Pizza, non è un mestiere per donne? E invece sì

di Luca Marfé

NEW YORK - Concetta Liquori ha gli occhi grandi, sinceri, di chi le cose è in grado di farle solo con la passione sconfinata e tipica dei campani. Ha ventiquattro anni e fa la pizzaiola sin da quando ha memoria. Un percorso iniziato come un gioco ed un gioco che è diventato un percorso, il suo. Un sentiero vasto, non sempre in discesa, che l’ha portata da Napoli a fare un salto lungo quanto un oceano e che l’ha consegnata nelle mani della Grande Mela.

Fa un certo effetto trovare una ragazza così giovane, una donna, alle prese con impasti, cocci di legno, forni. Nella media fortemente sbilanciata a favore dei tanti pizzaioli uomini, una scena insolita, straordinariamente bella.

Chissà quante volte devono averla osservata con uno sguardo più o meno volontario da “non è un mestiere per donne”. E lei lo intuisce, lo sa: «Be’, perché no? Siamo in tante oramai!».

Ha ragione, è evidente. Perché no?

Fantastica Imma (gli amici la chiamano così) che parte come un treno.

«Oggi come oggi fa ancora notizia imbattersi in delle donne che facciano questo mestiere. Ed è un peccato, non trovi?». Sorride, poi si veste di colpo di tutta la sua professionalità e rappresenta al meglio la sua categoria: «Altrove, sparpagliate un po’ ovunque nel mondo, ho tante e tante colleghe che si danno da fare per il trionfo del nostro lavoro e, parallelamente, della nostra femminilità. Semplici pizzaiole come me, imprenditrici, vere e proprie ambasciatrici della pizza che si godono, sì, i tanti frutti del nostro sogno, ma che si sobbarcano parallelamente oneri e sacrifici di una quotidianità per niente semplice».

Ne parla come se avesse una marcia in più. Come se avessero tutte una marcia in più. E la ragione è molto semplice e può essere colta ascoltando la forza ed al tempo stesso la delicatezza delle sue parole, della sua dedizione: ha ed hanno una marcia in più.

Arrossisce in uno scambio di cordialità, ma viene subito agli aspetti meno semplici di una carriera come la sua: «È dura. Fisicamente si fatica e parecchio pure. Noi donne restiamo di fatto un po’ più “leggere” rispetto a voi e questo alla fine della giornata si sente, eccome. Ma in una cosa siamo invincibili: non ci fermiamo mai, non ci arrendiamo. E quindi va benissimo così».

In effetti, il cliente medio, quello seduto a tavola in una pausa qualsiasi trascorsa tra le mura del ristorante San Matteo, del lavoro di Imma, e di tutte le sue colleghe e di tutti i suoi colleghi in giro per il mondo, ne percepisce sì e no soltanto la parte finale: pizza dentro e fuori dal forno, e via, piatto a tavola.

Ebbene, dopo aver trascorso una mezza giornata con lei, è piuttosto semplice capire che le cose non stiano proprio così. Un processo meticoloso, esigente, impegnativo che richiede peraltro delle conoscenze alquanto specifiche, se non addirittura scientifiche.

«Dietro a tutto ciò che finisce tra le mani dei nostri ospiti c’è un vero e proprio studio e la tua sorpresa di poco fa…non mi sorprende più di tanto. Spesso, infatti, le persone restano sbalordite all’idea che la loro pizza fumante sia stata impastata, stesa e cucinata da una donna».

A New York c’è arrivata un po’ per caso, ma vola dritto al perché le piaccia tanto: «Questo posto è la mia libertà, è il non essere giudicati da nessuno. Qui il lavoro è apprezzato, valorizzato, a prescindere da tutti e da tutto. Razza, religione, radici, nulla importa purché ci sia il talento. Mi manca l’Italia, certo, il girare un caffè senza far niente circondata dalle mie facce di sempre, ma qui ognuno può essere ciò che vuole, questo è il cuore del Sogno Americano. “Sogno Americano” lo devi scrivere con tanto di maiuscole, ok? Mi raccomando».

Agli ordini, Imma. E in bocca al lupo per il tuo “buonissimo” futuro.
Mercoledì 19 Aprile 2017, 21:47 - Ultimo aggiornamento: 19-04-2017 21:47
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