Il camorrista psicologo che studia Lacan: mezzo pentito, poi la laurea dietro le sbarre

di Gigi Di Fiore

L’ultima comparsa pubblica la fece in videoconferenza, non più tardi di un mese fa. Era il 2 febbraio scorso, quando a distanza Augusto La Torre spiegò ai giudici del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che «Mario Landolfi non ha mai avuto rapporti con il clan e non è mai intervenuto su appalti a Mondragone e altro».





Una deposizione a favore dell’imputato, nel processo che proseguirà domani dove l’ex parlamentare di An è accusato di corruzione aggravata per aver favorito un’organizzazione mafiosa. Lui, il pindarico ex capo del clan dei «chiuovi» di Mondragone, nella sua dichiarazione da testimone collaboratore di giustizia aggiunse anche che, per poter studiare in carcere, in passato aveva chiesto che una delegazione di parlamentari visitasse la struttura di Parma dove era detenuto al 41-bis.



Augusto è nome da imperatore romano, come da tradizione di famiglia. Il fratello è Antonio e il padre Tiberio. Manie di grandezza non rare nella mafia casertana, in uno di quei clan satelliti dei Casalesi di Schiavone e Bidognetti. Sul litorale domizio, tradizionale area di controllo di Bidognetti, l’intero territorio a ridosso di Mondragone e del basso Lazio era stato, per concessione dei Casalesi, regno criminale dei La Torre.



Quaranta omicidi dichiarati, compreso quello macabro contro il vice sindaco Dc Antonio Nugnes, metodi spietati da emulatore dei metodi stragisti di Cosa Nostra, Augusto La Torre scappò in Olanda, per evitare l’arresto. La droga da vendere sul litorale era il suo business, insieme con il controllo sui videopoker, le estorsioni e le intromissioni negli appalti con la connivenza di qualche politico locale. Nel processo di primo grado sulla gestione della discarica Bortolotto, arrivato a sentenza cinque anni fa, fu citato il suo incontro con Michele Zannini, sindaco di Mondragone.



Si era tenuto a casa di Esterina La Torre, sorella di Augusto e insegnante collega di Zannini nella stessa scuola. Ha scritto nella sua sentenza la prima sezione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, allora presieduta da Raffaello Magi che lo ha ritenuto collaboratore-teste attendibile: «La Torre si interessò direttamente di far aggiudicare la gara alla società Covim, facendo ottenere un aumento del prezzo dell’appalto da parte degli amministratori comunali di circa un miliardo».



Grossi affari, attraverso una facilità di relazionarsi con la forza dell’intimidazione unita ad un’indiscussa abilità di porsi. In carcere, La Torre finì l’8 giugno del 1996 beccato nella sua latitanza in Olanda. Naturalmente, fu messo subito al carcere duro. Poi, dopo l’arresto della moglie Annamaria Giarra, da cui poi si sarebbe separato, avviò la collaborazione con la giustizia.



A gestire gli interrogatori, fu l’allora pm della sezione distrettuale antimafia napoletana Raffaele Cantone, oggi presidente dell’autorità anticorruzione. Nel pool di pm che si occupavano delle mafie della provincia di Caserta, Cantone gestì indagini soprattutto sul clan la Torre. E proprio Cantone ha sempre nutrito dubbi sulla piena attendibilità delle dichiarazioni del boss.



Sul punto, spiegano i giudici della prima sezione del Tribunale sammaritano: «La collaborazione di La Torre ha interrotto una egemonia pluriennale anche violenta di attività poste in essere dal clan. Una collaborazione con vicende altalenanti, ma l’attendibilità si valuta nel singolo dibattimento». Di certo, attraverso le prime rivelazioni di La Torre, sono stati ritrovati i resti scempiati di molte vittime del clan.



Come le ossa del vice sindaco Nugnes, trovati in un pozzo artesiano a 40 metri di profondità. Il clan utilizzava una crudele tecnica per eliminare le sue vittime: i corpi degli uccisi venivano maciullati e poi nascosti o sepolti nelle campagne. Se la cocaina veniva acquistata direttamente in Sudamerica per il mercato nel basso Lazio, come facevano anche altri capiclan anche Augusto ne ha sempre vietata la vendita a Mondragone.



Tanto da creare un gruppo antidroga, chiamato il gad, che eliminava chi trasgrediva. Metodi spicci di camorra. In carcere, Augusto è diventato dottore in psicologia. Allo studio si è dedicato con pignoleria e interesse, divorando le opere di Jung e Freud. «Lo studio è l’unica cosa che mi tiene in vita», ha spesso ripetuto alle udienze dei processi dove era convocato come teste. Solo nel 2011, gli è stato revocato il 41-bis e nei dibattimenti non ha mai smesso di dimostrare le sue letture, citando la scuola di Gestalt o interi passi di Lacan.



Di certo, Augusto La Torre non ha i modi e il conversare di un provinciale, ma è un ex boss di buone letture appassionato di cinema e patito della dieta vegetariana. Legge libri e divora giornali. Dalle carceri di Sollicciano, l’Aquila e ora Ferrara, ha sempre replicato a notizie sul suo conto che considerava inesatte.



Scrivendo lettere, senza frenarsi mai. Come quando, dopo 4 anni, 5 mesi e 7 giorni, annunciò ad un giornale di non voler più collaborare con la giustizia. Poi ci ripensò, ma gli venne interrotto il programma di protezione per un’accusa di estorsione, anche se molte sue dichiarazioni sono state riscontrate e utilizzate dagli inquirenti. Tre detenuti accusarono La Torre di tramare, per organizzare un attentato clamoroso contro Roberto Saviano e Raffaele Cantone.



L’Inchiesta della Procura di Roma è stata però archiviata dal gip Donatella Pavone che il 12 febbraio 2011 ha scritto: «Nessuna fattispecie penale risulta integrata dagli elementi emergenti nell’incarto processuale». Un’archiviazione poco conosciuta e lui, dal carcere, se ne è lamentato in molte lettere spedite ai giornali, con corredo di documenti giudiziari. Collaboratore creduto a fasi alterne, sta scontando pene con benefici legati alle sue dichiarazioni.



Un originale del crimine, che si fece costruire una villa a quattro livelli sul mare nella zona Ariana di Gaeta. Fu progettata come la villa dell’imperatore Tiberio con una piscina dotata di un labirinto subacqueo. A 53 anni, La Torre ha da un mese per difensore l’ex magistrato Antonino Ingroia. Quando nel 2002 era detenuto nell’ospedale psichiatrico dell’Aquila, l’ex boss venne giudicato dai periti «affetto da sindrome border line di tipo nevrotico in sviluppo psicotico».



Lo inserirono in un programma di cure con psicoterapia. Era prima della sua laurea in psicologia. Un ex «psicoboss», che di certo ha sempre sofferto l’anonimato.




Domenica 8 Marzo 2015, 00:07 - Ultimo aggiornamento: 08-03-2015 09:35



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