Come trasformare le emozioni
in algoritmi (e farne un atlante)

di Francesco de Cristofaro*

Prendiamo Londra: non solo la capitale economica del Vecchio Continente, ma probabilmente uno dei simboli della modernità; e anche il luogo da cui si irradia l’immaginario più potente e contagioso, quello romanzesco. 

Meglio: prendiamo non Londra, ma una cartina topografica di Londra; tenendo presente che quella cartina, lungi dal darsi una volta per tutte, si modifica nel tempo. Cominciamo ora a lavorarla, tracciando linee e segni che non si rifacciano alla storia, all’antropologia, alle scienze sociali, insomma alle rappresentazioni presunte vere di una presunta realtà, ma alla cosa più menzognera che c’è: la letteratura.

Già in questo modo ci accorgeremo che v’è una discrepanza fra quelle ricostruzioni e la cartografia che si ricava dai “mondi possibili” configurati nelle opere di finzione: ad esempio, il romanzo di metà Ottocento quasi non si accorge che la città è cambiata, ha espanso i suoi confini e quasi decuplicato la propria popolazione; e soprattutto che la sua pianta, che prima si sviluppava come un rettangolo oblungo lungo le sponde del Tamigi, ha ora la forma circolare tipica della geografia urbana. Per i romanzi vittoriani Londra è sempre la stessa, quella consacrata nei romanzi del secolo prima: per lo più, City e West End, l’una simile a un mosaico sociale coi suoi capisaldi (la Torre, la prigione, la Bank of England…), l’altro un’enclave omogeneamente altoborghese e benestante. Tutto il resto scompare.
Interessante, ma non basta. 

Le tecnologie digitali permettono oggi di andare ben oltre. Ad esempio, ci si può chiedere se i luoghi della città non possano diventare snodi di una sua geografia emozionale. Ci ha provato il LitLab di Stanford, fondato anni fa dal nostro critico letterario più famoso, Franco Moretti. E dopo aver preso atto che molte idee e molte emozioni son troppo sparpagliate per agganciarsi a determinati luoghi, ha provato a lavorare su un’emozione che, producendosi nei romanzi in modo improvviso, risulta ‘puntuale’ e mappabile anche nello spazio: la paura. Per farlo, ha predisposto un vasto corpus di testi inglesi, indicizzato dei toponimi, individuato delle keyword e centinaia di stringhe testuali, intervistato un campione di tagger. 

All’inizio ha raccolto poco: ma questo primo risultato, in apparenza negativo, si è poi rivelato importante, mostrando che la paura attecchisce lì dove proprio non si possono mettere quelli che oggi un tom-tom chiamerebbe «segnaposti». E questo perché i romanzieri che intendono suscitare quell’emozione si servono di una sorta di retorica del vago. Ancora, lo staff di Moretti ha compreso che la sfera pubblica è lo spazio delle emozioni silenziate (è nel privato che queste esplodono): una neutralizzazione del rumore romanzesco che già era nota, ma che adesso, dati alla mano (raccolti grazie all’utilizzo delle tecnologie digitali), presenta una diversa scansione cronologica. 

All’opposto, la felicità diviene sempre più – come risulta evidente dalla ‘centrifuga’ dei testi in parole-chiave – qualcosa di raffinato e di posato, e viene anche ricollocata dal punto di vista spaziale: se il “piacere” è ovunque, la bonheur mondana è rigidamente circoscritta al West End, riserva della classe agiata e benestante. Perché è il volto morale del benessere. 

Tutto ciò è stato reso possibile grazie ad operazioni di data mining. 

La scomposizione e ricomposizione dei dati, in mole massiccia, consentita dalle elaborazioni informatiche lascia trasparire anche altro, che ‘a occhio nudo’ era invisibile. Lascia notare che nei romanzi dell’Ottocento Londra presenta anche, oltre alla limpida geografia dei luoghi attraversati dai personaggi, una specie di mappa impersonale e segnaletica di ciò che potremmo chiamare «il discorso di Londra»: quasi un compendio ideologico della capitale britannica. 

Si tratta, insomma, di luoghi che servono a tracciare la cartografia stereotipa e immaginaria della città, piuttosto che a restituirne dati utili dal punto di vista della rappresentazione.

Per quest’avventura del LitLab (solo l’ultima delle molte storie che si potevano raccontare, e che tra qualche mese si leggeranno in un volume edito da Federico II University Press, La letteratura in laboratorio), Moretti ed i suoi erano partiti alla ricerca delle emozioni di Londra. Un po’ come il signor di Serendippo, hanno finito per trovare molto di meno e insieme molto di più. È una storia di umiltà, di pazienza, di collaborazione tra uomini e macchine che può insegnarci molto.

* Università degli Studi di Napoli Federico II
Sabato 29 Aprile 2017, 21:19 - Ultimo aggiornamento: 29-04-2017 21:19
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