuncia e la testimonianza lo fa soprattutto per paura o per sfiducia nello Stato piuttosto che per contiguità con i banditi o per condivisione delle loro strategie criminali. Le cifre. I numeri in questo caso parlano chiaro. E l'analisi dei dati Istat sulle denunce presentate dal 2014 dimostra, come spiegano gli autori della ricerca, che «il totale dei reati denunciati dalle forze dell'ordine all'autorità giudiziaria durante il 2014 in Italia sono stati 2.812.936.

Il 50 per cento sono stati commessi al Nord, il 22 per cento al Centro e il 28 per cento al Sud, con una densità criminale maggiore al Nord che nelle altre macroaree. Nel 2014 nel Mezzogiorno italiano sono stati scoperti il 46,4 per cento di autori di reato, al Centro il 21 per cento e al Nord il 33,3 per cento». Non solo: la media di denunce del Meridione è in linea con le tendenze europee. Il racket. Le segnalazioni e gli arresti sono più numerosi nel Mezzogiorno rispetto alle altre aree del Paese. Infatti, le estorsioni denunciate dalle forze di polizia all'autorità giudiziaria nel 2014 sono 8.222 di cui il 39 per cento al Nord, il 18 per cento al Centro, il 43 per cento tra Sud e Isole. Omicidi. Il Mezzogiorno detiene l'incontrastato primato con il 48 per cento contro il 30 del Nord e il 22 del Centro. Ma è anche più alta, in proporzione, la quantità di casi risolta.

L'unico dato diverso tra le aree geografiche è quello relativo agli omicidi mafiosi, come spiegano gli autori della ricerca. Nel 2014 i killer dei clan sono scesi in campo 45 volte al Sud ma solo 5 volte sono stati scoperti. E questo probabilmente perché c'è maggiore paura quando gli omicidi sono commessi da organizzazioni criminali che sono percepite come pericolose soprattutto per eventuali ritorsioni. Le interviste. Le risposte ai questionari forniscono indicazioni chiare e convergenti come evidenziato dagli autori della ricerca che spiegano: «Chi non denuncia secondo i napoletani intervistati, non lo fa o per paura di ritorsioni (per quasi il 48 per cento) o perché ritiene inefficaci le misure di contrasto al crimine messe in campo dallo Stato (46 per cento). Non c'è, secondo gli intervistati, una cultura dell'agire in modo informale (come risponde circa il 6 per cento), ma solo un calcolo razionale di costi e benefici delle proprie azioni. Quasi per la metà del campione il motivo principale che spinge a non denunciare è che la denuncia è troppo pericolosa». Eppure anche la camorra non avrebbe grande influenza, secondo gli intervistati, nelle difficoltà economiche e sociali del Mezzogiorno o comunque ne avrebbe meno dell'incapacità degli enti pubblici.

Nella classifica dei responsabili dell'arretratezza del Sud la camorra non raggiunge il 10 per cento di indicazioni da parte dei napoletani mentre l'inadeguatezza dello Stato sfiora il 75 per cento e l'incapacità dei cittadini tocca il 16 per cento. Dalla ricerca emerge anche che «l'intervento delle forze dell'ordine è giudicato insufficiente, la votazione media è di 5,49, come quello della magistratura che riporta una votazione di 5,33». Gli amici degli amici. Nel caso del furto si dimostra una maggiore tendenza (10 per cento) a risolvere il problema rivolgendosi a conoscenti rispetto agli altri reati, perché ritiene che in questo modo sia più facile recuperare la refurtiva. Omertà. Ai mille intervistati è stato chiesto: «Quale parola associ all'omertà?». E la paura ha surclassato tutti gli altri vocaboli. Spiegano infatti i ricercatori: «Dall'analisi delle cooccorenze delle parole (realizzata con il software Iramuteq), nelle risposte fornite dagli intervistati si evidenzia che la parola più frequente è paura, che appare in oltre la metà delle risposte fornite». Quindi i napoletani non parlano, quando non parlano, non perché condividono le regole della camorra, ma perché ne sono terrorizzati. I rimedi. Il lavoro è per la maggioranza dei napoletani la medicina più efficace contro i clan. Infatti, per quasi il 33 per cento degli intervistati, la mancanza di lavoro è la causa principale dell'ingresso nelle fila della malavita, per il 17 per cento conta l'imitazione di modelli presenti sul territorio, per quasi il 20 per cento è determinante il volere tutto e subito e per circa il 15 per cento è importante il volersi sentire qualcuno. Al 15 per cento quotata la provenienza da famiglie criminali e a meno del 2 per cento il desiderio di emozioni forti I profili. La ricerca si conclude con il disegno di sei profili di altrettanti gruppi sociali.

La prima classe (formata dal 36 per cento degli individui) è quella dei «vicini di casa»: persone che reputano inefficaci le misure dello Stato, non denuncerebbero lo scippo e il furto; recupererebbero, se vittime di questi reati, con conoscenze. Per metà conoscono di vista gli esponenti del clan del proprio quartiere, ritengono che l'affiliazione sia una questione di «imitazione di modelli», e non sanno se denuncerebbero un camorrista, ritenendola una scelta «coraggiosa». Sono giovani (per metà di età compresa tra 19 e 29 anni), per un quarto sono studenti (avendo spesso già il titolo di studio superiore). Abitano prevalentemente nelle zone Est e Nord di Napoli, tra quelle a maggiore densità malavitosa. La seconda classe (5 per cento) è quella dei «giovanissimi», (età compresa tra i 15 e i 18 anni). Circa i tre quarti di essi sono studenti e sono arrivati alla licenza media. Uno su tre proviene dalla periferia a Est della città e reputa che l'affiliazione sia dovuta alla voglia di sentirsi «qualcuno». Nella terza classe, quella dei cittadini «per bene» (24 per cento) troviamo per lo più residenti a Posillipo, Chiaia, San Ferdinando, Vomero e Arenella, che sentono il fenomeno camorristico qualcosa che non appartiene alla loro esistenza: pensano che non ci siano clan nel proprio quartiere e, di conseguenza, non conoscono camorristi, ma dichiarano che, conoscendoli, li denuncerebbero. In caso di scippo o furto, si rivolgerebbero alle forze dell'ordine in cui nutrono una buona fiducia.

Nella quarta classe è sistemato il 12 per cento degli intervistati, in gran parte donne «anziane», casalinghe, residenti nella parte Nord-Ovest della città. Il livello di istruzione è basso e pensano che l'affiliazione sia dovuta alla mancanza di lavoro. In loro un certo comportamento omertoso appare naturale: quasi tutte dichiarano di non essere state vittime o spettatrici di fenomeni di spaccio, usura, corruzione e rapina. La quinta classe (14 per cento) è stata chiamata quella dei «cittadini quasi normali»: prevalentemente maschi, spesso laureati, denuncerebbero i reati che appaiono espressione di una delinquenza comune (rapina, furto, scippo), sarebbero reticenti nei confronti di reati quali spaccio, corruzione e usura, visti come proveniente dalla malavita organizzata. Anche loro giudicano la scelta di denunciare un camorrista, una scelta coraggiosa. Circa un terzo abita nel centro storico della città. L'ultima classe «gli sfiduciati» (9 per cento) è quella che appare maggiormente lontana dalle istituzioni e totalmente immersa in una realtà camorristica. Sono state vittime o spettatori di tutti i reati che abbiamo considerato, ma non ne denuncerebbero nessuno.

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Venerdì 27 Gennaio 2017, 08:34 - Ultimo aggiornamento: 27-01-2017 10:43
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