Antimo Caputo: successo mondiale
grazie alla difesa delle nostre radici

di Emanuela Sorrentino

«La pizza napoletana patrimonio immateriale dell’Unesco? Per noi è stato un vero e proprio effetto scudetto». A poco più di un mese dal prestigioso riconoscimento, l’imprenditore Antimo Caputo, amministratore delegato del Mulino Caputo, parla di iniziative e progetti futuri analizzando nuovi e vecchi mercati di riferimento.
Cosa ha visto l’Unesco nella pizza napoletana?
«Sicuramente il prodotto nel suo territorio originario fatto di competenza, gestualità, cultura, musica, valorizzazione. Parlo anche dei tantissimi pizzaioli che lavorano all’estero e che nei locali di tutto il mondo portano un pezzo di Napoli e fanno della pizza un’arte da salvaguardare».
Pizzaioli emigrati, quindi, che ruolo hanno avuto nella raccolta di firme?
«Hanno fatto squadra. Un capitale umano che ha contribuito a raggiungere il traguardo dei due milioni di firme, un successo avviato da Alfonso Pecoraro Scanio promotore della petizione #pizzaUnesco e supportato da tanti imprenditori, associazioni di categoria e maestri pizzaioli».
Un orgoglio per tutti, dunque?
«Direi uno scatto d’orgoglio, ci siamo sentiti ancor più napoletani, felici del lavoro sinergico portato avanti. Già prima si era affermata nel mondo la territorialità della pizza napoletana. Ora è come se avessimo vinto lo scudetto».
Il riconoscimento Unesco cosa premia in particolare?
«Mette al centro l’artigianalità del prodotto pizza e chiude un cerchio iniziato con la Dieta Mediterranea che nel 2010 fu riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità, seguita poi - per la pizza napoletana - dalla certificazione Stg, specialità tradizionale garantita». 
Quali sono i Paesi in cui c’è più interesse verso la pizza e in generale il cibo?
«Penso, oltre all’Italia, all’America, al Giappone, all’Inghilterra. L’asse Napoli, Londra, New York e Tokyo è molto importante. Il maggior numero di riconoscimenti del settore cibo, si registra proprio in Italia e Giappone».
E Mulino Caputo è, per molti Premi, un partner eccellente, vero?
«Siamo e saremo sempre al fianco di chi crede nella valorizzazione delle materie prime e nel prodotto finale. A giugno sul Lungomare all’interno del Napoli Pizza Village avremo la diciassettesima edizione del Campionato Mondiale del Pizzaiuolo – Trofeo Caputo che assegnerà il titolo di campione mondiale della pizza Stg».
Cosa è cambiato negli anni?
«Con l’Associazione Pizzaiuoli Napoletani abbiamo constatato che chi partecipa come pubblico riesce ad essere così più consapevole su ciò che mangia. E poi è cambiato l’atteggiamento del pizzaiolo. Diciassette anni fa nessuno voleva far conoscere i propri segreti, le modalità di lavorazione. Oggi siamo nell’era dei social, dei reality tv incentrati sul cibo e il pizzaiolo che parla delle sue creazioni e partecipa ad un concorso mondiale non è più un tabù».
Quali sono le novità dell’universo pizza?
«La pizza e il suo impasto sono figli del tempo. Oggi vediamo prodotti nuovi, dal senza glutine alla farina con germe di grano e crusca. Siamo stati tra i primi a volere che il celiaco avesse la migliore pizza e con orgoglio ritengo che ci siamo quasi riusciti».
E sugli impasti?
«C’è sempre maggiore attenzione. L’impasto è ben idratato, più lievitato e leggero. La grammatura è diminuita. Tutto merito del pizzaiolo che conosce la materia prima. L’Unesco premia anche e soprattutto questo impegno, ha messo al centro il pizzaiolo».
La pizza nel mondo, cosa bisogna ancora fare?
«Il consumatore pretende sempre di più. In Italia ma anche in Corea, Brasile o Australia. Noi napoletani abbiamo il dovere di valorizzare questi riconoscimenti, dalla Dieta Mediterranea alla Stg fino alla pizza patrimonio Unesco. E con essi esportare il marchio Napoli».
Lunedì 15 Gennaio 2018, 08:17 - Ultimo aggiornamento: 15-01-2018 08:17
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