Terra di Lavoro Galardi 2015-1997
la più bella degustazione di sempre

Galardi
di Luciano Pignataro

Alla fine in quei trecento bicchieri sparsi sul tavolo imperiale la Campania ha bevuto la sua storia. Anzi, la sua leggenda. Quella di un vino nato quasi per gioco, un po’ come il Montevetrano nel 1996 quando il barone Roberto Selvaggi porto una bottiglia da far assaggiare a Riccardo Cotarella. Un blend di aglianico e piedirosso nella proprozione di 8 a 2 ottenuto da vigneti piantati sul suolo vulcanico di Roccamonfina a circa 450 metri sempre accarezzati dai venti di mare e di terra.
«Fermi tutti, ora vengo io» rispose Cotarella dopo il primo assaggio. Nacque così un rapporto che il empo ha consolidato, proprio come il Terra di Lavoro, il vino di Galardi che dal 1997 è diventato un caso dopo il via libera di Parker. Partire con tremila bottiglie non è certo facile quando tutto il Mondo ti riconcorre.
La verticale, questo il termine tecnico quando si bevono più annate di una stessa etichetta, è stata il racconto di questa avventura, proseguita nel tempo dai proprietari della tenuta, soprattutto da Maria Luisa Selvaggi e Arturo Celentano.
E questa verticale in cui per la prima volta sono state provate tutte le annate a partire dalla 2015 sino alla 1997, ad eccezione di un tappo della 2001 e dello scarto per la 2002 ha confermato la grandezza di un rosso capace di attraversare tutte le mode.

Su questa terra silente in cui si abbracciano olivi e castagni mentre, giù, sulla piana di Mondragone regna il caos tipico della costa, il Terra di Lavoro riesce ad esprimere il massimo della complessità. Oggi tutti i vini sono buoni, diventano grandi quando riescono a non essere scontati al palato, riuscendo ad alternare i sentori di legno e frutta ben equilibrati, con tannini presenti ma non asciuganti, quando ci si ritrovano sentori fumé che allungano l’olfatto e il sapore in bocca. Terra di Lavoro è tutto questo: nei primi anni esplode con la sua frutta croccante, sembra quasi banale nel suo essere bevibile. Poi, con il passare degli anni inizia a diventare una complesso, matura il carattere come un adolescente attraverso diverse spigolature.

Per una combinazione strana del destino, il vino Terra di Lavoro esprime il meglio di se nelle annate pari: 2014, 2012, 2010 e giù a scendere sino ad una significativa interruzione, la 2000 che, come sempre accade, non riesce a distendersi al palato, frutto della prima annata tropicale vissuta in Italia.
Il tridente iniziale spiega però perché questo vino ha fatto furore in un momento in cui tutti avevano in testa il modello bordolese a cui evidentemente si rifà: 1997 fresco, pimpante, vivace. 1998 monumentale, variegato, a giudizio di molti in degustazione il migliore, 1999 straordinariamente efficace come tutti i vini dell’ultima grande annata del vino vissuta dal vino italiano.
Il Terra di Lavoro è vino vero, autentico, da bere da solo oppure da accompagnare durante i pasti. Nel corso della degustazione non c’è stato un solo cedimento, segno di una lavorazione perfetta. Certo, non ha sfondato a livello mediatico nel mondo del 2.0, ma anche questa è garanzia di una classicità assoluta, che ha superato mode e tante ancora ne salterà perché è sicuramente uno dei rossi meridionali che più si sono avvicinati alla perfezione che l’uomo può raggiungere lavorando l’uva.
 
Sabato 20 Gennaio 2018, 09:42
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