Abbinamenti: Coda di Volpe e sushi
la prova con il Bianco di Bellona

di Adele Elisabetta Granieri*

Sempre presente nel vigneto contadino, usata convenzionalmente come uva da taglio per riequilibrare l'acidità di Falanghina, Fiano e Greco nelle annate più complicate, la Coda di Volpe gode di dignità propria solo da poco più di trent'anni.
Ha come terra d'elezione l'Irpinia, dove probabilmente è arrivata dal Vesuvio, ma trova ottime condizioni anche nel Taburno, sia per l'altitudine che per la tipologia del terreno.
Sulla carta se ne contano quasi 600 ettari coltivati, il che ne farebbe la decima varietà per diffusione in Campania, la sesta per quel che riguarda i vitigni a bacca bianca. Dato da prendere con le pinze, in quanto il nome Coda di Volpe viene non di rado utilizzato in modo generico per designare varietà di uva non riconducibili ad altre già codificate, accomunate dalla particolare forma del grappolo, lungo e affusolato, che ricorda appunto la coda di una volpe. È il caso del Caprettone: a lungo considerato nell'area vesuviana un biotipo della Coda di Volpe e solo da pochi anni identificato come vitigno a sé stante. Ma la confusione varietale ha riguardato anche il Pallagrello e alcuni cloni di Trebbiano toscano, prima che ne fosse fatta una precisa classificazione.
Domenico Ocone con Luigi Pastore a Ponte e Antonio Troisi, fondatore di Vadiaperti, a Montefredane, sono stati i pionieri di questo bianco alla fine degli anni '80, quando il vino campano, salvo pochissime ragguardevoli eccezioni, era estraneo a qualsiasi circuito di qualità, preoccupandosi solo di sopravvivere all'invasione pugliese. Una grande espressione è nelle bottiglie di Michele Perillo, piccolo viticoltore di Castelfranci.
Le potenzialità della Coda di Volpe riuscirono ad essere espresse ricorrendo ad una potatura delle vigne adatta ad ottenere una bassa resa per ettaro e anticipando la vendemmia a metà settembre per ottenere un vino con maggiore acidità.
Per molti anni ha vivacchiato, all'ombra dei grandi bianchi campani, ragion per cui l'essere stata tenuta in catalogo da un'azienda indica una forte affezione al territorio e l'esistenza di una clientela comunque fedele al proprio vino.
È il caso del Bianco di Bellona di Tenuta Cavalier Pepe a Luogosano, vicino Taurasi, di cui oggi possiamo confrontare con orgoglio dieci annate, come avvenuto a Palazzo Vialdo, in un inusuale abbinamento alla cucina giapponese.
Angelo Pepe piantò alla fine degli anni '80 i suoi primi 5 ettari di Coda di Volpe (oggi siamo a dieci ettari), avendo intuito le potenzialità di questo vitigno a lui molto caro. Sfida raccolta dalla figlia Milena, venuta dal Belgio in Italia per cimentarsi con i vitigni autoctoni campani.
Stappare oggi una bottiglia di Coda di Volpe di 10 anni fa significa ritrovarsi al cospetto di un vino di una complessità olfattiva che varia dal limone candito all'idrocarburo, dal miele allo zafferano, dalla mandorla alla cenere. Un vino dalla beva piena, materica, salina, ancora fresca.
La prova di forza di questo vino ha colpito proprio tutti, come pure la sua capacità di abbinamento. Alcune annate come la 2010, la 2008 e la 2007 erano in perfetta forma, la 2005 ancora in condizioni ottimali. Insomma, un vera sorpresa.
Eh si, un vitigno ignorato e negletto regala emozioni così forti.
*Sommelier Fisar
 
Domenica 12 Febbraio 2017, 22:14 - Ultimo aggiornamento: 12-02-2017 22:15
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