Migliaia di grandi vini in mostra
Vitigno Italia a Castel dell'Ovo

di Luciano Pignataro

Tredici anni fa non era ancora scoppiata la crisi finanziaria ma era da poco passato l'effetto dell'attacco alle Torri Gemelle e il vino italiano non se la passava tanto bene. Cantine piene, calo dei consumi, mercato incerti. Fu quindi un atto di grande coraggio pensare di costruire una fiera del vino a Napoli, anche perché quelle di Torino e di Milano, pensate in funzione anti Vinitaly, avevano fatto un flop clamoroso nonostante gli investimenti e la grancassa mediatica.
L'inizio non fu incoraggiante, la Mostra d'Oltremare allora (più di oggi), sembrava una struttura sovietica dei tempi di Breznev. Poi la scommessa su quello che distingue Napoli da ogni altra città: la bellezza e la gioia di vivere. La bellezza che viene dall'equilibrio tra la natura incredibile del Golfo e del Vesuvio con quello che ha costruito l'uomo nel corso degli ultimi secoli.
La bellezza è la carta vincente, oltre la specializzazione, nel mondo dell'economia globale dove l'uva viene dal Sud America e le mele dall'Iran. Perché non si può riprodurre qualcosa di simile al Golfo di Napoli. Aggiungi il turismo internazionale, il mercato di una regione che è seconda solo dietro alla Lombardia per abitanti, il boom della pizza e della dieta mediterranea e si capisce perché Maurizio Teti, direttore di Vitigno Italia, ha dovuto dire no a tante domande di cantine che volevano entrare perché gli spazi sono sold out. Almeno per quest'anno a Castel dell'Ovo.
La bellezza del vino e quella di Napoli, dunque. La prima vive una stagione bella, di export ma anche di investimenti e ricerca in campagna e in cantina, studio del design, promozione. Una filiera che ha svolto la funzione di vera e propria testa d'ariete di tutto il comparto agroalimentare italiano. Dopo la bellezza, la specializzazione, appunto. Dei vitigni e dei territori che non sono riproducibili.
Il vino italiano, sempre diviso tra guelfi e ghibellini, barrique si e barrique no, lieviti indigeni e lieviti selezionati, biologico o convenzionale, sta vivendo insomma un momento positivo e la scommessa di tredici anno fa sembra adesso mettere questa manifestazione in pole perché è proprio il Sud la nuova frontiera del vino italiano. Grazie alle locomotive Sicilia e Puglia, ma anche grazie alla specializzazione della Campania nei vini bianchi e al risveglio della Calabria che sta tornando sul mercato da vera protagonista di qualità e biodiversità.
Questa rivoluzione silenziosa, maturata negli ultimi vent'anni, trova uno sbocco autorevole in Vitigno Italia, programmato in una città sempre più bella tutto l'anno e non solo a maggio e dicembre, sempre più visitata, con alberghi piene e le piazze sempre più stupefacenti man mano che si liberano dai cantieri della metropolitana.
Oggi la vera sfida per una Fiera è cercare di dare spazio a tutte le tribù del vino. Prima, ai tempi del dominio assoluto delle guide cartacee, ce n'era una sola. Con lo sviluppo della critica sul 2.0 e il moltiplicarsi delle iniziative, ognuno sta ben chiuso nel suo recinto. Abbattere gli steccati ideologici che opprimono la produzione e non consentono di essere sereni nella valutazione di un vino è sicuramente la sfida principale da affrontare nei prossimi anni. Capire cioè se, al di là delle differenze, è possibile creare un linguaggio comune che consenta al mondo del vino di esprimersi con peso in questi fondamentali per lo sviluppo del settore così come p avvenuto in Francia. Vitigno Italia può sicuramente dare il proprio contributo in questa direzione.
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Sabato 20 Maggio 2017, 12:57 - Ultimo aggiornamento: 20-05-2017 12:57
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