Solo pomodoro San Marzano
la missione di Peppino Napoletano

Peppino Napoletano
di Luciano Pignataro

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Alla festa d'estate con Vissani ha voluto far salire l'anziano padre Eugenio sul palco vincendo la naturale ritrosia di una generazione abituata al lavoro e non alla visibilità. Ma una mossa che ha confermato una profonda verità: le radici di Peppino Napoletano, alla soglia dei 50 anni, sono ben piantate nella terra nera del Vesuvio.
E non da due, ma da quattro generazioni perché il primo a convertire la produzione fu il bisnonno Orlano, togliendo lentamente piano grano e patate per fare largo ai pomodori, al San Marzano, l'unica grande cultura dell'Agro Vesuviano, un pomodoro identitario di un territorio e di uno stile a tavola.
Il nonno Sabato e il padre Eugenio hanno reso più solida l'attività di famiglia avviando il processo di trasformazione del pomodoro. La prima fabbrica di famiglia è ancora funzionante, a ridosso dei terreni, trenta di proprietà e trenta in conduzione indiretta che ne fanno il principale produttore di San Marzano.
La famiglia Napoletano è un po' come quei viticoltori irpini che hanno conservato l'aglianico invece di convertirsi al merlot, al cabernet o ad altri vitigni nazionali come il montepulciano e il sangiovese: è restata saldamente attaccata alla tradizione dell'Agro anche nei momenti drammatici della virosi del pomodoro alla fine degli anni 80. «L'abbandono del San Marzano è stata una decisione politica dell'industria conserviera che ha preferito pagare a più basso prezzo il prodotto pugliese», dice Peppino.
La scelta di famiglia, invece, è continuare a coltivare e a trasformare il San Marzano. Ed è stata questa visione strategica a farla diventare protagonista quando Slow Food, allora diretta in Campania da Vito Puglia, uno dei padri fondatori di Arcigola, decise nel 2002 di dare vita al presidio del San Marzano. Due i protagonisti produttori, Solani, la cooperativa formata nel 1983 e Sabatino Abbagnale con il «Miracolo di San Gennaro».
Sembra incredibile parlarne oggi, ma il pomodoro San Marzano era davvero a rischio estinzione perché l'industria conserviera si era orientata verso altri ecotipi, più resistenti e facili da trasformare. Oggi il rapporto si è completamente rovesciato anche grazie al riconoscimento della dop e tutti lo vogliono, tutti lo cercano.
Peppino Napoletano ha dunque conservato la tradizione di famiglia, anche nei momenti difficili in cui la produzione giocava al ribasso e lui fu coinvolto in una inchiesta avviata da Woodcock che portò al sequestro di una importante partita di merce al porto. «Si tratta di un problema di registri catastali - Peppino Napoletano - che sarà senz'altro chiarito. Fu la stessa Cassazione ha ordinare il dissequestro e i contadini che erano coinvolti sono stati prosciolti. Non è stato facile perché mi hanno fatto passare per quello che non sono. Se avessi pensato ai soldi, in un momento in cui il San Marzano non aveva il prestigio di questi ultimi anni, mi sarei buttato su altre cultivar. Ma io quando mi ritiro dopo una giornata di lavoro posso guardare in faccia e con il sorriso i miei figli».
Peppino ha acquisito una grande area a Fosso Imperatore e ampliato la produzione, che adesso oscilla fra i 35mila e 40mila quintali di pomodoro. Ma non è solo un problema di quantità. Ha aderito al progetto QrCode della regione ai tempi della crisi della Terra dei Fuochi che consente di tracciare il prodotto dall'origine e ogni scatola riporta il codice speciale. Due poi i progetti: Il mio San Marzano in base al quale ogni ristoratore sceglie il suo lotto e, ancora in fase di studio, la nascita del primo Cru di San Marzano, proprio come si fa con il vino: due ettari particolarmente vocati dai quali nascerà una confezione precisa, una sorta di Super San Marzano. «Io sono tra i pochi che ho sia terra che azienda. E il mio orgoglio, la mia missione, è dare valore a entrambe».
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Sabato 9 Settembre 2017, 17:54 - Ultimo aggiornamento: 09-09-2017 17:54
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