Vesuvio, le vigne salvate dal fuoco

di Luciano Pignataro

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Alla fine il fuoco si è fermato proprio all'ultima tappa della via Crucis che da Sant'Anastasia porta alla sorgente Olivella: quindici tappe che i fedeli percorrono anche se la burocrazia aveva messo una sbarra per rischio frane. Perché le fiamme della scorsa estate hanno preso il posto dell'ultima eruzione nella memoria di tutti. «Un incendio incredibile - racconta Ciro Giordano, presidente del Consorzio dei Vini del Vesuvio - appiccato su versante sud, quello che da al mare, ha scavallato il monte Somma minacciando i nostri vigneti». Un vero e proprio mostro medioevale, un dragone combattuto quasi a mani nude perché i mezzi ordinari dei vigili non potevano arrivare lungo questi sentieri che da quel che resta dei Regi Lagni porta a quota 600 metri. Sono stati usati i trattori dei viticoltori per trasportare le cisterne e cercare di contener le fiamme.
 

Un dragone astuto, terribile, che fingeva di essere domato per risvegliarsi improvvisamente grazie ad un soffio di vento arido e siccitoso e ripartire più forte lungo il versante Nord distruggendo tutto, favorito da boschi fuori da ogni controllo, come dimostrano le continue discariche a cielo aperto che spuntano qui e là puntuali. Le viscere del vulcano sono monitorate sin nei minimi dettagli, sappiamo che questo lungo silenzio iniziato nel 1994, data dell'ultima eruzione, prima o poi si interromperà anche perché è anomalo: dal 600 in poi il Vesuvio si è sempre risvegliato in interventi relativamente brevi. Le viscere sono monitorate dunque, ma la superficie è terra di nessuno, l'Ente Parco è praticamente senza mezzi e a Muntagna è abbandonata a se stessa.
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Lunedì 5 Febbraio 2018, 09:57
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